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Veglia giovani: lavoro e dignità

In 800 alla serata con il Vescovo, tra Parola, testimonianze e musica. Al centro della riflessione il lavoro, nel quale spendere i propri talenti e far crescere le proprie passioni, come contributo a costruire un mondo più bello, più vero e più giusto per tutti, prendendosi cura gli uni degli altri

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Veglia giovani: lavoro e dignità

Sabato 9 aprile si è svolta nella palestra della chiesa Votiva di Treviso la veglia dei giovani con il Vescovo intitolata “A tutte le ore c’è da fare”. La serata, che ha visto la partecipazione di circa ottocento ragazzi e ragazze, è stata frutto della collaborazione tra la Pastorale giovanile e la Pastorale del lavoro.

Sette testimonianze intervallate da musica e danze hanno mostrato ai giovani un nuovo modo di intendere uno degli aspetti fondamentali della vita: il lavoro. A introdurre il tema un monologo, che ha sottolineato come il lavoro debba rispondere al desiderio di fare del bene con i propri talenti e cambiare il mondo. Anche chi è considerato non competitivo e non efficiente non dovrebbe essere escluso dal riconoscimento dei diritti fondamentali tra cui il lavoro, con tutta la sua dignità e bellezza.

“E’ bello - ha affermato il sindaco di Treviso Mario Conte - vedere tanti giovani qui oggi a discutere di futuro, di lavoro e del mondo che ci circonda. Troppe volte sentiamo parlare dei giovani in maniera negativa, ma forse la politica dovrebbe imparare a parlare ai giovani e con i giovani”. Dal sindaco l’invito a “recuperare quella pace sociale necessaria ad affrontare le sfide del futuro perché solo se saremo uniti e solidali riusciremo a superare questo momento difficile”.

La Parola del Vangelo scelta per la serata è stata quella della chiamata degli operai della vigna, invitati dal padrone a tutte le ore del giorno e ricompensati con la stessa paga, sia che avessero sudato tutto il giorno sia che avessero lavorato per un’ora soltanto. Sette testimonianze di giovani si sono poi susseguite, intervallate dai brani di “Musicalmente orchestra” e dai balli di Asd Urban dance, indagando sfaccettature diverse del lavoro.

Ludovica ha scelto di parlare del conflitto tra vocazione e profitto: “Spesso mi chiedevo perché mi sembrava di vivere la mia vita in due tempi separati: da un lato il tempo del lavoro, dall’altro il tempo gratuito degli affetti e della mia vocazione. Ho capito che il lavoro non deve servire solo a farmi guadagnare uno stipendio, ma avere anche una funzione espressiva per far emergere i miei talenti, le mie emozioni e tutto quello che mi fa sentire viva dentro” ha detto Ludovica, che si è avvicinata al movimento “The economy of Francesco”.

Emanuele, infermiere nella terapia intensiva del Ca’ Foncello, ha parlato di cura e benedizione: “Curare non è come prendersi cura, si cura una malattia e ci si prende cura della persona. Durante la pandemia le persone arrivavano in terapia intensiva in solitudine e morivano sole. Ho capito allora che una frase può essere una benedizione e che l’amore è la cura più potente che esista”.
Simone ha parlato del lavoro come della possibilità di dare il meglio di sé: “Ho studiato per concretizzare i miei talenti, ho frequentato l’istituto alberghiero ma, finita la scuola, ho avuto difficoltà a trovare lavoro e ad integrarmi. Ciò che ho scoperto nel lavoro è l’importanza della sensibilità e della collaborazione”.

Hardeep, di origini indiane, insieme a Davide del Caf Acli, ha parlato di coraggio, crescita e assistenza raccontando la propria esperienza imprenditoriale e consigliando di trasformare le proprie passioni in lavoro: “Noi giovani dobbiamo avere coraggio per creare qualcosa di nostro seguendo le nostre passioni. Non tutto è facile, a volte anche i fallimenti sono necessari per migliorare”.
Elvis, originario della Nigeria, ha raccontato come il lavoro sia stato per lui una possibilità: “Dal 2016 grazie al progetto «Rifugiato a casa mia» sono stato accolto dalla comunità, ho preso il diploma e ho avuto vari contratti prima a tempo determinato e poi indeterminato. Grazie al lavoro ho potuto avere il permesso di soggiorno ed aiutare la mia famiglia. Per me il lavoro è possibilità per il futuro, mi dà autonomia e mi aiuta a essere libero, mi permette di mantenere la mia famiglia”.

Ellena, giovane assessora del comune di Mussolente ha parlato del lavoro come di una possibilità per generare: “Nonostante lo scetticismo iniziale ho capito che la mia partecipazione in politica poteva essere un modo per portare nella società quegli insegnamenti e quei valori che il Signore ci dona. Fare politica per me è un servizio che mi permette di mettere in campo i miei talenti e donarli alla comunità, mettermi in ascolto dell’altro”.

Il Vescovo ha poi concluso con una riflessione sulla dignità che deriva dal lavoro: “Siamo stati creati tutti uguali. La nostra fortuna è quella di essere nati in questo tempo, in questo luogo, ma che merito ne abbiamo? Forse ci è stato dato qualcosa per aiutare qualcun altro. L’unico merito che possiamo vantare è un Dio che ci ama tutti di amore infinito e vuole il meglio da noi. Se basiamo la nostra società solamente sulla concorrenza, sul merito, sulla competizione, saranno sempre di più quelli che non avranno un lavoro dignitoso. Se lo vogliamo davvero possiamo cominciare noi a cambiare, il nostro lavoro deve essere contributo per un mondo più bello e più giusto”. Al termine, una preghiera corale per le persone colpite dalla guerra.

Tutti i diritti riservati
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