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Parisio, un santo trevigiano dimenticato

Domenica 11 giugno ricorre il 750° anniversario dalla morte del santo, forse il più longevo tra tutti, dato che ha superato il secolo di otto anni, secondo alcuni storici, di sedici secondo i più attestati.

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Parisio, un santo trevigiano dimenticato

Domenica 11 giugno ricorre il 750° anniversario dalla morte di san Parisio, forse il più longevo tra tutti i santi, visto che ha superato il secolo di otto anni, secondo alcuni storici, di sedici secondo i più attestati.
Nato a Bologna, probabilmente nel 1151 dalla famiglia Parigi, a dodici anni entrò nel monastero camaldolese dei SS. Cosma e Damiano. Fattosi notare per la sua profondità spirituale, la sua vita di meditazione e di penitenza, a 36 anni venne mandato dal priore generale del suo ordine, Placido, come cappellano del nuovo monastero femminile camaldolese di S. Cristina in Treviso, nel quale rimarrà per ottant’anni, fino al termine della sua vita. Da questo monastero nel 1196 germogliò quello di S. Maria di Betlemme a Bologna e per 18 anni Parisio fece la spola tra i due, finché il secondo non raggiunse l’autonomia.
Confessore e maestro spirituale delle monache, sempre rivestito, notte e giorno, del suo abito monastico, era spesso impegnato nel lavoro manuale ed insieme era responsabile del vicino ospizio di Ognissanti dove si prendeva cura dei malati e dei forestieri. Dotato del dono della profezia, prevedeva ed annunciava eventi poi realizzatisi. La sua fama di taumaturgo era dovuta a numerose guarigioni che aveva operato. Miracoli dovuti alla sua intercessione sono documentati fino al secolo XVIII. Pur dispensato dal vescovo, neppure durante gli ultimi anni volle mitigare il suo regime di digiuni e penitenze. Dopo un periodo di infermità fu chiamato nella casa del Padre l’11 giugno 1267. Il suo corpo fu deposto nella chiesa del monastero, che in seguito si chiamerà dei SS. Cristina e Parisio, poi solo di S. Parisio.
Dopo la sua morte, la sua fama di santità indusse il vescovo Alberto Ricco ad aprire il processo diocesano  che si concluse con la canonizzazione il 25 novembre 1268. Nonostante reiterati tentativi non giunse mai quella pontificia. Venerato come patrono secondario della città di Treviso, la celebrazione della sua festa permane fino al 1914, durante l’episcopato di Longhin, che opera una drastica riduzione del Proprio dei santi della Diocesi in ottemperanza alla riforma del breviario voluta da Pio X. La sua memoria è tuttora riportata del Martirologio Romano.
La presenza delle monache camaldolesi a San Parisio perdurò fino al maggio 1810 quando fu applicato anche a Treviso il provvedimento napoleonico che sopprimeva tutti gli ordini religiosi e ne incamerava i beni, disperdendone i membri. Il corpo del santo venne allora portato in Cattedrale, ed è ora collocato nell’ultimo altare della navata sinistra, detto di S. Giustina.
Quanto rimane dell’antico monastero, dopo la distruzione della chiesa, la chiusura dei porticati dei chiostri e una notevole ristrutturazione, lo si può osservare nella via e nella piazzetta che ancora riporta il nome del santo e in vicolo Pescheria, in cui si possono ammirare alcuni affreschi.
La presenza camaldolese è stata ripristinata in diocesi alla fine degli anni ’70 del secolo scorso ad opera di don Firmino Bianchin, sacerdote diocesano, oblato camaldolese, prima nell’eremo di S. Elena ad Onigo, successivamente a S. Maria in Colle a Montebelluna, dove guida una piccola comunità, punto di riferimento per quanti coltivano la spiritualità di S. Romualdo e desiderano porsi in ascolto e in contemplazione della Parola di Dio.

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