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Perché è bene ricordare

Della Giornata della memoria abbiamo tutti bisogno, come abbiamo bisogno di ricordare il genocidio degli armeni, delle foibe, dei Balcani… Per quanto ci faccia star male conoscere i fatti, il ricordo di quello che esseri umani hanno fatto ai propri simili, richiama prepotentemente alla consapevolezza di chi siamo o di chi potremmo diventare.

Parole chiave: 27 gennaio (6), giornata della memoria (19), shoah (6)
Perché è bene ricordare

La “Giornata della memoria”, per non dimenticare le persecuzioni e lo sterminio degli ebrei, è stata istituita nel 2000. Se ne è parlato, se ne parla molto e a qualcuno, forse, vien da pensare se non ci sia il rischio di essere ripetitivi.
Perché la Giornata della Memoria? Eppure c’è chi, già dal  1986, propone sempre nuove occasioni per riflettere sui nostri “fratelli maggiori”, senza dare segni di stanchezza, anzi rinnovando intensamente ogni anno nuove riflessioni. Della Giornata della memoria abbiamo tutti bisogno, come abbiamo bisogno di ricordare il genocidio degli armeni, delle foibe, dei Balcani… Per quanto ci faccia star male conoscere i fatti, il ricordo di quello che esseri umani hanno fatto ai propri simili, richiama prepotentemente alla consapevolezza di chi siamo o di chi potremmo diventare. Queste Giornate non sono reportage che riguardano altri: sono il racconto di quanto potenzialmente potremmo fare anche noi. Per questo è bene ricordare. La Shoah diventa anche occasione per conoscere le storie di coloro che hanno rischiato la propria vita per salvarne altre. Il Talmud scrive: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Ed è quello che fece la comunità di S. Zenone degli Ezzelini e di Montebelluna, con il coordinamento di due sacerdoti coraggiosi, rispettivamente don Oddo Stocco e don Daniele Bortoletto. Tutto ciò è stato raccontato venerdì 11 gennaio presso il Seminario di Treviso, durante l’aggiornamento per insegnanti di religione cattolica della scuola dell’infanzia e primaria. Un gruppo di insegnanti delle scuole primarie dei due Comuni sopra citati ha presentato itinerari didattici per gli studenti, frutto di una ricerca storica e metodologica. A questo gruppo si è unito anche Lucio De Bortoli, docente di italiano e storia dell’Istituto Einaudi di Montebelluna.
Storia di una bambina, di una famiglia, di una comunità. Il professor De Bortoli ha presentato il libro, da lui curato, “La mia vita era cambiata troppo presto” (Istresco, Zanetti editore, Treviso 2018). E’ un libro di memorie scritto da Gerda Pressburger. Nel 1941, dopo anni di peregrinazioni in Italia, questa bambina ebrea in fuga dall’Austria con i genitori, giunge a Montebelluna ed è ospitata dalla famiglia di Angelo Bressan, sotto il controllo delle autorità in un regime di “internamento libero”. Nel 1944 i suoi genitori sono arrestati e poi deportati ad Auschwitz, dove moriranno. Gerda viene nascosta e salvata da mons. Daniele Bortoletto e poi tutelata nell’orfanatrofio Don Bosco di Guarda, per essere consegnata, a guerra finita, ai parenti residenti in Portogallo. Da lì, dopo alcuni anni, emigra con i familiari in America e di lei si perdono le tracce. Gerda, finché rimane a Montebelluna dai Bressan, andrà ogni sera ad aspettare il ritorno dei genitori nell’incrocio di via S. Maria del Colle dove furono arrestati. Non  racconterà a nessuno quanto le accadde, ma, ad un certo punto della sua vita, capisce che la scrittura può aiutarla a elaborare la sua vita spezzata in due. Scrive le memorie in due testi che furono trovati, dopo la morte sopraggiunta a 78 anni, da un’amica, ignara del passato di Gerda. Ma come hanno fatto questi scritti a giungere fino a noi e a trovare una meritevole pubblicazione?
La tenacia e la passione per la verità. I Bressan tentarono, senza esito,  di rintracciare Gerda. Le testimonianze raccolte misero in azione il professor De Bortoli, finché, grazie a internet, Mary Ann Kenneth Mc Donald, dal New Jersey, amica di Gerda, venne a conoscenza delle ricerche di De Bortoli e lo contattò. Il volume è così divenuto un libro corale in cui, accanto alla voce di Gerda, che racconta gli otto anni di fuga e di paura, si uniscono le voci dei Bressan, di don Bortoletto e di quegli uomini e donne di buona volontà che cercarono di proteggere lei, ma anche altri ebrei, da tanta infinita desolazione. Una peculiarità del testo, che lo rende originale, è “lo stile sobrio, asciutto, anche nei passaggi più forti emotivamente, … per nulla enfatico e nemmeno auto-dolente”. Le descrizioni precise e cinematografiche lo rendono “fonte soggettiva e memoriale della città, tra le più significative e articolate di quel periodo... E’ un racconto utile per la città perché aiuta a ricostruire l’identità di una comunità”.
La normalità del male. Vale la pena che tutti, non solo i montebellunesi, leggano questo libro e vale la pena farlo conoscere agli studenti, anche della scuola primaria, perché con una scrittura semplice è descritta  “una apparente normalità”, restituendo “il senso profondo della tragedia che si consumava giorno dopo giorno nella quotidianità. C’è un sotto testo che ci dice che il male appare sotto le forme della normalità, che si manifesta un giorno come un altro, nel bussare a una porta e nella presentazione di una carta, nelle rassicurazioni che ciò che sta accadendo è solo una formalità”. Sono da ringraziare, dunque, coloro che hanno reso possibile la pubblicazione di quest’opera. Lo hanno fatto “nell’eterna speranza che ciò possa servire a scongiurarne di simili. E nella convinzione che quanto meno non si possano accampare vuoti di conoscenza di fronte al riproporsi di situazioni e contesti simili. Niente alibi, quindi, ma anche niente illusioni, considerando la predisposizione della coazione a ripetere che ci caratterizza”.  (Francesca Barzi)

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