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La Memoria inizia a scuola

Anche quest’anno numerose iniziative locali per il Giorno della Memoria, soprattutto nelle scuole. “Ma è necessario rendere protagonisti gli studenti”, avverte Erika Lorenzon, direttrice scientifica dell’Istresco.

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La Memoria inizia a scuola

Il 27 gennaio del 1945 Primo Levi sta rovesciando l’ennesima salma dentro una delle tante fosse che circondano il campo di concentramento di Auschwitz. Nel libro “La tregua” questo scrittore italiano, ebreo e deportato dai nazisti, racconta di come quel giorno vede arrivare quattro militari russi con quattro grosse mitragliatrici. E’ la fine della carcerazione, della persecuzione, ma non la fine del dolore che per Levi sarà infinito, incolmabile: il dolore e la vergogna che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri. Quella data è diventata poi il simbolo della Shoah, dello sterminio di 6 milioni di ebrei. L’Italia introdusse il “Giorno della memoria” nel 2000, qualche tempo dopo la Gran Bretagna e la Germania e prima della risoluzione dell’Onu del 2005.
“Da subito in Italia - spiega la professoressa Erika Lorenzon, direttrice scientifica dell’Istresco - si aprì un profondo dibattito tra le associazioni che erano nate dal drammatico evento della deportazione in Italia. Si riconobbe che se la Shoah, ovvero lo sterminio del popolo ebraico, era la componete più pesante e drammatica del progetto nazista, non si dovevano dimenticare in seno ad essa tutte le altre categorie di “diversi”, di ogni nazionalità, che finirono nei campi di concentramento e di sterminio. L’Associazione nazionale ex deportati politici e razziali, Aned, si propose come garante di questa impostazione”.
Ancora oggi la ricorrenza è celebrata con grande regolarità nei diversi istituti scolastici del nostro territorio. Dopo un inizio legato molto a forme istituzionali e celebrative, nelle scuole si è progressivamente introdotto un certo protagonismo degli studenti. “Conta molto la sensibilità degli studenti e degli insegnanti, che il dirigente scolastico attento cerca di leggere e indirizzare. Proprio questo determina forme molto diverse di celebrazione. Ad esempio lo scorso anno al Liceo Canova era presente il prefetto di Treviso, il rabbino capo della comunità ebraica di Venezia e ci fu una prolusione del professor Francesco Berti dell’Università di Padova. Presso l’Istituto Palladio di Treviso ci fu uno spettacolo teatrale dal titolo “L’innocenza è rotta. I bambini dell’Olocausto si raccontano”. Il Liceo Levi di Montebelluna propose la riflessione “Hakoah. Dall’Anschluss agli ultimi giorni dell’umanità” e l’anno precedente una riflessione del giornalista Ivan Grozny Compasso sulla tragedia siriana. Quest’anno il Liceo Leonardo da Vinci di Treviso ha prodotto uno spettacolo teatrale”.
“L’importante - spiega ancora la professoressa Lorenzon - è che queste iniziative non vengano calate dall’alto. Se si riescono ad attivare strategie di coinvolgimento degli studenti, si evita di monumentalizzare il ricordo, di contrapporlo ad altri ricordi, magari facendo a gara su chi fa il monumento più bello. Meglio non vedere gli studenti portati per forza in aula magna”.
Le scuole in questi anni non devono aver gestito male questa opportunità, lo conferma un’indagine condotta a fine del 2016 dall’Aned. “Leggendo questa indagine apprendiamo che due terzi dei giovani italiani tra i 16 e i 25 anni conosce la Shoah e ne dà una descrizione corretta, quasi tutti, il 95 per cento, ne hanno sentito parlare. Tre quarti dei giovani intervistati hanno partecipato almeno una volta ad una iniziativa organizzata dalla scuola. La percentuale scende un po’ quando si parla di coinvolgimento personale nelle celebrazioni: solo il 66 per cento è sufficientemente coinvolto. Pochi ritengono poco utile parlare di Shoah o ritengono che sia ormai un fatto passato, tuttavia il 57 per cento la considerano “una grande tragedia ma ce ne sono state altre di cui si parla meno”.
In effetti le scuole negli anni hanno dato spazio anche ad altre persecuzioni. Fatto rilevante è l’istituzione del Giorno del ricordo il 10 febbraio, quando si commemorano gli italiani soppressi o infoibati in Istria, Fiume e Dalmazia tra il 1943 e il 1947. “La riflessione sulle persecuzioni ha preso tante strade: ricordo, solo a titolo di esempio, l’attenzione che il Liceo Levi di Montebelluna pose alla tragedia degli Armeni, quando nel giardino della scuola fu piantato un albero di albicocche, che in dialetto trevigiano è chiamato «armellino», perché frutto tipico dell’Armenia. Il Palladio qualche anno fa dedicò una giornata al ricordo delle vittime della mafia. Insomma se il ricordo viene trasformato in un progetto, diventa azione e prospettiva per il futuro dei giovani”.

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