Chiesa
stampa

"Treviso da un anno nel mio cuore". All'orizzonte "grandi sfide per la nostra Chiesa"

A pochi giorni dal primo anniversario dell’annuncio della sua nomina, il 6 luglio, il vescovo Michele ripercorre per i nostri lettori questi nove mesi di impegno pastorale, tra incontri, gioie da vivere, decisioni da prendere, situazioni complesse da affrontare. "Entrando un po’ alla volta, si capiscono le sfumature di una realtà bella, policentrica, che potrebbe vivere con maggiore arricchimento le proprie diversità. Mi manca la dimensione di vivere sul confine che caratterizzava il mio sguardo verso il mondo e verso gli altri". Molti i cantieri aperti, per una diocesi chiamata a far tesoro di quanto vissuto nella pandemia.

Parole chiave: michele tomasi (83), vescovo michele tomasi (12), diocesi treviso (202), intervista (10), sinodalità (6)
"Treviso da un anno nel mio cuore". All'orizzonte "grandi sfide per la nostra Chiesa"

“Nei giorni scorsi mi sono sorpreso a notare con precisione non solo il giorno della nomina, ma anche quello della telefonata arrivata dalla Nunziatura. Era il 24 giugno. Quella è stata una cesura nella mia vita, che stava cambiando, stava andando in una direzione che non immaginavo, che non volevo. Ho provato una sensazione mista allora, sentivo di vivere un momento impegnativo, una fatica per quello che finiva, soprattutto. Oggi mi stupisce che sia già passato un anno”. E’ così che mons. Tomasi ricorda il momento in cui gli è stato proposto di diventare vescovo di Treviso. Oggi confessa che il tempo è volato ma, contemporaneamente, gli pare di aver trascorso qui, nella nostra diocesi, molti più anni.

A pochi giorni dal primo anniversario dell’annuncio della sua nomina, il 6 luglio, il vescovo Michele ripercorre per i nostri lettori questi nove mesi di impegno pastorale, tra incontri, gioie da vivere, decisioni da prendere, situazioni complesse da affrontare.

Quali aspetti della nostra chiesa locale e del territorio l’hanno colpita maggiormente in questo tempo?

Mi ha colpito il contrasto tra alcune percezioni: da un lato la percezione che si fa un percorso buono, che c’è un buon tessuto economico, una bella comunità, un bel cammino di Chiesa; contemporaneamente, però, è presente una certa idea che ci sia molto di strutturale che non funziona: e questo è sentito tanto da non concedersi di dire che stiamo facendo qualcosa di buono. C’è poi la percezione delle “distanze” culturali e geografiche tra una zona e l’altra della diocesi, il considerarsi “periferia” se si è a 30-40 chilometri da Treviso: faccio ancora fatica a capirla pienamente. La percezione delle distanze fisiche nel territorio, venendo dalla diocesi più estesa d’Italia, per me è molto diversa. Eppure, per chi viene da fuori è prevalente ciò che accomuna i diversi territori e le comunità. Poi, entrando un po’ alla volta, si capiscono le sfumature di una realtà bella, policentrica. Un’altra cosa che mi ha colpito è un certo rapporto con il Vescovo, uguale nel rispetto, come ero abituato con il mio Vescovo, ma un po’ più “ossequioso”.

Che cosa le manca della “vita di prima” e in cosa si è “adattato”?

Personalmente mi manca quel “vivere sul confine” che ha caratterizzato il mio modo di essere nella Chiesa e nella società per 50 anni della mia vita. Qui siamo in una realtà compatta, dentro una realtà compatta, siamo Veneto in mezzo al Veneto. E questa è una questione di sguardo, collettivo, non individuale. Qui ci sono persone, imprenditori, intellettuali che hanno uno sguardo di internazionalità straordinario, di grande valore. Alcune di queste persone sono anche nella Chiesa, con incarichi di grande rilievo. Su tutti cito il vescovo Silvano Tomasi, che è stato una delle persone più influenti nella diplomazia vaticana per decenni, con incarichi importanti e delicati. Mi ha dato molta gioia conoscerlo e concelebrare con lui ad Asolo, una settimana dopo il mio ingresso. C’è molta iniziativa, intraprendenza, qui, ma non c’è il confrontarsi con qualcosa d’altro che può essere incombente, ma anche arricchente. Le diversità di cui parlo, comunque, esistono anche nella parte italiana dell’Alto Adige. Non ho cambiato mondo, non ho dovuto fare sforzi di adattamento. Certo adesso non devo più cercare le parole in italiano, quelle più tecniche, che all’inizio mi venivano solo in tedesco, perché sono immerso in un mondo monolingue. Non mi sorprende, come non mi sorprendeva prima essere in un mondo plurilingue, perché sono convinto che i mondi sono le persone, e le persone, se riesci a comunicare con loro, sono profonde nello stesso modo. Questa è una certezza, alimentata dalla fede. L’appartenenza ecclesiale ci plasma molto di più di quanto non pensiamo: passiamo per lo stesso Battesimo, abbiamo la stessa Eucaristia. L’appartenenza alla Chiesa cattolica ci accomuna, al di là delle differenze: davvero siamo fratelli e sorelle, e scoprire questo è bello, perché mostra un potenziale della nostra realtà che di solito non vediamo.

