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Adozioni, strada in salita

Numeri in brusca frenata, secondo il dato della Commissione adozioni internazionali. Perché? I motivi sono molteplici: dalla complessità delll'esperienza all'iter lungo e costoso; dalla chiusura di alcuni Paesi all'età sempre più alta dei bambini adottati.

Parole chiave: accoglienza (159), adozioni (15), famiglia (212), adozione (17)
Adozioni, strada in salita

Genitori adottivi non si nasce; piuttosto lo si sceglie, perché il diritto di un bambino ad avere una famiglia è inscindibile dal desiderio di una famiglia di essere feconda. E serve molta forza morale per affrontare le difficoltà, una buona capacità di vivere i cambiamenti senza lasciarsene travolgere, il coraggio di non aver paura del dolore, il proprio e quello dei figli. L’adozione è, in fondo, un percorso che porta ad avvicinarsi a un bambino all’inizio estraneo, ed essere disposti ad accoglierlo con tutto il suo bagaglio, fino a sentirlo presente anche nella più remota delle proprie cellule. Inizia dalla differenza per creare appartenenza.
L’adozione in cifre
Di certo non è solo questa complessità dell’esperienza genitoriale adottiva che può spiegare il calo, per il terzo anno consecutivo, di autorizzazioni all’ingresso in Italia per i 2.825 bambini provenienti da 56 paesi e adottati dalle famiglie italiane. Il dato segna un -9,1 per cento rispetto al 2012, comunque inferiore se lo si confronta con il brusco crollo registrato tra il 2011 e il 2012 che è arrivato a sfiorare il 23%. I numeri, secondo l’ultimo rapporto della Commissione Adozioni anticipato in questi giorni, restano tuttavia lontani dai “picchi” di oltre quattromila minori adottati sia nel 2010 che nel 2011. Colombia, Brasile ed Ucraina sono i paesi dove le adozioni hanno subito una brusca frenata; Federazione Russa, Etiopia, Polonia quelli di maggiore provenienza.
Perché cala l’accoglienza
“Senza dubbio i costi elevati e la mancanza di sostegno incidono, specie in tempi di crisi economica – concordano Anna Pittaro e Sara Guarda, rispettivamente responsabili per il Veneto di Nova e Ciai, due enti che da tempo si occupano di adozioni internazionali -. Tuttavia, una riflessione più accurata ci porta a considerare che contino anche le caratteristiche dei bambini proposti dai Paesi alle famiglie: la loro età va dai 7 anni in su, spesso hanno esperienze e vissuti travagliati e complessi, oppure problemi di salute”. Questa è, di fatto, la conseguenza dell’evoluzione dell’adozione nazionale, specie in Sudamerica, in alcuni Stati del Sudest asiatico e dell’Europa dell’Est: Paesi che si stanno attrezzando per accogliere i propri figli tanto da inserirli nel circuito dell’internazionale come extrema ratio.
Bambini speciali
“Credere che l’adozione di un bambino «grande» o con attenzioni particolari sia più difficile è fuorviante – commenta Anna Pittaro -, di sicuro è più delicata, ma questo non significa che anche per loro non ci sia forte il bisogno di essere figli, più o meno consapevole. I legami si costruiscono solo con il tempo, ogni storia vale per se stessa” e la “riuscita” di un’adozione dipende da molti fattori. “Tra tutti però il più importante è l’amore, che significa accogliere i figli per quello che sono, con le istanze di cui si fanno portatori, i bisogni che, a volte meglio, altre più a fatica, esprimono. E la capacità di calarsi nei loro vissuti, che può fare anche molto male, ma permette di trovare poi gli aiuti e le soluzioni più opportune”.
“I genitori adottivi - prosegue Sara Guarda - devono avere una forte motivazione perché questi percorsi sono lunghi ed impegnativi, e perché sono chiamati a passare dall’ideale al reale, accogliendo i figli ed amandoli nella loro verità”. E’ molto complicato, sottolineano di solito le mamme adottive quando raccontano le proprie esperienze, ma è un percorso talmente profondo e affascinante che lo rifarebbero senza indugio.
I deficit della politica
Un altro nodo irrisolto, che nell’ultimo periodo è andato accentuandosi, riguarda l’impegno della Commissione adozioni internazionali (Cai) che, a livello nazionale, sovrintende tutte le azioni in questo ambito. Ai vertici è stata solo recentemente nominata il ministro Kyenge, tuttavia mancano ancora alcuni incarichi importanti e soprattutto un chiaro indirizzo politico per lo sviluppo in Italia e all’estero delle adozioni. “Il ruolo della Cai è per noi fondamentale – concludono entrambe le referenti – perché è l’organo istituzionale con cui dialogano tutti i Paesi. Senza un’adeguata rappresentanza, senza specifici riferimenti, non c’è operatività”. E ciò condiziona non solo la risoluzione di singole situazioni (tutti ricordiamo il caso delle coppie, tra cui due genitori trevigiani, tornate dal Congo per il momento senza i loro bambini), ma anche la gestione di questioni più complessive, come la chiusura di alcuni Paesi o i vincoli imposti da altri. (a cura di Francesca Gagno)

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