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Terremoto del Friuli 40 anni dopo: "Io, per due giorni sotto le macerie"

Ornello Fuser, di Istrana, quella sera, fu sorpreso nella camerata della Caserma Goi di Gemona rimanendo per 48 ore sotto le macerie, ma è come se fosse successo ieri tanta è la lucidità e la presenza nel raccontarci quel tragico fatto.

Parole chiave: terremoto 1976 (1), terremoto (65), friuli (2)
Terremoto del Friuli 40 anni dopo: "Io, per due giorni sotto le macerie"

Sono trascorsi quattro decenni da quella strana afosa sera di maggio del terribile terremoto del Friuli. Ornello Fuser, di Istrana, quella sera, fu sorpreso nella camerata della Caserma Goi di Gemona rimanendo per 48 ore sotto le macerie, ma è come se fosse successo ieri tanta è la lucidità e la presenza nel raccontarci quel tragico fatto.
“Ero arrivato stanco da una marcia e per questo non andai in libera uscita - racconta -. Avevo appena fatto la doccia e mi trovavo in canottiera quando sentii un rumore strano, mai sentito in vita. Era il periodo delle Br e pensai ad un attentato. Il borbottio della camerata divenne mutismo totale. La paura prese tutti. Saranno trascorsi così 15 secondi, spezzati dal grido strozzato di un abruzzese: «Via tutti, questo è il terremoto!». Si sono sentiti gli scarponi di tutti che scappavano. Io ho esitato un attimo per rivestirmi un po’. Ma in quel momento ho sentito un grande dolore alle orecchie provocato da un rumore assordante... A quel punto sono saltati i laterizi dal soffitto e i vetri sono come esplosi, mi sono appoggiato e ho visto i mattoni che saltavano. Sono scivolato e le “pignatte” del soffitto mi hanno coperto attutendo il peso della massa di cemento. La gamba, però, è rimasta imprigionata e compressa da un masso che bloccava la vena arteria e mi ha provocato la paralisi che tuttora mi porto e un ferro mi stava conficcato nella schiena. E da questo ho avuto anche un blocco renale. Per alcuni istanti ho perso il fiato, ma la mente continuava a lavorare. C’era un silenzio di tomba che  mi dava angoscia e brividi. Poi le voci di chi era rimasto sotto: bestemmie, grida, preghiere: Ma ecco un’altra scossa, catastrofica. Ancora imprecazioni, ma anche amici di una calma straordinaria. Mi sono reso conto che non c’erano vie di scampo e ho cominciato a sentire i crampi. La sensibilità degli arti cominciò a venire meno assieme al dolore. Sentivo invece l’odore acre del sangue che mi scorreva ovunque e mi sgocciolava anche da sopra. Provai nausea e terrore. Persi conoscenza. Dopo un po’ mi svegliai. Ho cominciato a contare occupando la mente. Fino al mattino alle 9, quando ho preso a pensare alla mia famiglia e ai miei ideali di gioventù che sentivo sfuggirmi perché quel posto poteva diventare la mia tomba. Improvvisamente ho avuto un gran calore agli occhi e ho visto un unico punto bianco in tanto buio. Vaneggiavo e mi sembrava di volare dentro a quella luce morbida. Mi addormentai ancora. O svenni. Fui svegliato da refoli di freddo e anche da una grande dolcezza nel capire che i miei compagni alpini stavano scavando spontaneamente con mezzi di fortuna. Erano quelli della libera uscita. Mi sono arrivati vicinissimi, ero cosciente, ma non ce la facevo a dire niente. Uno mi era camminato sopra, ma non mi aveva visto. Al mio fianco c’era Federico, che ha sempre pregato, incitando alla preghiera. E’ morto dopo. Finalmente un grido: «Qui c’è uno». Si erano accorti di un ciuffo di miei capelli... “ma è morto” hanno aggiunto. Stavano andando via, ma sono riuscito ad aprire gli occhi. «E’ vivo, è vivo!». Mi hanno messo una flebo e levato il ferro che avevo conficcato...  Avevo una gran sete”.
Poi, cinque giorni di coma all’ospedale di Palmanova, tra la vita e la morte.
Negli anni successivi Ornello ha messo su famiglia sposandosi a Lidia Pegoraro che gli ha messo al mondo due figli di cui è orgoglioso: Laura e Christian. Da poco son arrivati anche due nipotini. Conserva a fuoco questo ricordo, ma anche tanto il  cocciuto amore per gli alpini.

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