E’ arrivato in una Diocesi impegnata da tempo in un Cammino sinodale, avviato da mons. Gardin: quali echi ha suscitato in lei questa esperienza, che vede coinvolti preti, diaconi, laici e persone consacrate nel discernimento per favorire una fede più adulta?

Sono contento e grato che sia stato fatto questo gran lavoro. Non so come lo porteremo avanti, ma sono convinto che ciò che chiamiamo sinodalità sia uno stile di vita necessario per la Chiesa. Su questo, sullo stile di collaborazione e corresponsabilità, di presa in carico comune delle sorti della missione della Chiesa, in una chiesa particolare, non si torna indietro: è uno stile di Chiesa che va scoperto e vissuto. Molte cose sono state fatte, ma possiamo dire di essere soltanto all’inizio. Ciò che non dobbiamo fare è confondere la struttura istituzionale che ha messo in moto un cammino sinodale con la sinodalità. La sinodalità deve animare la nostra pastorale ordinaria. Alcuni metodi, forme, abitudini risultano messi in crisi, rallentati dalla sinodalità, ma questa mette in moto tutte le energie che lo Spirito suscita nella Chiesa. Sinodalità significa passare dal “ciascuno fa per sé, senza disturbare gli altri” al “fare insieme”, che è faticoso – lo sappiamo -. Perché tutti partecipino bisogna parlare e ascoltarsi, bisogna comunicare. Le strutture devono esserci, ma devono anche essere semplici. In una diocesi così grande, ad esempio, è un’arte trovare la dimensione e il numero giusto dei vari Consigli: abbastanza grandi da essere rappresentativi, ma abbastanza snelli da poter lavorare. Le istituzioni, in un tempo dinamico, devono reggere l’ossatura, ma anche essere elastiche. Spero che coloro che hanno visto soltanto la fatica e il peso di questo percorso possano partecipare al cammino comune.

E come valuta le “scelte” individuate?

Alcuni contenuti individuati dal Cammino sinodale sono le dimensioni fondamentali dell’essere Chiesa, le “scelte chiave” sono il collante che permette uno stile nuovo, perché gli adulti vivano la loro fede, da persone che si affidano all’incontro con Gesù e che da lui si lasciano plasmare. E’ questo il punto centrale: a chi ci affidiamo? Se ci affidiamo a Gesù, allora la scommessa vale la pena. La sinodalità non è una meta, un fine. Rientra, piuttosto, nell’ambito degli stili che permettono alla Chiesa di essere se stessa. La Chiesa nella sua storia ha sempre vissuto di collegialità, di sinodalità. E se si fa attenta al Vangelo, dentro ha sempre una carica di rinnovamento, anche istituzionale. Questo è possibile anche oggi.

Ci sono degli aspetti che lei ritiene necessario mettere in cantiere nel prossimo futuro per la nostra Chiesa?

Dobbiamo lavorare, anche con alcune forme di disegno istituzionale, affinché ci sia quanto più possibile questa compartecipazione ordinata di tutti, per cui le persone che hanno il piacere e il gusto di far parte della Chiesa possano trovare i loro spazi in modo che la corresponsabilità sia effettiva, che i contributi vengano assunti. Non ho già “pronti” progetti concreti, ma forse un cantiere grande è quello di portare a prospettiva di chiusura molti cantieri che abbiamo aperto. Ne abbiamo tanti: c’è il Cammino sinodale che deve trovare un suo dimensionamento, ci sono le Collaborazioni pastorali che devono trovare una loro inquadratura, c’è la struttura di Curia che deve trovare una sua inquadratura, c’è il rapporto con il mondo, c’è la politica, c’è l’economia e ci sono molte altre dimensioni: dovremo integrarle al meglio. Non so se abbiamo le forze per fare tutto contemporaneamente… E’ una sfida.

