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Aldo Moro: il suo disegno audace e rischioso. Fu scelto non a caso

Ricorre il 9 maggio il 40° anniversario della tragica morte dello statista democristiano. Un politico che seppe mettere insieme fiuto politico, doti intellettuali e ascolto della società. Elaborò un progetto rischioso e non fu scelto a caso delle Brigate Rosse. Ne parliamo con il prof. Marco Almagisti, dell'Università di Padova.

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Aldo Moro: il suo disegno audace e rischioso. Fu scelto non a caso

Sono passati quarant’anni da quel 9 maggio 1978, uno dei giorni più drammatici della storia recente del nostro paese: dopo 55 giorni di rapimento, le Brigate Rosse uccisero il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, il cui corpo fu lasciato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a pochi metri dalle sedi della Dc, in piazza del Gesù, e del Pci, in via delle Botteghe oscure.
Molti gli aspetti ancora non chiariti di quel rapimento e della mancata liberazione dello statista. Molti, però, anche i tratti della sua attività politica e riflessione che meritano di essere studiati e ripresi. Di quest’ultimi parliamo con il prof. Marco Almagisti, docente di Scienza Politica all’Università di Padova.
In che cosa Aldo Moro merita di essere ricordato, professore?
Deve essere ricordato non solo per la sua tragica fine, un destino peraltro non inevitabile e legato al suo disegno politico. E’ importante allargare il ricordo e lo studio a tutta la sua vita. Aldo Moro è stato interprete tra i più acuti e intelligenti del dopoguerra e in particolare degli anni Settanta. E’ stato un personaggio complesso: leader politico e intellettuale, ha sempre unito e intrecciato queste due dimensioni.
Quali le sue principali intuizioni politiche?
E’ stato un importante padre costituente e protagonista della prima parte della nostra storia repubblicana. E’ stato un leader divisivo, molto amato ma anche molto odiato, in virtù delle sue decisioni. Negli anni ‘60 vide nel centrosinistra, e dunque nell’apertura al Partito socialista, la via d’uscita all’ormai esaurita stagione del centrismo. Fu il vero artefice di quel centrosinistra che diede il via a una serie di riforme capaci di rispondere alle richieste di cambiamento del Paese. Poi, negli anni ‘70, ci fu il tentativo di dare vita a quella che Moro chiamava la “Terza fase”, la stagione di apertura al Pci che non coincideva però con il progetto di compromesso storico che veniva elaborato dal leader comunista Enrico Berlinguer.
Quali erano le differenze?
Berlinguer, anche a seguito del colpo di stato cileno che aveva deposto Salvador Allende l’11 settembre 1973, pensava a un rafforzamento della democrazia imperniato su un accordo stabile di governo tra i due grandi partiti di massa, Dc e Pci, a un nuovo inizio della storia repubblicana. Moro, invece, proponeva un’alleanza temporanea con il Pci, un passaggio che consentisse al Pci di diventare “partito di governo”, da un lato spingendo anche i comunisti alla responsabilità di scelte e politiche di governo e dall’altro favorendo la normalizzazione del Pci presso l’opinione pubblica moderata, i poteri forti, gli altri partiti. Il punto d’arrivo, per Moro, era la democrazia dell’alternanza anche nel nostro Paese.
Un’idea audace…
E in anticipo sui tempi, se si pensa che il Muro di Berlino cadrà 11 anni dopo la morte di Moro. La rischiosità del suo disegno era dovuta al fatto che venivano forzati gli equilibri imposti dalla situazione internazionale al fine di migliorare la qualità della democrazia nel nostro Paese. Un’operazione ad alto coefficiente di rischio, così come quella parallela condotta da Berlinguer. Sappiamo, infatti, dei rapporti pessimi tra Moro e alcuni ambienti statunitensi, in particolare con il segretario di Stato Henry Kissinger.
Proprio in quel momento la vicenda politica di Moro incrociò il terrorismo. Solo un caso?
