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Il libro: Preti in prima linea

L'autore, Riccardo Benotti, si occupa dei sacerdoti vittime del Covid-19 in un viaggio dal Nord al Sud del Paese per rendere noti a tutti i nomi, i volti e soprattutto le azioni di coloro che hanno perso la vita. Con alcuni profili più approfonditi e quattro interviste a sacerdoti "di frontiera" che invece ce l'hanno fatta

Il libro: Preti in prima linea

Ci sono quelli “che ce l’hanno fatta”. E quelli, tantissimi, che, invece, sono morti. Un lungo elenco, dietro al quale ci sono autentiche vite donate. E’ dedicato ai sacerdoti il libro “Covid-19: preti in prima linea. Storie stra-ordinarie di chi ha dato la vita e di chi non si è arreso” (edizioni San Paolo), scritto dal giornalista Riccardo Benotti, capo-servizio dell’agenzia Sir, in quello che può essere definito il “primo bilancio” dei sacerdoti del clero italiano morti per il Covid.

Nella prima parte del libro si raccontano le testimonianze dirette dei preti che hanno servito il popolo che è stato loro affidato durante il primo anno della pandemia: il cappellano dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, il presidente dell’Opera diocesana assistenza a Firenze, il cappellano del carcere di San Vittore a Milano e un parroco della periferia di Roma. Poi, nella seconda parte, ecco le storie dei sacerdoti che sono morti.

Un viaggio dal Nord al Sud del Paese per rendere noti a tutti i nomi, i volti e soprattutto le azioni di coloro che hanno perso la vita.  Dal 1° marzo al 30 novembre 2020 sono 206 i sacerdoti diocesani italiani che muoiono a causa diretta o meno dell’azione del Covid-19. A essere coinvolto nella strage silenziosa è quasi un terzo delle diocesi: 64 su 225. L’80 per cento dei casi mortali è in Italia settentrionale, il 38% in Lombardia. L’età media dei decessi è di 82 anni, in linea con la tendenza nazionale. Benotti dedica a ciascun sacerdote un profilo, un’ampia scheda. Ma sceglie di valorizzare quattro autentici testimoni, raccontandoli in modo più ampio: il cappellano del carcere di Bergamo, don Fausto Resmini; don Silvio Buttitta di Palermo, compagno in seminario di don Pino Puglisi; don Giovanni Melis, di Nuoro; un padre di famiglia che ha percorso la via del sacerdozio in età avanzata, dopo la morte della moglie; don Vincenzo Rini, di Cremona, ben conosciuto nel mondo dei settimanali diocesani, essendo stato il presidente della Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc).

La presentazione è del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, anch’egli chiamato ad affrontare il Covid-19 in forma acuta, che scrive tra l’altro: “Il sacerdote, scriveva don Primo Mazzolari, «è il viator non soltanto per l’inquietudine dell’eterno, che possiede in comune con ogni uomo, ma per vocazione e offerta. Si deve tutto a tutti, e lui non si può mai abbandonare interamente a nessuna creatura. E’ un pane di comunione che tutti possono mangiare, ma di cui nessuno ha l’esclusiva». Sono parole che ho trovato incarnate nei 206 preti diocesani morti in Italia, dal 1° marzo al 30 novembre 2020, di cui questo libro racconta il vissuto umano e pastorale. Sono stati pellegrini, come diceva don Mazzolari, «per vocazione e offerta»”. Prosegue il cardinale Bassetti: “Molto spesso si ha poca coscienza della capillarità delle nostre Chiese locali, nelle grandi aree urbane, ma soprattutto nei piccoli centri. Nelle une e negli altri, il pellegrinaggio di tanti sacerdoti sosta nelle vicende gioiose e sofferte degli uomini e delle donne, fino a diventarne tessuto connettivo. È il filo della memoria che si rinnova nell’umanità”.

Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.

Com’è nata l’idea di questo libro?

Il 27 marzo dell’anno scorso, quando papa Francesco fece quella memorabile preghiera nella piazza San Pietro vuota. Elencò una serie di figure dimenticate, che in quel momento erano in prima linea, come i medici, gli infermieri... e citò anche i sacerdoti e i religiosi. Ho voluto cercare di capire quello che stava succedendo in questi mesi tra i sacerdoti italiani. Non dico che siano dimenticati, ma a livello nazionale di loro, quest’anno, si è persa la memoria. Eppure, già nel mese di marzo erano 99 i preti morti a causa del Covid-19. Ho voluto abbinare ai loro volti le loro storie.

Non parli però solo di coloro che non ce l’hanno fatta, ma anche di chi è vivo? Come hai scelto queste figure?

Ho voluto aprire il libro parlando di quattro sacerdoti, quattro modi di essere in trincea, in servizi delicati, durante questi mesi colpiti da grandi focolai. Don Marco Recalcati è cappellano nel carcere di San Vittore, a Milano. Don Luca Cappiello cappellano all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Don Roberto Cassano è parroco in una periferia romana, con molta delinquenza. Le parrocchie non hanno mai chiuso del tutto, hanno sempre avuto richiese di aiuto. Don Roberto si è trovato nella situazione di ricevere richieste d’aiuto perfino dagli spacciatori. Don Fabio Marella è presidente dell’Opera diocesana assistenza di Firenze. Tra i “suoi” disabili c’è stato un terribile focolaio.

Altre quattro storie riguardano invece preti che sono morti...

Sì, ho pensato di valorizzarne alcuni, come don Vincenzo Rini e il suo impegno per la stampa cattolica, o don Silvio Buttitta, amico di don Pino Puglisi, attivo nel quartiere difficile di Sant’Agata, ho parlato con molti che l’hanno conosciuto. Ho raccontato la storia di don Giovanni Melis: sposato, due figli, rimasto vedovo è diventato sacerdote, viceparroco e parroco a Nuoro. Andava spesso in Africa, in Burkina Faso. E poi don Fausto Resmini, cappellano del carcere di Bergamo, che ora è stato dedicato a lui. Ho capito che era una figura importantissima, non vorrei esagerare ma in città è percepito come un santo.

Il libro continua con un lungo elenco di sacerdoti deceduti. Cosa li accomuna, al di là della causa della loro morte?

Ci sono preti tra i 46 e i 105 anni, quello che ho percepito è una grande normalità, ma anche il fatto che moltissimi erano presenti in territori abbandonati, in cui però la Chiesa è presente. Incontravano persone, erano radicati nel territorio.

Ma non erano super-eroi, torno a dirlo: persone normali, che hanno però vissuto pienamente il loro ministero.

Accanto ai sacerdoti, ci sono le comunità. Cosa emerge nel libro della vita delle parrocchie?

Quest’anno hanno fatto tanta fatica. Ho percepito questa fatica anche parlando con alcuni vescovi, come quelli di Bergamo e Brescia. Del resto, è stato un anno difficile per tutti noi. Però, da queste difficoltà emergono comunità vive, che hanno saputo dare quest’anno un grande aiuto, non solo economico, ma anche spirituale, umano, psicologico. Quella che emerge è una rete forte.

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