Cultura e Spettacoli
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Intervento: Fedeli alla terra perché fedeli a Dio

La provocazione nel pensiero di Nietzsche: "Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraeterne speranze! Lo sappiamo o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire!"

Intervento: Fedeli alla terra perché fedeli a Dio

Sta capitando di tutto in questo nostro mondo. Tante cose non ci piacciono, altre ci preoccupano, altre ancora ci scandalizzano. La solitudine del cristiano assume spesso le sembianze del sentirsi forestiero a casa propria, del percepirsi di un altro pianeta. In alcuni è prorompente il desiderio di chiudersi e difendersi, in altri è forte la tentazione di uscire in qualche modo dalla storia e crearsi un mondo parallelo, per così dire quasi una zona franca, per poter incontrare Dio e vivere meglio la fede, singolarmente e comunitariamente. Si tratta di spinte comprensibili, ma non propriamente evangeliche.

Una storia abitata. Per il mistero dell’incarnazione, il riferimento alla storia è parte costitutiva della nostra fede. La storicità, che ci caratterizza come esseri umani, rappresenta una delle categorie fondamentali della nostra esperienza di credenti, tanto da essere la dimensione e condizione in cui ci è dato di incontrare Dio. Entrando nella storia e abitandola in forma umana, infatti, egli si è fatto toccare, udire e vedere. Se è vero questo, allora, grazie al suo Spirito, il Signore ci parla non solo attraverso il testo sacro, ma anche dentro e mediante i fatti della vita, personale e collettiva. Questa nostra storia, ci piaccia o no, è il luogo dell’incontro con lui.

Un cambio radicale di prospettiva. C’è una conversione, dunque, cui tutti siamo chiamati. Riguarda il motivo e il modo di accostare la storia, i suoi accadimenti e le sue dinamiche. Si tratta di un cambiamento radicale di prospettiva, che ha a che vedere con l’approccio alla realtà contemporanea, cioè con l’atteggiamento dal quale muovere l’osservazione, lo studio, l’analisi e l’interpretazione dei fenomeni culturali, sociali e religiosi che segnano la vicenda quotidiana degli uomini e delle donne di oggi.

La qualità della nostra disposizione interiore è importante, poiché lo stato d’animo (fiducia, speranza, ansia, rabbia, insoddisfazione, rassegnazione…) con il quale ci poniamo di fronte alla storia incidono sul nostro modo di vedere, giudicare e agire.

C’è di più. Noi cristiani siamo soliti prendere in considerazione le dinamiche della storia con l’intento di individuare delle attenzioni, delle modalità comunicative, delle strategie sempre più efficaci sul piano della trasmissione della fede all’uomo contemporaneo, quindi dell’annuncio del Vangelo e della testimonianza. E’ buona cosa, ma non basta: non possiamo chiamarci fuori dal mondo, giacché la cultura del nostro tempo ci coinvolge a tal punto da condizionare in maniera seria il nostro sentire, pensare e agire. Poiché il mondo così com’è è ben di più di uno scenario nel quale noi cristiani, singoli e comunità, ci muoviamo, dovremmo considerare con attenzione i fenomeni del nostro tempo prima di tutto per capire noi stessi, per verificare il nostro modo di ascoltare il Vangelo, di servire la Chiesa e vivere la fede. Abbiamo bisogno noi per primi di lasciarci educare da Dio. In tale prospettiva, anche questo prolungato tempo di pandemia, con la profonda crisi che l’accompagna in ogni ambito della vita individuale, sociale ed ecclesiale, da minaccia può trasformarsi per noi cristiani e le nostre comunità in una straordinaria opportunità ai fini di una più convinta, autentica e concreta fedeltà al Vangelo. A patto che vi sia la disponibilità ad abitarlo, elaborarlo insieme alla luce della Parola, farne tesoro in vista di un serio ripensamento delle prassi acquisite della celebrazione, dell’annuncio e della carità.

Responsabilità e cura. Nel corso della storia, siamo stati più volte aspramente criticati di essere degli alienati e proporre alienazione. Può essere che con alcuni nostri discorsi e certe nostre prese di posizione abbiamo dato a intendere questo. In realtà, il Signore ci vuole tutt’altro che così. Il cristiano secondo il Vangelo è un uomo fino in fondo, solidale con tutti i suoi fratelli e le sue sorelle, inserito nella storia a pieno titolo e con grande serietà. Per il mistero dell’incarnazione, ci sentiamo gettati in questa porzione di spazio e tempo con vero senso di responsabilità. Non proponiamo un mondo parallelo o ultraterreno come compensazione o soluzione vicaria a delle persone che soffrono qui e ora. Lavoriamo, piuttosto, perché in ogni angolo della terra si diffondano sempre più pace, giustizia e solidarietà, senza mai perdere di vista la meta ultima. Il credente maturo prova a tradurre la propria fede in un modo singolare di vivere gli affetti, di abitare la città, di esercitare la professione, di amministrare i beni della terra, di adoperarsi per il bene comune.

Presenza e missione. Al singolo cristiano è chiesto di assumere e praticare le due attenzioni che sono della Chiesa tutta in rapporto al mondo. Si tratta di atteggiamenti profondi capaci di ispirare e sostenere l’agire. Non l’uno senza l’altro. Il primo si esprime nel mettersi in ascolto per discernere i semi del Verbo presenti nella vita e nella storia, al fine di valorizzare e promuovere ciò che di vero, bello, buono e giusto già c’è. Il secondo, complementare al primo, si fonda sulla coscienza e convinzione dell’eccedenza e trascendenza del Vangelo rispetto non solo al già vissuto, ma anche a ogni bisogno, desiderio e attesa umanamente possibili. E’ questa consapevolezza a darci il coraggio e l’umiltà dell’annuncio e della testimonianza.

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