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“Una Chiesa sola, colorata, un popolo multicolore amato da Dio!”

Dalle 10.00 del mattino chiunque entrasse in Duomo avrebbe pensato di essere arrivato in un “formicaio umano”; ci si trovava di fronte ad un fermento di voci, di suoni, di colori che raccontavano la frenesia dei preparativi per un avvenimento che si sarebbe vissuto poco dopo. MOns. Tomasi: "Una volta che si vive nella paura è questa che detta le regole, per tutti e sembra che non ci sia nessuna via di uscita".

“Una Chiesa sola, colorata, un popolo multicolore amato da Dio!”

Epifania: la stella conduce i Magi a Betlemme dove li attende un Bambino che il mondo intero attendeva: lunedì 6 gennaio 2020 in Cattedrale la Chiesa di Treviso ha davvero celebrato l’Epifania del Signore Gesù alle genti!

Dalle 10.00 del mattino chiunque entrasse in Duomo avrebbe pensato di essere arrivato in un “formicaio umano”; ci si trovava di fronte ad un fermento di voci, di suoni, di colori che raccontavano la frenesia dei preparativi per un avvenimento che si sarebbe vissuto poco dopo: cori che trovavano il loro posto e provavano le melodie, uomini, donne e bambini che cercavano posti a sedere, seminaristi che si dividevano compiti e ruoli, preti e diaconi che indossavano le vesti per celebrare la Solennità.

Suoni e musiche differenti, abbigliamenti di colori e fogge non usuali indossati da persone i cui tratti somatici dicevano le molteplici provenienze eppure, tutti siamo arrivati là al cuore e centro della vita ecclesiale locale, in Duomo dove il pastore attendeva tutti e ciascuno.

La solenne processione, colorata dalle molte bandiere dei paesi d’origine di questi fratelli immigrati, è stata accompagnata dal ritmo del canto africano; l’ascolto attento della Liturgia della parola con "l’apparente incomprensione” dei diversi idiomi, le offerte portate dalle comunità, il silenzio orante testimoniano che la partecipazione non è un “evento folcloristico” per far vedere le proprie tradizioni, i propri costumi ma espressione di quella realtà che, come ha affermato il Vescovo concludendo la sua omelia è la possibilità concreta che permette di esprimere la cattolicità della Chiesa affinché: «le forme di lode che viviamo insieme in questa celebrazione ci insegnino a gioire per la ricchezza di storie, di lingue, culture e tradizioni che, in ginocchio, doniamo al bambino che è nato, al Messia, al re dei re, al Figlio di Dio, al nostro Signore Gesù Cristo, che ha sconfitto per noi la paura, il peccato e la morte».

Un’omelia dove il Vangelo della Liturgia ha guidato mons. Tomasi nella sua riflessione a partire proprio dalle indicazioni concrete che il testo offriva: «Siamo al tempo di Erode. Un vassallo di Roma, un potente di questo mondo che governa con la paura. Basta vedere la sua reazione quando alla fine del brano riportato oggi farà uccidere tutti i bambini sotto i due anni di età per liberarsi di Gesù. La nascita di Gesù non avviene in un contesto romantico, ma in quello realistico e anche brutale della storia, di quella antica come quella di sempre. Il Signore viene nella nostra storia, nella nostra vita».

