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"Venite in disparte, voi soli" - XVI domenica del Tempo ordinario

Il vangelo presenta due scene: nella prima Gesù accoglie i Dodici di ritorno dalla missione e dedica loro del tempo, invitandoli a “stare” con lui per un po’ di riposo; nella seconda, rinunciando ai suoi progetti di “ritiro”, egli manifesta la sua compassione per la folla che lo sta cercando

"Venite in disparte, voi soli" - XVI domenica del Tempo ordinario

Il ritorno dei Dodici dalla prima esperienza di missione – che non viene descritta per lasciare spazio al racconto del martirio di Giovanni il Battista (Mc 6,14-29) – segna l’inizio della cosiddetta “sezione dei pani” (Mc 6,30 – 8,21), nella quale si riferisce di una duplice moltiplicazione: una prima sulla sponda occidentale (parte ebraica) e una seconda su quella orientale del lago (regione abitata dai pagani), come a dire che quel pane è per tutti, giudei e non giudei. La liturgia delle prossime domeniche non segue il racconto di Marco, preferendo presentare buona parte del capitolo 6 di Giovanni, nel quale la moltiplicazione dei pani è commentata con il celebre discorso tenuto presso la sinagoga di Cafarnao.

Il vangelo odierno presenta due scene (Mc 6,30-34): nella prima Gesù accoglie i Dodici di ritorno dalla missione e dedica loro del tempo, invitandoli a “stare” con lui per un po’ di riposo (vv. 30-33); nella seconda, rinunciando ai suoi progetti di “ritiro”, egli manifesta la sua compassione per la folla che lo sta cercando (v. 34).

In un primo momento, dunque, raccoglie attorno a sé coloro che aveva inviato per ascoltare quanto “avevano fatto e quello che avevano insegnato”. In verità, però, non lascia molto spazio a questo resoconto e non sembra molto interessato a quello che gli apostoli erano riusciti a “fare”; piuttosto, è preoccupato del fatto che essi non riescano nemmeno a trovare il tempo per mangiare. Per questo motivo li invita a spostarsi in barca: anche in questo caso la traversata del lago segnala un passaggio di qualità. La sapienza della chiesa ha sempre opportunamente letto questo brano come un invito a trovare – come credenti – dei tempi e degli spazi adeguati per poter staccare dalle attività quotidiane e ritrovarsi in una relazione intima con Gesù.

Radunerò io stesso il resto delle mie pecore

La seconda scena indica chiaramente che i tempi e gli spazi di “ritiro” non sono alternativi alla dedizione totale che è richiesta nei confronti del prossimo: non si tratta, infatti, di momenti di “fuga”, quanto piuttosto di occasioni di rinnovato “incontro” con Gesù, per ritrovare la piena sintonia con i suoi “sentimenti” (cf. Fil 2,5) e tornare ad “agire” nel suo nome. Il narratore, infatti, annota che, nel momento in cui scendono dalla barca, Gesù, vedendo la folla, “ebbe compassione di loro” (Mc 6,34). Il verbo greco utilizzato (splanchnizomai), che nei Sinottici ha sempre Gesù come soggetto, esprime un profondo coinvolgimento interiore, come quello che prova nelle sue “viscere” una mamma nei confronti dei propri figli.

Sono quei sentimenti che Dio aveva già manifestato nell’AT tramite la predicazione dei profeti. È vero che il Signore, nella prima lettura odierna (Ger 23,1-6) usa toni molto duri nei confronti dei “pastori”, ossia di coloro che avevano la responsabilità di guidare il suo popolo: ma lo fa proprio perché essi non svolgono il proprio compito con adeguata dedizione, causando la dispersione del “gregge”. Gesù, qualche secolo più tardi, si trova a fare la stessa triste constatazione: i pastori non compiono il loro dovere, tanto che le folle sono “come pecore che non hanno pastore”. È evidente il rimprovero rivolto alle autorità religiose dell’epoca; ma vi si può leggere anche un richiamo ai Dodici che, tornati pieni di entusiasmo dall’esperienza missionaria, non erano però ancora in grado di prendersi cura di quel “gregge” che stava per essere loro affidato. In ogni caso, appare chiaro che l’evangelista vuole mettere in relazione l’intervento di Gesù con la promessa che Dio stesso aveva fatto per mezzo di Geremia: “susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra” (Ger 23,5).

Ha abbattuto il muro di separazione

Nel brano della lettera agli Efesini proposto come seconda lettura l’autore si rivolge direttamente ai cristiani provenienti dal paganesimo che, prima della conversione, erano “senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo” (Ef 2,12). Ora, invece, essendo anch’essi “in Cristo Gesù”, sono “una cosa sola” con coloro che provengono dall’ebraismo (Ef 2,13-18). L’osservanza della Legge, che doveva essere un segno di appartenenza a Dio, era diventata un “muro” di separazione rispetto agli “altri”: il sangue di Cristo, invece, riconciliando gli uni e gli altri con Dio, ha abbattuto ogni elemento di divisione.

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