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Non c'è fede senza incanto

Una riflessione sulla via educativa della contemplazione del creato: c'è da rimanere a bocca aperta

Non c'è fede senza incanto

Fin da subito il cucciolo d’uomo è alla ricerca di ciò che trascende il qui e l’adesso, di un qualcosa che va più in là di quanto ha già raggiunto e conquistato. Non tutti i comportamenti del piccolino, infatti, sono spiegabili semplicemente come atti consumatori, cioè come azioni che mirano alla gratificazione dei bisogni primari. Il bambino è curioso, esplora, gioca, si spinge verso il mondo circostante. Egli cerca sempre qualcosa di nuovo, che non conosce ancora, ma che solo intuisce esserci là fuori e sente può riempirlo e completarlo.

Quando, poi, la sentimentalità diffusa – che è “apertura” e ben si esprime nella meraviglia – arriva a incrociare la capacità di riflessione e di verbalizzazione, il piccolo giunge a porre la domanda su qualsiasi cosa. Quanti perché! Egli vuole andare continuamente dentro le cose per capire, comprendere, vedere sempre più in profondità. Quel suo perché sta per: “Qual è la causa?” e “Qual è il motivo?”. Questa domanda radicale, che esprime la natura dell’uomo e la sua ricerca di significato, è sempre colorata di affetto. Con tale interrogativo, infatti, il bambino vuole vedere sino a che punto gli sia permesso inoltrarsi nella relazione con le persone, se è davvero accolto, ascoltato e amato. Così facendo, seppur inconsciamente, egli esprime il desiderio di esserci in questo mondo in maniera significativa, per sé e per gli altri.

La meraviglia, quale sentimento che accompagna l’essere umano lungo tutta la sua vicenda esistenziale, si manifesta immediatamente come simpatia nei confronti della realtà e disponibilità all’incontro con tutto ciò che è altro e nuovo. Se non vi sono blocchi o fissazioni di sorta nell’arco del processo evolutivo, a determinate condizioni, questa simpatia si fa pian piano dialogo con il mondo che lo circonda e che gli diventa sempre più familiare, tanto da coinvolgerlo fino a farlo sentire partecipe della sua vitalità.

Questa dinamica antropologica rappresenta anche una vera e propria chance per l’avvio alla relazione con l’assoluto. Il sentimento diffuso può assumere una connotazione religiosa quando il bambino si ritrova a fare esperienze che lo aprono al senso e al destino della propria vita. Ecco che la percezione del proprio limite e il senso di impotenza che ne deriva possono propiziare nel piccolo la consapevolezza di non poter dominare tutto ciò che lo riguarda e circonda. Tale sentimento può aprirsi alla dimensione del sacro anche quando sperimenta una reale solidarietà con tutte le creature del cosmo, come sotto un cielo stellato o di fronte a una calamità naturale.

L’educatore ha il compito di creare le condizioni perché tale apertura potenziale al senso religioso della vita possa maturare nella direzione della fede, verso una relazione con Dio sempre più autenticamente cristiana. Tutto questo avviene grazie all’incontro con Gesù e la sua Parola. Seppur in forme e modalità diverse, questa attenzione educativa dovrà estendersi a tutto l’arco del processo evolutivo, quindi in ogni fase della crescita e dello sviluppo.

E’ proprio dall’incanto che prende avvio la fede, cioè dallo stupore per qualcosa di bello e inatteso. L’incanto, in fondo, è quello di chi rimane a bocca aperta. Ora, meraviglia e stupore sono imparentati con la fede, a tal punto da venir meno nel momento in cui non si è più capaci d’incanto. E’ importante, dunque, che l’educatore permetta al bambino, al ragazzo e al giovane di coltivare lo stupore.

La meraviglia sta nel sentirsi piccoli in rapporto al creato. Siamo creature fragili come le altre. Il destino del cosmo è anche il nostro destino. Nello stesso tempo, però, essa si dà nello scoprirsi diversi da tutti gli altri esseri viventi. Siamo creature speciali. Siamo figli di Dio. Con il nostro modo di stare al mondo determiniamo non solo il destino dell’umanità, ma anche la sorte dell’intero pianeta.

Pertanto, uno dei sentieri educativi da battere è la contemplazione del creato. Si tratta di un approccio libero e gratuito nei confronti del cosmo, capace di simbolicità, intriso di ammirazione e riconoscenza, molto diverso da quello dell’uomo contemporaneo, che è per lo più predatorio, utilitaristico e pragmatico, perciò riduttivo, non rivelativo, muto. Ai nostri giorni, il reale è appiattito su ciò che si vede, tocca, misura, quantifica. Non si sa andare oltre e dentro le creature per leggervi la presenza del Creatore e il suo amore. Ecco che l’educatore cristiano è chiamato a promuovere la gratuità come tipo di approccio alla realtà. Chi accosta la natura in forma disinteressata e libera può maturare atteggiamenti quali la disponibilità, l’accoglienza e l’ospitalità. Inoltre, l’accento educativo andrebbe posto anche sul bello, il racconto, l’arte, il gioco. Ma soprattutto sulla liturgia che è porta di accesso all’incontro con Dio e via per l’umanizzazione della vita.

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