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Dante, la Chiesa e l'Apocalisse

L’Apocalisse, l’ultimo libro della Bibbia e di gran lunga il più enigmatico, ha largamente ispirato Dante Alighieri che ha rivisitato il testo biblico in chiave critica rispetto alla corruzione della Chiesa dei suoi tempi. Se ne parlerà al Festival Biblico nella serata iniziale giovedì 12 maggio in piazza Duomo

Parole chiave: giovanni (100), purgatorio (1), dante (25), divina commedia (7), apocalisse (6), chiesa (300), papi (4)
Dante, la Chiesa e l'Apocalisse

Di voi pastor s’accorse il Vangelista, / quando colei che siede sopra l’acque / puttaneggiar coi regi a lui fu vista; / quella che con le sette teste nacque, / e da le diece corna ebbe argomento, / fin che virtute al suo marito piacque (Inf. XIX 106-108). Dante e Virgilio avanzano tra le bolge dell’ottavo cerchio infernale. Ecco i segni della Chiesa corrotta: i papi conficcati a testa in giù in stretti pozzi scavati nella roccia. Stravolsero il senso della loro missione e ora sono capovolti. Fiammelle bruciano le piante dei piedi nella memoria, a sua volta ribaltata, della discesa dello Spirito sugli apostoli. Papi contemporanei e papi futuri. Bonifacio VIII si accorderà col re di Francia e Clemente V trasferirà il papato ad Avignone. Dante urla una condanna che dipinge la Chiesa prostituita. Parole dell’Apocalisse di Giovanni (XVII 1-3, per Dante evangelista e redattore dell’ultimo libro neotestamentario sono la stessa persona): una meretrice seduta sopra una bestia scarlatta.

La meretrice è Babilonia, la città ostile a Dio. E la bestia con sette teste e dieci corna, è simbolo dell’Impero romano. Attesa sulla riva dal drago / Satana (A. XII 1-3), è stata generata dal mare. Per il fiorentino è immagine stravolta della Chiesa. Le teste sono i sacramenti, le corna i comandamenti. Corna e teste dello scritto biblico alludono invece al succedersi di re e imperatori nemici dell’Agnello / Cristo. Il genio visionario di Dante la reinventa, l’Apocalisse. Il libro catturò lui e un po’ tutto l’immaginario del Medioevo. Con un quesito. Alla densità simbolica del testo è impossibile accostarsi senza un commento. E’ probabile che Dante guardi a Gioacchino da Fiore (è in Par. XII 139-141, tra i sapienti), teologo vissuto un paio di generazioni prima. Magari con la mediazione di Pietro di Giovanni Olivi, un francescano che di Dante era contemporaneo.

La cultura medievale, così attenta a simbolo e allegoria (da leggere il secondo capitolo del Convivio dantesco), privilegiava le suggestioni dell’Apocalisse. Ma per Dante non è solo il fascino di un enigma. Lo apprendiamo nella descrizione del paradiso terrestre, in cima alla montagna del purgatorio (canti XXVII-XXXIII). Soprattutto la grande processione di cui il poeta ha visione.
Scorge in lontananza sette alberi d’oro. Ma, da vicino, vede che sono candelabri. Rischiarano tutto il cielo. Le fiamme si lasciano dietro sette liste. Sono immagine dei sette spiriti di Dio, come leggiamo nell’Apocalisse. Da essi nascono i sette doni dello Spirito Santo (le sette liste). Poi 24 vecchi con corone di gigli (i 24 libri dell’Antico Testamento; i gigli, simbolo di purezza). Ecco apparire quattro animali, coronati da una fronda verde (i quattro evangelisti). Hanno sei ali le cui penne sono piene d’occhi (conoscenza del passato e preveggenza del futuro).
I quattro animali stanno attorno a un carro trionfale più imponente del carro del sole. E’ trainato da un grifone, il Cristo dalla duplice natura, umana e divina. Vediamo sette donne, le virtù teologali e cardinali. Poi l’evangelista Luca, vestito da medico, e Paolo che regge una spada. Seguono Pietro, Giovanni, Giacomo e Giuda, a loro volta autori di Epistole.

E ancora Giovanni, in quanto autore dell’Apocalisse. Dorme, assorto nella visione. E’ un veggente, non un profeta. Il corteo si ferma. Cento angeli si alzano in volo, hanno sulle labbra Benedictus qui venis, il saluto che accolse Cristo in Gerusalemme. Dante è in riva al Lete, il fiume della purificazione. Il carro è centro della rappresentazione, immagine della Chiesa e della sua storia tormentata. Sempre trainato dal grifone / Cristo. L’animale lega il timone a un albero sterile e secco che subito fiorisce di rose. E’ la pianta del bene e del male. Mangiandone il frutto, Adamo offese la giustizia divina. La fioritura in rosso ricorda la crocifissione che ha permesso all’umanità di rientrare nel solco della giustizia di Dio. Più rapida di un fulmine, scende dal cielo un’aquila. Strazia foglie e fiori appena ricresciuti. Poi si volge a danneggiare il carro contro il cui fondo si avventa anche una volpe. L’aquila lascia cadere alcune penne che simboleggiano la donazione di Costantino da cui iniziarono le cupidigie della Chiesa. Fra le ruote del carro la terra si squarcia e ne esce un drago. L’aquila è immagine delle persecuzioni subite dalla Chiesa, la volpe delle eresie, il drago degli scismi. Inizia una orribile trasformazione. Il carro mette sette teste, tre sul timone e una per ognuno dei quattro lati. Le tre sul timone hanno due corna, le altre un unico corno. I sette peccati capitali da nessuno dei quali la Chiesa è immune. Sicura, quasi rocca in alto monte, / seder sovresso una puttana sciolta / m’apparve con le ciglia intorno pronte (Purg. XXXII 148-150). La puttana sciolta ha vicino un gigante che la sorveglia e la bacia. La Chiesa corrotta si concede al re di Francia.

L’Apocalisse sbuca da ogni parte: i sette candelabri accesi (A. IV 5), i 24 vecchi (A. IV 4); i quattro animali / evangelisti (A. IV 6-8). Il ritorno ossessivo del numero 7 (numero della totalità e della completezza; sette, tra l’altro, sono le chiese d’Asia dedicatarie del libro). E poi lampi, tuoni, gioielli, colori, terremoti.
Di suo, Dante mette il carro, il grifone, l’albero che rifiorisce. Ma è Apocalisse: nel disegno generale, nel clima e nella tensione narrativa, nei mali che si abbattono sulla Chiesa. Nella vittoria finale.

Dante forgia un possente dispositivo ideologico. Vive (e testimonia con la scrittura) la fede in una redenzione che sicuramente verrà. La Chiesa rifiorirà sul sangue che Cristo sparse dalla croce. L’Apocalisse, la visionarietà, lo stare in tutti tempi e in ogni spazio offrono al grande fiorentino la miglior garanzia narrativa e metodologica.
Visualizzare il futuro è dare significato al presente. E la sofferenza amara del suo andare ramingo ha un senso che è radicato nella storia che è e che sarà.
Non conosce il greco, l’uomo del 1200, ma sa che apocalisse significa rivelazione. In A. 6 si racconta la progressiva rottura dei sette sigilli del libro del futuro a opera dell’Agnello / Cristo. Dante avverte il lettore che proprio lui, l’esiliato fiorentino gravato da una colpa infame (e ingiusta, una crocifissione), è chiamato dalla sua missione, dalla natura del viaggio nell’oltretomba, a spezzare per l’umanità intera i sette sigilli del “nuovo” futuro.

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