Passata la fase critica della pandemia ora stiamo ripartendo. Tra riscoperte di valori e l’emergere di nuove povertà, di nuove fragilità, quali sono le risorse che possiamo mettere in campo come società? E quale contributo possiamo dare come cristiani? Come chiesa di Treviso?

Come Chiesa siamo chiamati a riscoprire in modo nuovo e inedito che cosa significa davvero essere Chiesa. Ci siamo scontrati con dei limiti, abbiamo visto per la prima volta “toccate” delle forme che era impensabile che venissero toccate. Persino nel dramma della Prima guerra mondiale, vissuto con il vescovo Longhin, le messe con la gente si celebravano, si celebrava insieme la Pasqua, potevano incontrarsi. Molte resistenze, che sono emerse, sono comprensibili, perché davvero qui è stato toccato non semplicemente il diritto di associazione, ma qualcosa di vitale nella percezione che la Chiesa ha di sé, nella sua dimensione. Però, abbiamo scoperto di essere Chiesa anche in questo limite. La Chiesa nella persecuzione, nella povertà, rimane Chiesa. La Chiesa nella pandemia ha scoperto che, pur toccata e ferita in qualcosa di essenziale, è rimasta Chiesa. Credo che, insieme, dobbiamo non perdere la memoria di questo tempo e trovare quelle dimensioni che sono rimaste importanti. Non torniamo troppo velocemente a fare ciò che facevamo, a volte senza chiederci che cosa voleva dire il nostro essere Chiesa. In fondo il Cammino sinodale aveva questa domanda al centro: che cosa significa essere Chiesa?

Lei all’inizio dell’estate ha scritto una lettera alla diocesi invitando tutti a un tempo di ascolto reciproco. Ci aiuterà a capire quanto abbiamo vissuto?

E’ il mio desiderio, sì. Lo trovo necessario. La dimensione della memoria è importante, una memoria che va donata al Signore come strumento di accoglienza della sua Parola e della sua presenza. E’ importante, allora, prenderci il tempo, a partire da questa narrazione reciproca, in cui definire almeno qualche domanda per vedere in che direzione andare, per costruire percorsi di risposta.

Qualcuno ha accusato la Chiesa, i vescovi, di tiepidezza rispetto alle autorità che hanno chiesto scelte drastiche per limitare la diffusione del virus. Lei ha sempre parlato di responsabilità e di contributo al bene comune. Rifarebbe ogni scelta?

Credo che la scelta di fondo di essere leali nel rispetto delle regole e delle norme anche là dove si faceva fatica a coglierne ragionevolezza e giustizia, sia stata la scelta giusta, perché in una situazione di rischio collettivo e globale per la salute, la presa in carico della responsabilità per salvaguardare questa dimensione è una forma della carità come dono di Dio. Per quanto laceranti siano state certe scelte, la scelta di fondo la ritengo adeguata. Mi piacerebbe che insieme ci prendessimo davvero cura di questo nostro mondo. Potremmo riconoscere quali sono le cose buone che abbiamo fatto prima, che ci sono tornate utili in questo periodo e quali le cose che ci sono mancate perché non le abbiamo preparate prima. Esempi ne abbiamo tanti: ci sono mancate le terapie intensive perché non le avevamo preparate prima, abbiamo avuto il supporto delle tecnologie informatiche perché le avevamo preparate prima. Dal punto di vista delle relazioni alcune persone avevano costruito relazioni autentiche, che si sono dimostrate solide anche nella distanza. Abbiamo vissuto delle riserve, di una dispensa spirituale, intellettuale, morale, istituzionale che avevamo a disposizione. Questo può aiutarci a capire come lavorare per il futuro. Che cosa dobbiamo fare, ad esempio, perché in un tempo di pandemia i cappellani negli ospedali possano raggiungere gli ammalati? Possiamo sperare che non succeda più, o capire che cosa fare per essere più presenti.

Tra emergenze, responsabilità, decisioni da prendere, condivisione di sofferenze, come ha vissuto da pastore questo tempo? E che cosa ha imparato?

