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Ottant'anni fa iniziava la tragica avventura della guerra

Quel 10 giugno 1940, alle 17.30, in tutta Italia cominciò a battere “Un’ora segnata dal destino”, quella “delle decisioni irrevocabili”, come tuonava la retorica del regime, condita, questa volta, da un assurdo collage di pretesti, “noi vogliamo spezzare le catene di un ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare”, prima di aggiungere che “La nostra coscienza è assolutamente tranquilla”.   

Ottant'anni fa iniziava la tragica avventura della guerra

Quel 10 giugno 1940, alle 17.30, in tutta Italia cominciò a battere “Un’ora segnata dal destino”, quella “delle decisioni irrevocabili”, come tuonava la retorica del regime, condita, questa volta, da un assurdo collage di pretesti, “noi vogliamo spezzare le catene di un ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare”, prima di aggiungere che “La nostra coscienza è assolutamente tranquilla”.    

L’annuncio dell’imminente conflitto, rivolto dal Duce alla folla sotto il balcone di Palazzo Venezia, non merita ulteriori citazioni.

E’ il trionfo di slogan chiuso dal quel “Vincere!” che inebria la folla in un irrefrenabile e studiato delirio.

L’Italia, ma più propriamente il Duce - il popolo non ama l’avventura di un conflitto -, entrava in guerra. Voleva la guerra, anche per una questione di coerenza, perché “secondo le leggi della morale (!) fascista, quando si ha un amico si marcia sino in fondo”, nonostante l’iniziale ritrosia dell’alleato tedesco Hitler col quale si era precedentemente stretto in un patto scellerato, e inossidabile, “d’acciaio”, come era stato definito. 

E fu la guerra, la più sanguinosa della storia. E furono nuove, inaudite, feroci violenze. Furono nuovi morti: alla fine quasi settantamila tra civili e militari, il 3% della popolazione mondiale nel 1940.

Ricordare queste vicende è quasi un obbligo veramente morale questa volta, dettato dalla necessità di non credere che la storia possa ridursi alla scienza pura dell’infelicità umana, che la guerra, con tutti i suoi orrori, possa davvero far parte d’un ordine di cose e di fattori fondati sulla natura umana, che debba essere considerata un’inevitabile fatalità. Se così fosse, allora, come essere razionale prima e morale poi, abbiamo il dovere di lottare contro il male, perché “questa lotta qualunque ne sia l’esito, ha sempre nell’ordine divino delle cose un senso e un valore che è indipendente dal corso delle cose umane”, aggiungeva già nei primi anni del novecento, il filosofo Piero Martinetti. 

La guerra, per quasi due anni esclusivamente europea, assunse, nei suoi successivi sviluppi, dimensioni planetarie, e si macchiò di responsabilità che ripugnano ancora alle coscienze e marchiano per sempre la storia. Parliamo della tragica Shoah, “dopo Auschwitz - parole di Adorno - scrivere una poesia è un atto di barbarie”, delle deportazioni, dei tanti recinti di morte quali erano i lager, parliamo dell’infelice spedizione italiana in Russia, di Hiroshima, di Nagasaki, delle tante stragi, delle tante vendette consumate nei tragici mesi della liberazione, ma anche dei tanti, tantissimi gesti di coraggio e di eroismi dimostrati in nome della libertà, della fitta rete di solidarietà che non conosce fedi politiche o credenze religiose, ma offerti solo  in nome della giustizia e della fratellanza universale.      

  

Il Veneto e gli amorevoli pastori

Se nella “Grande guerra” il Veneto aveva avuto un ruolo importantissimo, quando il fronte  italo-austriaco era arretrato sino a Caporetto, al Monte Grappa e al Piave (lo stesso armistizio del ‘18 fu firmato a Villa Giusti, a Padova),  la Seconda guerra, oltre al timore e all’angoscia per migliaia di uomini al fronte, oltre alla generale precarietà, alle privazioni, alle sofferenze che ogni conflitto arreca, non comportò la generale devastazione della Prima guerra mondiale. Non mancarono, però, momenti fortemente drammatici, come quelli dell’occupazione nazifascista dopo l’8 settembre 1943 all’annuncio dell’armistizio con gli Alleati che metteva fine all’alleanza militare con la Germania. Treviso e Verona subirono pesantissimi e devastanti bombardamenti, con migliaia di morti e consistenti rovine.      

Si pensi solo al tragico bombardamento del 7 aprile 1944, quando Treviso fu rasa al suolo e il cielo si tinse del buio della morte, oscurato dalle bombe a grappoli, dal fumo e dalle ceneri. Era un Venerdì santo e Treviso accanto al Cristo morto pianse i suoi quasi duemila morti. Fu il primo bombardamento, a cui ne seguirono poi altri.

Ma accanto ai tanti sventurati provati dalla violenza, l’impegno profuso dal clero in quelle drammatiche pagine di storia italiana e veneta è solerte e generoso, sollecitato anche dalla “Notificazione dei vescovi del Triveneto” del maggio del ‘44, dalla stessa lettera pastorale diffusa dal vescovo mons. Montero – l’avrebbero poi insignito dal titolo “Defensor civitatis” - che senza mezzi termini condanna “il trionfo della violenza, dell’immoralità sulla giustizia e sulla pietà, sulla carità, sulla stessa religione”.

 

La Resistenza e la liberazione

Erano le premesse, almeno per la Marca trevigiana, che crearono le condizioni per la formazione della Resistenza che nacque all’ombra delle canoniche, soprattutto, in quella di Bavaria del Montello, grazie al parroco don Ferdinando Pasin, oggi nell’elenco dei “Giusti tra le nazioni”  nel Giardino di Yad Vashem a Gerusalemme. La resistenza prese una prima direzione regionale del “Movimento di liberazione” al quale avrebbero partecipato non pochi cattolici, per propagarsi quindi in tanti comuni e in tante parrocchie, come quella di don Faè a Montaner di Sarmede o di don Anselmo Riello a S. Pietro di Rosà, lo stesso che ciclostilava il foglio clandestino “Il Corriere verace” diffuso nelle campagne trevigiane e vicentine.

E con loro, centinaia, migliaia di donne - si pensi  alla giovane Tina Anselmi - e uomini, sconosciuti ai grandi circuiti della Storia, ma vivi anche nella memoria della gente comune.

Quando nel maggio del ‘45, dopo tanta violenza, la guerra finì, speravamo che, grazie anche a loro, la pace e la concordia tra i popoli sarebbero fiorite per sempre…

Ma fu veramente così? Il nostro impegno morale, non può ancora prescindere dall’utopia, meglio dalla speranza, di una loro definitiva vittoria. (Mario Cutuli

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