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VIVERE LA SETTIMANA SANTA. Nel cuore della Passione

Stiamo vivendo i giorni della passione, morte e resurrezione di Gesù, avvolti in un clima umano e spirituale che non conoscevamo, quello di una solitudine imposta per salvare noi e gli altri. In un tale frangente per molti, soprattutto anziani e malati, si acuisce ancor di più la sofferenza di questo isolamento. Il dolore si fa poi ancor più grande quando la morte giunge senza presenze familiari o amiche.

Parole chiave: passione (7), triduo pasquale (14), settimana santa (41), malattia (22), fragilità (8)
VIVERE LA SETTIMANA SANTA. Nel cuore della Passione

Il parroco, commosso dalla solitudine di quell’anziano infermo, volendo infondergli coraggio, gli disse: “Immagini che sulla sedia qui vicino al suo letto sia seduto Gesù. Lo pensi vicino, gli parli come ad un amico”. Tempo dopo una signora si recò dal parroco per avvisarlo della morte improvvisa del proprio padre, e gli confidò un particolare che l’aveva colpita, di cui, però, non capiva il senso: “Vede, reverendo, ho trovato mio padre morto a letto, ma con la testa reclinata sulla sedia che gli stava accanto”.

Stiamo vivendo i giorni della passione, morte e resurrezione di Gesù, avvolti in un clima umano e spirituale che non conoscevamo, quello di una solitudine imposta per salvare noi e gli altri. In un tale frangente per molti, soprattutto anziani e malati, si acuisce ancor di più la sofferenza di questo isolamento. Il dolore si fa poi ancor più grande quando la morte giunge senza presenze familiari o amiche. Come non mai, chi in un modo chi in un altro, tutti ci troviamo immersi in quello che è il nucleo più tremendo della passione di Gesù: la solitudine. “Tutti, abbandonatolo, fuggirono”, nota l’evangelista Marco, in modo lapidario e drammatico. Anche la voce del Padre tace, quando Gesù lo invoca. Nessuno osa fare un passo per salvare Gesù, se non una donna straniera e pagana, la moglie di Pilato, che chiede al marito di lasciar libero quel “giusto”. Poi, al tramonto di quel venerdì di passione, anche di Gesù si dovrà dire che è  “morto e sepolto”. Ma è proprio il valore di quel misterioso tempo tra la sepoltura di Gesù e la sua resurrezione che oggi ci viene rivelato in modo inatteso. E’ il tempo del Sabato Santo, che forse non abbiamo mai compreso e che ora invece possiamo riscoprire e vivere. E’ il giorno in cui Gesù, in estrema solidarietà con la nostra condizione umana, scende agli inferi, penetra cioè nel regno della solitudine più totale, quella della morte. Sappiamo che liturgicamente questo è il giorno più vuoto dell’anno: non c’è l’Eucaristia, non ci sono incontri di preghiera, le chiese sono vuote e spoglie. Non è forse ciò che stiamo vivendo ora? Non è ciò che tante persone vivono nella loro malattia o nella solitudine dell’età anziana? Non è forse il dramma intimo dell’uomo contemporaneo che si trova solo “sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera” (Quasimodo)?

Eppure, proprio questo nostro tempo che sembra così vuoto, come piazza San Pietro venerdi 27 marzo, non è vuoto, perché abitato da Gesù. L’Eucaristia con cui papa Francesco ha benedetto il mondo sconvolto da “abissale pena”, ci parla di un Dio sempre con noi, fosse anche nell’assenza stessa del sacramento, perché Lui solo, come Lui solo sa, può raggiungere ciascuno di noi, lì dove ci troviamo.

E se non ci sarà possibile vivere le celebrazioni comunitarie della settimana santa, ricordiamo come i malati e gli infermi hanno sempre dovuto rinunciarvi, e non per questo quei giorni erano vuoti per loro. Nei giorni ultimi della sua malattia, papa Giovanni XXIII diceva: “Questo letto è diventato un altare”. Perché allora non venerare e baciare, come fa il sacerdote all’inizio della messa, quell’«altare» che è il luogo dove noi ci troviamo a vivere? Come ai discepoli che chiedevano al Signore: “Dove vuoi che prepariamo la cena pasquale?”, Gesù ci rinvia alle nostre case, specificando però, come nel Vangelo, di preparare la “sala al piano superiore”. E’ lì che il Signore ci attende, in quella dimensione più alta della nostra vita, che sa “assumere la logica del Signore nel giudicare le vicende della storia” (Tonino Bello).

Sarà una Settima Santa diversa, ma assolutamente non in tono minore o, peggio, inesistente. Saranno giorni santi se scopriremo il Signore presente nelle fragilità non solo degli altri, ma anche nostre, perché, “se odiarsi è più facile di quanto si creda... la grazia delle grazie è amare umilmente se stessi, allo stesso modo in cui si ama qualunque membro sofferente del corpo di Cristo” (G. Bernanos).

E se il cuore si sentisse gravato da paura o mancanza di speranza, possa sentire la voce discreta della Madre del Signore, l’unica a non aver perso la fede in quelle ore tremende, che sussurra: “Ricordati, non è tutto finito!”. Il sabato santo porta in cuore la Pasqua, come la notte il sorgere del sole.

don Antonio Guidolin

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