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Il miele in Veneto: necessaria cura per le api

A causa del cambio delle condizioni climatiche e della riduzione della biodiversità, la produzione per ogni alveare si è praticamente dimezzata. Nonostante le tante difficoltà, resistono gli appassionati apicoltori come il cavalier Bruno Marcon

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Il miele in Veneto: necessaria cura per le api

Fiori di montagna, di collina, fiori bianchi, gialli, fiori profumati in questi giorni mettono in fermento gli alveari.
Le api più giovani stanno imparando a volare, le bottinatrici escono di pomeriggio, sconfinano nei campi vicini e ritornano con un bottino di nettare di tarassaco e ciliegio, che, fioriti in simultanea, non permettono una produzione monofloreale di miele al migliaio di apicoltori professionali veneti inscritti alla Camera di commercio: una schiera rafforzata da oltre seimila hobbisti, tutti insieme osservatori del clima e dell'ambiente. Sì, perché criticità ambientali e variazioni climatiche fanno male alle api, le indeboliscono, le portano a morte.

“I dati della produzione nella nostra provincia - spiega Sergio Perandin, medico veterinario referente apistico dell’anagrafe Apat - parlano chiaro: se nel primo decennio del duemila ogni alveare produceva dai 30 ai 40 chilogrammi di miele per anno, ora la media si è quasi dimezzata fermandosi ai 20 chilogrammi per il cambio delle condizioni climatiche e la riduzione della biodiversità. La monocoltura ha, infatti, ridotto la quantità di fiori e le irrorazioni, tutte negli stessi giorni e su spazi ampi, formano una specie di nuvola nociva agli insetti. E non ci sono più siepi e nemmeno prati stabili. L’apicoltore, che deve alimentare le famiglie di api sia per assicurare la produzione sia per favorire le scorte per l'inverno, è stato costretto ad aumentare le quantità: nel primo decennio del duemila lo zucchero necessario per un alveare si aggirava sui 3/4 chilogrammi all’anno, dose raddoppiata negli ultimi dieci anni”.
Apicoltura è passione: lo sa bene il cavaliere Bruno Marcon, 77 anni, uno dei maggiori esperti, che da bimbo rincasava col nonno dal vespero imboccando la via più lunga per visitare gli alveari di due paesani. Passione entrata a piccole gocce, tutte assorbite.

E così una quindicina di anni più tardi avrà una propria azienda che, come una torta ben riuscita, è lievitata nel tempo con alveari anche in Toscana, ora dismessi per i troppi vigneti, e in Polesine.

Nel suo negozio, a Selva del Montello, il viavai è continuo, le voci si trasformano in musica, i clienti si scambiano consigli mentre acquistano il necessario, perché la scelta è ampia e va dalle casette, ai telai ai fogli di cera e a tanto altro: ogni oggetto è prodotto sotto lo sguardo competente del “paron”. E i clienti arrivano perfino dalla Slovenia, attratti dalla professionalità del laboratorio, capace, come una sartoria su misura, di soddisfare le esigenze di ognuno anche grazie all’entusiasmo dei due figli che stanno seguendo le orme del padre.
“Questo è un robot per i telai, un automa che fa tutto da solo. E mi è costato quanto un appartamento” dice con orgoglio il cav. Bruno.
Alla classe della scuola primaria appena partita col pullman, Bruno Marcon ha regalato un po’ di mistero inserendo la mano nell'alveare: gli insetti vi si sono appoggiati fino a coprirla, la hanno accarezzata senza lasciare segni di puntura.

“No, non c’è più spazio per ospitare altre scolaresche - afferma scuotendo il capo- abbiamo prenotazioni fino a giugno”.
“Un tempo - racconta mentre apre le porte della casetta nella sua fattoria didattica a due passi dal Montello - il contadino falciava giorno per giorno un pezzetto di campo e così le api avevano il tempo di succhiare una grande quantità di nettare. Ora, nei grandi appezzamenti, soprattutto in Polesine, i mezzi meccanici falciano ad alta velocità, senza lasciare via di fuga alle api che muoiono sotto la furia della macchina”. Una moria quasi sconosciuta perché non evidente quanto, per esempio, l’avvelenamento di uno sciame.

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