È nell’oggi che il Dio-bambino viene; nell’oggi che è il tempo e lo spazio che abitiamo anche noi, ciascuno di noi e questo non può essere ignorato o semplicemente relegato nel ricordo di un evento che si perde nella storia. È un oggi nel quale sembrano rivivere gli stessi atteggiamenti, gli stessi sentimenti che il Vescovo ha ricordato abitavano negli animi di 2020 anni fa: «Il potente che usa la paura rimane turbato, si spaventa, ha paura: gli si annuncia la possibilità di un avversario, di qualcuno che gli può togliere il potere. Con lui rimane turbata anche tutta Gerusalemme: non solo il potere, ma anche la cittadinanza: una volta che si vive nella paura è questa che detta le regole, per tutti e sembra che non ci sia nessuna via di uscita.» Continua Mons. Tomasi: «Per la giornata del migrante anche papa Francesco ci ricorda il ruolo svolto dalla paura: "Non si tratta solo di migranti: si tratta anche delle nostre paure. Le cattiverie e le brutture del nostro tempo accrescono «il nostro timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri […]. Il problema non è il fatto di avere dubbi e timori. Il problema è quando questi condizionano il nostro modo di pensare e di agire al punto da renderci intolleranti, chiusi, forse anche – senza accorgercene – razzisti.”».

Nella storia, nel tempo che è dato a ciascuno di vivere, a ognuno è chiesto di essere come i Magi perché, ha continuato il Vescovo: «È proprio in questa storia che i Magi vengono condotti al bambino, al re, al Messia, è anche per mezzo di questa vicenda che essi riescono a giungere fino a Gesù. È presso il palazzo Erode che essi incontrano la profezia contenuta nelle Scritture: la loro ricerca incontra la risposta che viene dalla Rivelazione proprio in quel contesto: i segni cosmici, quelli resi manifesti dalla sapienza umana - la stella - portano alla grotta solamente se letti attraverso le lenti dalla Parola di Dio.»

Le paure, i pregiudizi, le discriminazioni, i razzismi, le tenebre che spesso sembrano vincere anche nelle nostre personali e comunitarie esistenze, potranno essere dissipate perchè: «Ci viene offerta risposta alle nostre domande se lasciamo loro davvero spazio per manifestarsi, per venire alla luce. Se siamo umani, se non facciamo di tutto per distrarci e non pensare noi non possiamo fare a meno di porre sempre di nuovo domande e cercare il senso della vita, dalle nostre scelte, dalla storia.
Siamo però liberi di decidere se fidarci della Scritture, dalle profezie, della rivelazione, di accogliere le risposte che ci sono donate e di agire poi di conseguenza: possiamo trovare la risposta e stare fermi, come i sapienti e gli scribi. Oppure possiamo metterci in moto e andare anche noi verso il Signore, per adorarlo per fidarci di lui, per riconoscerlo Signore dall'esistenza. I magi si sono rimessi in cammino, hanno ritrovato la stella – e non era bastato guardare il cielo, usare la loro saggezza, hanno dovuto interpellare la Parola di Dio – e, giunti alla meta, hanno provato una grandissima gioia. Hanno trovato ciò che cercavano, al di là di ogni speranza sul contenuto della loro ricerca. Hanno trovato il figlio di Dio. […]. Se siamo figli nel Figlio, e lo siamo - tutti uguali - nella Chiesa, non c'è qualcuno che superiore in qualcosa accolga gli altri».

Un’assemblea eucaristica che, nella gioia del canto, nella proclamazione della Parola in differenti lingue, nei gesti semplici e significativi dell’offerta dell’incenso alla Consacrazione, nel Padre nostro pregato unendo le mani con il vicino, nella pace portata a tutti dai bambini, ha dato senso alle parole del Vescovo in uno dei passaggi conclusivi della sua omelia: «Tutti insieme siamo accolti da Gesù nell'unico suo popolo, nell'unica Chiesa, nell'unica storia di Salvezza. (non c’è un “noi” che accoglie “voi” ma tutti insieme, da pellegrini e stranieri siamo accolti dall’amore di Dio)».

Una Messa dove popoli, culture, tradizioni, uomini e donne con pelle, lingue, usi e costumi differenti, si sono messi: «In ginocchio davanti a lui siamo fratelli, liberi, sovrani.» nella certezza che: «Possiamo tornare alla nostra vita senza pagare pegno ad Erode, possiamo cambiare la logica del mondo, e sconfiggere la paura. Possiamo provare anche noi una gioia grande». (S.N.)

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