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Tra guarigione e salvezza - XXVIII domenica del Tempo ordinario

Gesù guarisce dieci lebbrosi ma solo uno torna a rendere lode

Tra guarigione e salvezza - XXVIII domenica del Tempo ordinario

Lungo il cammino che porta a Gerusalemme l’evangelista Luca mette in evidenza alcuni incontri fondamentali.
La tua fede ti ha salvato
Il Vangelo di questa domenica riprende il riferimento a quel viaggio verso la Città Santa che era iniziato in Lc 9,51, come per ricordare che gli insegnamenti di Gesù che seguono si potranno meglio comprendere rimanendo in cammino alla sua sequela. Un’imprecisione attira l’attenzione del lettore: dicendo che Gesù, scendendo verso il sud, “attraversava la Samaria e la Galilea”, Luca inverte l’ordine reale, in quanto la Galilea si trova più a nord della Samaria (cf. Lc 17,11). È possibile che non conoscesse bene la geografia della Terra Santa, poiché non era originario di quelle terre e non apparteneva al gruppo dei primi discepoli; ma è anche probabile che l’imprecisione sia legata all’urgenza di sottolineare che Gesù vuole proprio passare attraverso il territorio dei Samaritani. Già in Lc 9,52-56 aveva invitato Giacomo e Giovanni, fin troppo zelanti, a non invocare punizioni divine su quei villaggi di Samaritani che non lo volevano accogliere; poco dopo, volendo esemplificare cosa significa “farsi prossimo”, aveva scelto proprio un Samaritano come esemplare (cf. Lc 10,25-37). Ora, incontrando dieci lebbrosi che lo implorano a distanza – e che dimostrano di conoscere la Legge, che prescriveva ai lebbrosi di rimanere lontani dai villaggi e di indicare ad alta voce la propria condizione di “impuro” (cf. Lv 13,45-46) – senza fare alcun segno, li manda immediatamente dai sacerdoti a farsi “riconoscere” come guariti (cf. Lv 14,1-9). Solo “mentre essi andavano, furono purificati” (Lc 17,14b): tutti, dunque, in qualche modo sembrano vivere un primo momento di accoglienza fiduciosa della parola di Gesù, in quanto partono senza aver ancora visto alcun segno; uno solo, però, sperimenterà la salvezza: un Samaritano (cf. Lc 17,19).
La gratitudine come segno della salvezza accolta
Gesù appare meravigliato del fatto che nove dei dieci lebbrosi guariti non siano tornati “a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero” (Lc 17,18). Sembra che ritenga spontaneo, prima che doveroso, per chi riceve un dono così straordinario, ringraziare di cuore colui che lo ha reso possibile. Di per sé gli altri nove non hanno niente da “rimproverarsi”, in quanto hanno fatto esattamente quanto era richiesto, presentandosi ai sacerdoti: era doveroso che lo facessero per poter essere reintegrati nella comunità, una volta che la loro guarigione fosse stata riconosciuta. Eppure, pur essendo fisicamente guariti, sembrano non aver accolto la possibilità di salvezza che era collegata alla guarigione: non sono stati capaci di riconoscere nella fede l’agire di Dio nella propria vita, come attesta il fatto che non sono tornati indietro per rendere lode.
La prima lettura proposta dalla liturgia incoraggia questo tipo di lettura. Il celebre episodio di Naamàn, un comandante del re di Siria – che non a caso viene esplicitamente citato da Gesù nel suo discorso “inaugurale” di Nazareth (cf. Lc 4,27) – è raccontato nel suo momento finale (2Re 5,14-17). Questo importante personaggio, che era stato consigliato da una serva di rivolgersi al profeta Eliseo per ottenere la guarigione, dopo aver accettato, con una certa fatica, di compiere un gesto semplice e apparentemente inutile, come l’immersione nel fiume Giordano, si trova perfettamente guarito. Di fronte a questo fatto, torna da Eliseo per fare una vera e propria professione di fede: “Ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele” (2Re 5,15). Vorrebbe addirittura fare un dono al profeta per esprimere la sua gratitudine, ma di fronte al rifiuto di Eliseo chiede di poter portare un po’ di terra nella sua patria, per compiere olocausti e sacrifici solo al Signore: la gratitudine e la lode sono il segno di una fede che ha saputo riconoscere l’agire di Dio nella propria vita.
    
Gesù rimane fedele
Il brano di 2Tm 2,8-13 presenta Paolo che, pur essendo prigioniero a causa del Vangelo che annuncia, invita a “ricordare” Gesù Cristo, risorto dai morti: la Parola di Dio non è “incatenata”, ma continua ad agire ed è “degna di fede”. Essa garantisce che, morendo con lui, si potrà anche vivere con lui; perseverando con lui, si potrà anche regnare con lui. Al contrario, se lo rinnegheremo, anch’egli ci rinnegherà, in quanto rispetta la nostra libertà. Se mancheremo di fede, invece, egli rimarrà comunque fedele: non può rinnegare se stesso, in quanto egli è “il fedele” per definizione.

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