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Settimana sociale: lunedì "la profezia della pace" con il teatro di Lucilla Giagnoni

Lunedì 15 ottobre la terza serata sarà dedicata in gran parte al monologo teatrale “Pacem in Terris” di Lucilla Giagnoni, che prende spunto dalla celebre enciclica di Giovanni XXIII. Abbiamo intervistato l’attrice.

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Settimana sociale: lunedì "la profezia della pace" con il teatro di Lucilla Giagnoni

E’ una doppia singolare sfida, quella che si materializzerà lunedì 15 ottobre alle 20.30, all’auditorium san Pio X, nella terza serata della Settimana sociale dei cattolici trevigiani.
La prima sfida è quella di chi promuove la Settimana sociale, che per la prima volta preferisce proporre uno spettacolo teatrale al posto della “solita” conferenza.
La seconda sfida, a dire il vero già abbondantemente vinta, è quella dell’attrice teatrale Lucilla Giagnoni, che porterà in scena la “Pacem in Terris”, l’enciclica scritta da papa Giovanni XXIII nel 1963, pochi mesi prima della sua morte. Un testo, tra parentesi, che porta le visibili tracce di un grande trevigiano, il futuro cardinale Pietro Pavan.
“Pacem in Terris” è, appunto, il titolo del monologo teatrale che Lucilla Giagnoni proporrà lunedì sera. Ed è senza dubbio singolare, probabilmente senza precedenti, che un testo magisteriale sia alla base di uno spettacolo.
Quando lo facciamo notare all’attrice, lei stessa ci confessa: “All’inizio non volevo fare questo testo, le racconto come è andata... La prima idea è stata di un mio affezionato spettatore, il gallerista lombardo Emanuele Motta, grande esperto di arte dell’Ottocento e ammiratore del socialismo cristiano. Me lo sono trovato per un anno di fila, in tutti gli spettacoli che facevo in giro per l’Italia... E costantemente alla fine della serata mi diceva: «Tu devi fare la Pacem in Terris». Ma ti pare, rispondevo io, che un’attrice teatrale si mette a fare un lavoro su un’enciclica? Un testo importante, ma destinato a un circuito ristretto, un testo programmatico... per giunta scritto da un uomo, il Papa, e destinato in prima battuta ai Vescovi... Come faccio io a renderlo, con la mia voce femminile? Queste erano le mie considerazioni...”.
E poi?
Poi è successo che un giorno ho detto a questo spettatore: “E va bene, ma tu mi devi dare la consulenza del cardinale Ravasi”. Casualmente, qualche giorno dopo la mia Diocesi mi ha chiesto di partecipare, come lettrice, a una di tre serate che venivano proposte, rispettivamente, con Enzo Bianchi, con don Ciotti e con il cardinale Ravasi. Inutile dire che ho scelto di partecipare a quest’ultima serata. Con il cardinale ho parlato di questa strana idea, diciamo che ho lanciato una sfida alla Provvidenza, ho letto i «segni», come si afferma proprio nella “Pacem in Terris”. Ebbene, al cardinale l’idea è piaciuta, ci ha pensato su per un po’ e mi ha consigliato la consulenza di un grande teologo morale, don Giannino Piana, che già conoscevo. Per me questa avventura si è rivelata un grande dono.
E leggendo la “Pacem in Terris” cosa ha scoperto?
Un testo sconvolgente, con parole inquietanti... Se avessimo fatto tesoro di quanto c’era scritto non ci troveremmo in questa situazione di ingarbugliamento. Nell’enciclica, che è appunto un testo programmatico, c’era un elenco di cose da fare. Definirei la “Pacem in Terris” una profezia, non tanto perché prevede il futuro, ma perché fonda valori assoluti, fonda un patto che cambia il mondo. Poi in quel testo c’è anche la mia vita, perché io sono nata pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica, quel testo in qualche modo ha accompagnato tutta la mia esistenza.
Ma come ha fatto a proporre a teatro un testo pontificio?
Ovviamente cerco di “far parlare” l’enciclica con le parole di oggi, ma essa è comunque uno sfondo continuo. E’ centrale la presenza delle voci femminili, che invitano a quell’azione non rimandabile che, nella promozione della pace, è tipicamente femminile. E’ una costante di altri miei lavori, per esempio il “Magnificat” e “Vergine Madre”, che si rifà alla Divina Commedia. Dante scrive che Maria è insieme vergine e madre, madre e figlia... è l’unione degli opposti. Quando tutto sembra perduto il femminile mette in relazione e in armonia i contrari. Per questo, durante lo spettacolo, darò voce a quelle che chiamo “profetesse femminili”, come Malala, Adriana Zarri, alcune figure della Tragedia greca. Ma nello spettacolo c’è anche il punto di vista maschile, con la poesia di Davide Maria Turoldo.
Per tutti noi quale spazio d’impegno apre questo testo?
Esso rimanda al lavoro quotidiano di produrre armonia, una bontà che diventa azione politica intelligente. Una bontà costruita, lavorata, cercata. La pace promette fruttificazione, sinfonia.
Il contrario di quello che sembra “andare di moda” oggi, non trova?
Certamente, rispetto a questo lavoro è più facile tirare su muri, tra l’altro è più comodo. Costruire la pace costa fatica. Ma anche sulla situazione di oggi ci sono parole dette con molta chiarezza nella “Pacem in Terris”, che ad esempio oltre cinquant’anni fa parlava già in maniera lucidissima di migrazioni e di diritto a migrare. E lo faceva mentre gli Italiani ancora emigravano, mentre i veneti si spostavano in Piemonte.
Lei ha già proposto alcuni passi della “Pacem in Terris” alla Settimana sociale nazionale di Cagliari. Anche qui a Treviso lo spettacolo è inserito in una Settimana sociale. Cosa ne pensa?
Essendo una teatrante, non vedo il teatro come un’evasione, ma come la quintessenza dell’essere umano. Il teatro è rivelativo e sorprendente e in grado di esprimere, con il suo linguaggio, evidenza e verità. Questo testo di papa Giovanni, in particolare, ci fa sentire il peso della storia e della responsabilità politica. Rispetto alle cose dette siamo indietro di cinquant’anni. Come posso dire... diamoci una mossa!

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