Quando incontravo i sacerdoti e percepivo la difficoltà di trasmettere alla gente alcune scelte, insistevo nel dire che era una mia decisione, del Vescovo, che non la attribuissero al Governo, al Ministero. Perché se io non l’avessi assunta, all’interno delle comunità, all’interno delle chiese, non sarebbe stata presa. E così hanno fatto gli altri Vescovi italiani. Sono decisioni che ho voluto fare mie per una molteplicità di motivi, sempre nel dubbio di non fare la cosa giusta. Ma le ho sempre interpretate come una scelta di Chiesa. Se io avessi pensato che alcune pratiche di vicinanza pastorale non avrebbero inciso sul contagio, sarei stato molto felice di poterle autorizzare, e anche di mettermi in prima fila a farle. Però un’idea di eroismo non vale la vita vera delle persone. Esiste un’autorità voluta da Dio che non è necessariamente dalla Chiesa autorizzata, lo riconosce la Dottrina della Chiesa. Abbiamo scelto di fidarci di chi aveva le conoscenze scientifiche e sanitarie e l’autorità politica per prendere le decisioni sulla salute pubblica. L’ho detto fin dal mio ingresso in diocesi che come Chiesa abbiamo l’obbligo di preghiera per i governanti: in questi frangenti era l’unica cosa che potevamo fare, come Chiesa, e lo abbiamo fatto. Questo li ha aiutati, indipendentemente dalla loro fede, a fare al meglio un compito gravoso. Anche quei piccoli gesti di vicinanza che ho potuto fare sono stati apprezzati perché le persone si sentivano sostenute nel portare il proprio peso. La storia ci ha condotti, come Chiesa, a portare il peso del non fare, ma dell’esserci a sostegno di quelli che facevano. E credo che un piccolo contributo a un armonico superamento di questa crisi lo abbia dato anche la Chiesa con il suo atteggiamento, con il suo sostegno, con la sua parola di pacificazione, di pazienza.

E lei, si è sentito sostenuto nelle scelte?

E’ stato un compito che non avrei mai pensato di dover assumere, ma che insieme siamo riusciti ad assumere. E’ una cosa molto bella della nostra diocesi, sono orgoglioso di questo. E’ stata una risposta corale di responsabilità. Anche dove c’erano posizioni differenti, la nota complessiva è stata veramente di armonia e di concentrazione su un fine comune: questo rivela la tempra di un popolo. Per i pochi contatti che ho avuto, è un atteggiamento che ha approfondito delle vicinanze umane con le persone responsabili del bene comune, anche nei diversi territori, e questo è un capitale che non dobbiamo disperdere.

Anche la sua scelta di ringraziare con dei messaggi scritti o video le persone, le categorie professionali impegnate in prima linea in questo tempo è stato colto come una cosa preziosa…

Credo che le persone vadano ringraziate là dove trovano dei motivi profondi per fare il proprio dovere, perché fare il proprio dovere è una qualità dell’anima, non è la paura della sanzione, fare il proprio dovere significa fare il bene al di là del pattuito, al di là del concordato, perché non c’era nel contratto quello che hanno fatto infermieri, medici, operatori socio-sanitari, farmacisti, commesse dei supermercati, poliziotti e tutte le categorie che hanno lavorato. E’ qualcosa che noi chiamiamo coscienza, che te lo fa fare. E’ una caratteristica dell’anima della persona che trovo grandiosa: è la responsabilità, è la risposta a un appello. Ha la stessa sacralità dell’Eccomi a un’ordinazione, perché è l’Eccomi delle persone nella vita. E’ commovente, è quello che dà un’anima anche alla nostra terra. I lavoratori, le mamme e i papà, i nostri anziani, tutti quei giusti che nessuno sa chi sono e che tengono in piedi il mondo, come dice la tradizione ebraica. E’ molto semplice, ma è un miracolo ogni volta che succede, bisognerebbe metterlo in prima pagina, perché si vede la bellezza, la profondità e l’infinita dignità di che cosa vuol dire essere persone umane. In queste categorie c’è anche la stampa, che ha continuato a lavorare ed è stata la voce, il collante, quella che dava le informazioni per superare la paura, il nemico peggiore di questo periodo. Personalmente, inoltre, sono grato ai giornalisti e agli operatori perché mi hanno permesso di entrare nelle case delle persone con le dirette delle celebrazioni, con i messaggi, con le meditazioni, le veglie: è stato un servizio prezioso, che ci ha aiutato a sentirci comunità.

"Treviso da un anno nel mio cuore". All'orizzonte "grandi sfide per la nostra Chiesa"
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento