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Un fragile "eccomi" di cui il Signore si fida, messaggio del Vescovo ai nuovi sacerdoti

"Vorrei che risaltasse agli occhi di tutti, in questa circostanza, la “cura” amorevole del Signore verso il suo popolo, che si esprime anche donando nuovi annunciatori e mediatori del suo amore", scrive tra l'altro mons. Gardin.

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Un fragile "eccomi" di cui il Signore si fida, messaggio del Vescovo ai nuovi sacerdoti

Per la chiesa diocesana l’ordinazione di nuovi presbiteri è sempre un momento atteso e “goduto” con particolare partecipazione. È come la nascita di nuovi figli nelle famiglie; fa vivere la gioiosa sensazione che la vita continua, fa guardare con più fiducia verso il futuro, quasi rassicurando i nostri timori e facendoci riconoscere che il Signore non solo è presente tra noi oggi, ma lo sarà anche nelle comunità cristiane del futuro. Ci sarà ancora chi spezza il pane della Parola, distribuisce il pane della Vita, comunica la grazia del Perdono.

Vorrei che risaltasse agli occhi di tutti, in questa circostanza, la “cura” amorevole del Signore verso il suo popolo, che si esprime anche donando nuovi annunciatori e mediatori del suo amore. Certo, a loro non viene chiesto poco, e cioè di “consegnarsi” a questa nostra chiesa (e magari anche ad altre chiese, come quelle povere e lontane servite dai nostri missionari fidei donum), con una disponibilità totale, non avendo altro progetto che servire e donare se stessi a quelle comunità cristiane a cui saranno mandati.

Si può ben capire allora, almeno per chi legge tutto ciò alla luce del Vangelo e del modello di ogni ministero che è Gesù, che l’assunzione di un tale impegno è possibile solo grazie al Signore. È lui che chiama, prepara, guida, sorregge. E' anche vero, tuttavia, che un nuovo prete non viene donato alla chiesa “suo malgrado”.

Un’ordinazione sacerdotale ha alle spalle la storia di un incontro tra Cristo ed un giovane uomo; spesso è una storia iniziata già nella fanciullezza, come è accaduto a non pochi di noi sacerdoti. Si tratta di un incontro mai compiuto in maniera definitiva, nel quale vi è sempre da scoprire qualcosa di nuovo.

All’origine di questa storia non vi è di solito un’esperienza folgorante, dove tutto appare subito chiaro ed evidente, così da determinare una scelta immediata e priva di dubbi. Del resto, le scelte che riguardano le cose serie dell’esistenza difficilmente sono prive di incertezze e di domande: quale strada imboccare? a quale “fascino” attribuire il primato? quale vocazione riconoscere come decisiva? Chi poi accoglie la chiamata alla vita presbiterale non lo fa per un qualche rifiuto o per un intimo timore nei confronti della vita coniugale e familiare; e potrebbe ritrovarsi con soddisfazione anche in altre forme di vita dedicata agli altri. Né va dimenticato il fatto che “fare il prete” presenta oggi delle fatiche e delle sfide nuove, ignote ai preti appartenenti ad una società più uniformemente cristiana.

Mi colpisce sempre il fatto che quando, nel rito dell’ordinazione, i futuri presbiteri si prostrano a terra, l’assemblea prega su di loro invocando l’aiuto di santi e sante. E dunque evocando altre “storie”, anche diversissime, di incontro con Cristo, di risposte più o meno sofferte alla chiamata: quelle degli apostoli, dei martiri, e poi quelle, per esempio, di Agostino, di Basilio, di Francesco, del Curato d’Ars, di Teresa di Gesù, di Charles de Foucauld: ognuno con il suo percorso, più o meno tortuoso, dove peccato e santità sono, in maniera più o meno vistosa, mescolati insieme. Ognuno di quei giovani prostrati a terra sembra dire: chiedo di essere aiutato, perché lo Spirito che tra poco scenderà su di me troverà la mia povera umanità, intessuta di grazia e di fragilità; penetrerà dentro la mia storia, in cui gli slanci si mescolano alle fatiche, i fervori  si intrecciano alle indolenze, i “sì” sinceri e generosi sono frenati dai timori e dalle apatie. Io però intendo fidarmi del Signore e della sua chiamata.

Ma quando lo Spirito del Signore prende poi possesso di loro, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione, è come se dicesse: accolgo il dono del tuo “eccomi” e non ho paura delle tue povertà, ti scelgo con le tue debolezze, accetto che sia la tua “carne” lo strumento del farsi prossimo di Dio ad ogni creatura. E dunque il Signore dirà: anch’io intendo fidarmi di te.

Ecco il “mistero” e il prodigio di una ordinazione sacerdotale. Ecco perché, quella sera, non potremo non guardare a Matteo, Andrea, Riccardo, Giovanni, Samuele con grande simpatia, con gioiosa commozione, con affettuosa vicinanza, con profonda gratitudine.

Un fragile "eccomi" di cui il Signore si fida, messaggio del Vescovo ai nuovi sacerdoti
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