Direi di no. Quando parlo di disegno politico ad alto rischio, intendo anche questo. Esponenti delle Brigate Rosse sostennero di aver rapito Moro perché era più difficile sequestrare Andreotti, ma mi pare una spiegazione ex post, che “vela” la realtà nel momento in cui pretende di svelarla. Moro non venne scelto a caso, aveva elaborato una strategia riformista per affrontare i problemi del nostro Paese. Le Br non potevano accettare soluzioni riformiste e agivano in un contesto facilmente manipolabile. Tuttavia, va detto che anche che le stesse Brigate Rosse non colsero appieno la profondità del disegno di Moro. Alcuni testi possono aiutarci a comprendere quanto accadde, come i due volumi curati da Miguel Gotor sulle Lettere dalla prigionia e il Memoriale di Moro. Le Br vedono Moro come un esecutore di  politiche atlantiche, come un membro dello Stato imperialista delle multinazionali. Moro lottava per difendere la sua vita e il suo progetto politico, che consisteva nel garantire al Paese il massimo di indipendenza possibile nel contesto della “guerra fredda”. Ci sono passaggi impressionanti, in quel Memoriale. Mentre molti uomini politici, compresi suoi compagni di partito, lo consideravano non più lucido, se non impazzito, lui prefigurava alcune conseguenze per la vita democratica del Paese se il suo disegno di riforma fosse stato sconfitto.
Con la morte di Moro si è spenta gradualmente quella corrente di pensiero che va sotto il nome di Cattolicesimo democratico?
Partirei dal fatto che i tempi cambiano, e Aldo Moro appartiene a pieno titolo al primo periodo repubblicano, ossia ad una fase politica molto diversa da quella attuale. Però il Paese sente la mancanza delle grande fucine di personale politico, contesti altamente formativi capaci di creare classe dirigente, com’erano per esempio il Pci e lo stesso associazionismo cattolico. I leader che uscivano da queste scuole erano preparati e di solida cultura politica. Questo oggi manca. E’ un fenomeno diffuso in tutte le democrazie, legato anche alle trasformazioni tecnologiche caratterizzanti la nostra era; in Italia è un fenomeno più accentuato, in virtù del collasso delle famiglie politiche fondatrici della Repubblica a inizio anni Novanta. Dopo di allora, si sono tentate nuove vie, dal partito costruito attorno al leader mediale Silvio Berlusconi, alla Lega che ha recuperato il radicamento territoriale e può contare sulla filiera degli amministratori locali, fino ai 5 Stelle. Il mondo cattolico, anche in anni recenti, ha espresso una notevole vivacità, anche a livello formativo, ma la difficoltà sta nell’opera di coniugare la riflessione culturale e politica, con la costruzione di competenze legate all’azione, alla costruzione di effettivo consenso democratico. E’ un problema avvertito anche a sinistra. E in democrazia il consenso non può essere messo tra parentesi. Temo che il ricorso a governi tecnici abbia convinto molti che bastasse il “pilota automatico” per governare il Paese, ossia allinearsi ai voleri di Bruxelles. Basti pensare alle accuse di “populismo” rivolte a tutto ciò che mette in discussione le politiche dell’establishment. Ma la riflessione necessaria riguarda le ragioni che hanno determinato il consenso per le forze indicate quali “populiste”. Demonizzarle non serve proprio a nulla.
Intende dire che Moro invece era capace di riflettere avendo presente l’esigenza del consenso?
Direi che Moro intercettava meglio di qualunque altro politico del suo tempo i cambiamenti, la sua era un’apertura vera e nuova a ciò che emergeva dalla società in quegli anni; pensiamo al protagonismo delle donne, dei giovani.… La mattina del suo rapimento stava correggendo un articolo per il quotidiano “Il Giorno”, nel quale criticava alcune posizioni emerse nel Pci in merito ai movimenti giovanili. Moro continuava a evidenziare le potenzialità positive insite anche nei fenomeni della contestazione di quegli anni. Non dimentichiamo che i giovani li incontrava nelle aule universitarie. Era abituato a confrontarsi con loro.
In un momento particolarmente difficile della nostra vita politica, siede al Quirinale forse l’ultimo “esemplare” di leader moroteo e cattolico democratico, Sergio Mattarella. Le sembra che stia gestendo la crisi con le coordinate e lo stile di Aldo Moro?
Mattarella sta interpretando il suo ruolo con rispetto e serietà, utilizza gli strumenti in suo possesso per ricomporre un quadro complicato, che deriva da vent’anni di “maggioritario all’italiana”, in cui il confronto politico si è nutrito della sistematica delegittimazione dell’avversario. Non siamo più abituati alla normalità del conflitto e alla conseguente necessità di imparare a mediarlo. Non siamo più abituati a costruire un cammino comune intrecciando idee differenti.

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