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Beppe Fenoglio: cento anni fa nasceva lo scrittore piemontese

Nel mondo popolato di antieroi dello scrittore, il cui successo è stato riconosciuto solo dopo la morte. Solo adesso se ne apprezza lo stile personalissimo e del tutto inimitabile e chissà se non sia finalmente arrivata l’occasione per farlo conoscere oltre che in Italia, anche nel resto del mondo

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Beppe Fenoglio: cento anni fa nasceva lo scrittore piemontese

Sarà stato per il suo carattere estremamente riservato, per l’esistenza schiva e appartata, lontana dai grandi circuiti culturali e dalla politica editoriale, un intellettuale senza che egli stesso si sentisse tale, ben lontano tanto dalla smania del successo quanto dalla pretesa di guidare, come novello vate, il rinnovamento della società. Un narratore anomalo, piuttosto, forse un semplice memorialista restio a scegliere gli enigmi letterari ai quali aderire.

Perciò per lui, per Beppe Fenoglio, si è parlato di verismo, ma anche di neorealismo strettamente provinciale, di semplice e tradizionale memorialista, senza riconoscerne appieno il valore, almeno in vita.
Anzi, dalla critica meno attenta e puntuale, è stato assai spesso etichettato come uno scrittore “postumo”, come se, pur nel pieno della sua numerosa produzione letteraria, non si fosse mai accorta di lui.

Il successo di Fenoglio è stato quindi riconosciuto con imperdonabile ritardo, a partire dal 1963, anno della sua scomparsa, e dopo il riordinamento di vari scritti, alcuni dei quali allo stato di semplici manoscritti, mai del tutto pienamente sistemati. E’ il caso di “I 23 giorni di Alba” (1952), “Primavera di bellezza” (1959), “Il partigiano Johnny” (1968), “La paga del soldato” (1969).
Se a questi, si aggiunge, “La Malora”, composto nel 1954, un realistico romanzo sul mondo contadino delle Langhe del Cuneese, caratterizzato dalla miseria e da rapporti aspri e violenti, e “La paga del Sabato” del 1969, che ci racconta dei difficili problemi del dopoguerra di un ex partigiano in un lavoro regolare, si comprendono i due temi principali delle sue opere: la partecipazione attiva alla Resistenza armata e il racconto delle amate colline, nelle quali è nato e vissuto.
Nella loro diversità per temi e composizione racchiudono, uno a uno, tutti i tasselli di una esistenza coperta a lungo da una coltre di pesante cono d’ombra.

Un doveroso riconoscimento
Solo adesso se ne avverte il valore, se ne apprezza lo stile personalissimo e del tutto inimitabile e chissà se, a un secolo di distanza dalla nascita (marzo 1922), non sia finalmente arrivata l’occasione per farlo conoscere oltre che in Italia, anche nel resto del mondo.
Fenoglio è l’indiscusso cantore delle colline delle Langhe, dalle quali non si è mai allontanato, senza rievocare di esse, come accade in Cesare Pavese, origini mitiche e un mondo dell’infanzia da vagheggiare, ma amate e vissute per quello che esse erano, terra di fatica e di lavoro, di sudore e di miseria, spesso di disperazione, scorgendo in esse la logica stessa dell’esistenza per sopravvivere. In esse Fenoglio scopre, anzi, intensissimi rapporti umani, familiari e sociali all’interno dei quali egli stesso intende calarsi per capirne sino in fondo gli elementi che li animano, compresa la necessità della violenza che sembra dominare l’uomo che per lui diventa quasi un emblema della stessa visione della vita, una violenza, del resto e, si direbbe naturalmente, insita nelle cose, laddove i rapporti umani sono allo stato incontaminato e puro.

E’ questo contesto che condiziona e plasma l’inventiva e lo stesso linguaggio che danno vita ai singoli racconti, contribuendo anche a permettere una fedele rappresentazione di quel mondo, grazie anche alla forte influenza derivata dalla conoscenza della letteratura inglese. Così, per sua ammissione, ogni pagina dei singoli racconti “esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”, come fosse l’esito finale di un continuo e meticoloso cesellare per raggiungere la forma espressiva più adeguata e aderente alle sensazioni avvertite, ai personaggi tipici e ai luoghi descritti.

Soprattutto nei romanzi che raccontano con una forma scarna ed essenziale la Resistenza. Specialmente “Il partigiano Jonny”, una storia il cui nucleo è quello che fare il partigiano è una scelta esistenziale, “Una questione privata”, un romanzo per niente ideologico sulla Resistenza con al centro due ragazzi, Milton e Giorgio, che s’innamorano della stessa ragazza, e “Primavera di Bellezza” - titolo tratto dai versi di “Giovinezza”, noto inno fascista - la cui trama ruota attorno alle vicende di un giovane ufficiale nel turbinio dello sbandamento dell’8 settembre del 1943, che ritorna nelle sue Langhe, prima di morire in un’imboscata a una colonna militare tedesca. Una Resistenza, insomma, tutt’altro che decifrata con sguardo eroico e i cui protagonisti sono antieroici, uomini comuni costretti ad affrontare le tragedie dei quali la storia è intessuta, capaci di contribuire a salvare l’Italia soprattutto dal punto di vista spirituale, dopo un ventennio fascista.
Se un merito bisogna doverosamente riconoscere a Fenoglio è quello di averci regalato - come scrive Elisa Chiari - “storie di guerre e di pace, soprattutto di amore e di morte” che hanno davvero un respiro universale.

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