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Timor di Dio, amore rispettoso e profondo

Significa essere guidati a riconoscere che Dio esiste. E non sei tu. Né è Dio il tuo lavoro, le cose che possiedi. Non lo è la tua salute, né la tua bellezza, la forma fisica, il potere, il denaro o il successo. Dio esiste, e non è una cosa a tua disposizione, è al di fuori di ciò che tu puoi governare. Non lo puoi costringere a forza di devozioni, o accumulando preghiere su preghiere, non lo puoi contenere del tutto dentro la tua comprensione.

Parole chiave: timor di dio (1), spirito santo (10), doni spirito santo (5), pentecoste (16)
Timor di Dio, amore rispettoso e profondo

Io appartengo alla generazione che ha ricevuto la Cresima molto presto, non avevo ancora 8 anni. Ricordo che, nell’imparare rigorosamente a memoria i doni dello Spirito Santo, pensavo ce ne fosse uno di cui non c’era un gran bisogno: era il timor di Dio. Non mi sembrava occorresse un dono per temere Dio, l’appello alla sua immensa bontà veniva sempre accompagnato dal richiamo alla sua severità, all’incombenza del suo sguardo (Dio ti vede!) e del suo giudizio. Questo sentimento, venato di paura, faceva parte dello stile con cui veniva proposta la relazione con Lui. Con il tempo le cose per fortuna sono cambiate ma, come spesso accade, oggi si rischia l’eccesso opposto, e capita di sentir parlare di Dio in chiave quasi esangue, con descrizioni della sua bontà e indulgenza tanto melliflue da sfibrarne il volto, riducendo la fede in Lui a un pensiero tanto consolante quanto innocuo.

Per allontanare entrambe queste derive, è davvero necessario invocare il timor di Dio. Ma che cosa significa, concretamente, accogliere questo dono?

Significa essere guidati a riconoscere che Dio esiste. E non sei tu. Né è Dio il tuo lavoro, le cose che possiedi. Non lo è la tua salute, né la tua bellezza, la forma fisica, il potere, il denaro o il successo. Dio esiste, e non è una cosa a tua disposizione, è al di fuori di ciò che tu puoi governare. Non lo puoi costringere a forza di devozioni, o accumulando preghiere su preghiere, non lo puoi contenere del tutto dentro la tua comprensione. Egli è come un padre e una madre, un figlio e una figlia, un fratello e una sorella, un marito e una moglie, un amico e un’amica, è una persona altra da te che in quanto tale tu non puoi possedere, ma con cui puoi solo entrare in relazione, fidandoti e affidandoti nell’amore e nel rispetto. Nessun’altra relazione è possibile, con Lui, se non quella dell’amore e del rispetto, che Egli per primo sempre ti garantisce e che tu sei libero di accogliere e ricambiare, incamminandoti così verso la pienezza della tua umanità.

È a questo sentimento, di amore rispettoso e profondo verso qualcuno che si riconosce importante, che rimanda il secondo significato della parola latina timère da cui deriva il termine italiano. Ma la prima e più comune accezione contiene, innegabilmente, una sfumatura paurosa, dice la preoccupazione di fronte a un pericolo che si intuisce e si vorrebbe evitare. A quale pericolo allude il timor di Dio? Al pericolo di rompere la relazione con Lui, di allontanarlo dalla nostra vita (Qo 12,13).

Un cristiano vive nel timor di Dio perché in Cristo ha incontrato il volto di un amore così grande da dare le vertigini, un amore che diviene uno specchio in cui scoprire la propria dignità (Gv 15,13); egli teme di rompere questa relazione, perché sa che in essa è sorretto ogni giorno nel rispettare se stesso e ciascun uomo e donna che incrocia la sua vita. Cristo gli fa continuamente scoprire, infatti, che verso nessuno è possibile vantare diritti, né di possesso né di dominio, perché la dignità che in Dio gli è riconosciuta è la medesima di ogni altro essere umano.

Spirito Santo, donaci il timor di Dio.

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