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Fatti avanti papà!

Autorevoli ma anche affettivi, impegnati a insegnare ai figli a mangiare, a camminare, a parlare, ad amare e a soffrire. Sono i giovani papà di oggi, ai quali non sempre i loro padri hanno lasciato il posto, in famiglia e nel mondo. Ma il patto tra le generazioni - sottolinea il dottor Francesco Stoppa - si mantiene cedendo il testimone nella staffetta della vita, restituendo ciò che si è ricevuto in eredità, dando fiducia a chi verrà dopo di noi.

Parole chiave: francesco stoppa (2), papà (748), festa del papà (4), paternità (6)
Fatti avanti papà!

“Le persone della mia generazione vivono nell’inconscia convinzione che il mondo finirà con loro”. E’ l’idea centrale attorno alla quale ruota l’analisi del dottor Francesco Stoppa nel libro “La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni”.
Stoppa, psicologo e psicanalista, si occupa di Salute mentale nell’Ulss di Pordenone e da tempo indaga i temi legati all’infanzia e all’adolescenza, agli adulti e alle loro contraddizioni, all’essere padri e a ciò che significa. Nei giorni scorsi è stato invitato a Treviso a parlare a educatori e insegnanti del Seminario vescovile sulla figura paterna nella cultura di oggi. Il primo di una serie di incontri che il nostro Seminario intende dedicare a questo tema. Ma chi sono i padri di oggi, quali difficoltà vivono e quali risorse riescono a mettere in campo? Lo abbiamo chiesto al dottor Stoppa.
Nel suo libro lei analizza la situazione dei padri dei giovani d’oggi, che avrebbero fallito nel passaggio del testimone. Per quali motivi?
Hanno rappresentato la generazione che ha attaccato l’impianto autoritario dell’istituzione familiare tradizionale – in particolare la figura del padre/padrone –, ma quando si sono trovati dall’altra parte della barricata hanno perso il gusto per il dialogo e la parola. Paghi delle loro conquiste e allo stesso tempo inconsolabilmente delusi dai propri fallimenti, sono arrivati, in fondo, a pensare che il mondo fosse finito con loro. Come avrebbero potuto esserci altre nuove e promettenti generazioni dopo la gloriosa avventura che li aveva visti protagonisti di tante battaglie civili? Il patto si spezza qui, quando non si riconosce la credibilità dell’altro; quando, nella fattispecie, non si dà fiducia alla nuova generazione. E allora il testimone, anziché passare nella mano del giovane, resta incollato in quella dell’adulto. Questo orgoglio, questo narcisismo generazionale ha portato i padri a non concepire un posto per i figli all’interno della dialettica delle generazioni, se non mantenendoli in una sorta di estensione sine die dell’infanzia. Potremmo anche dire che quelli che ai tempi della contestazione erano stati dei “professionisti” del conflitto, hanno poi mostrato di temere il conflitto coi loro figli: hanno pensato di aver “ucciso” il padre, ma hanno poi maturato l’orrore di poter a propria volta subire lo stesso trattamento. Quando una nuova generazione bussa alla porta, la vecchia dovrebbe accettare di cedere il testimone, ma basta guardare la nostra società per capire quanto la gerontocrazia sia ancora potente.
La crisi del dialogo intergenerazionale ha conseguenze importanti sulla società. Quali in particolare?
Innanzitutto quella di rinforzare l’ideologia individualistica del neocapitalismo, il suo cinismo di fondo, la relatività etica che la caratterizza. Se infatti non c’è passaggio intergenerazionale, questo significa che ognuno pensa e basta a se stesso, non ha a cuore qualcosa come la comunità o il futuro del mondo. La visione prospettica delle cose si richiude sul proprio io, gli altri non sono partner con cui interfacciarsi, dialogare, progettare, sono sostanzialmente delle presenze al servizio degli interessi narcisistici dell’individuo. Come nelle svariate forme di dipendenza che eleggono a proprio partner un oggetto inanimato (droga o alcool, internet, beni di consumo…), la società moderna sponsorizza delle partnership che non prevedono la soggettività e la libertà dell’altro.
Lei sostiene che i figli oggi hanno paura di avere un futuro e i padri di perdere quello stesso futuro, perché significherebbe farsi da parte, e soprattutto perdere la giovinezza. Come si esce da questo corto circuito?
In effetti questa doppia impasse potrebbe rappresentare una bella sfida per entrambe le generazioni, per mantenersi entrambe in corsa – ciascuna nei limiti consentiti dalla propria collocazione simbolica – e rilanciare il patto reciproco. Arriverebbero probabilmente a trovare dei punti di contatto, delle occasioni di confronto e di slancio affettivo nel momento in cui potessero ragionare insieme sull’idea di un futuro sostenibile, “dal volto umano”. Un futuro per le generazioni è tout court il futuro del mondo. La differenza è il sale della civiltà, ci vogliono i giovani e i vecchi, come le donne e gli uomini o gli italiani e gli stranieri. Altrimenti il mondo umano collassa su se stesso, diventa un luogo anonimo che uniforma tutto e tutti sotto l’egida del consumo: tutti uguali, tutti consumatori seriali. Il problema è che nulla oggi aiuta gli adulti e i giovani a realizzare occasioni di scambio creativo, spazi di confronto. Di certo non la politica né le istituzioni civili (e qui ci sarebbe da soffermarsi sull’importanza della scuola) che sono vittime di un’autoreferenzialità senza precedenti.
Lei rintraccia in un’infanzia “detraumatizzata”, con padri che evitano le cadute invece di aiutare i figli a rialzarsi, la radice anche di una seria immobilità sociale, di una sorta di irresponsabilità civile, dentro la quale ai cittadini si risparmiano dolori, conflitti, e soprattutto doveri. Ce ne spiega i motivi?
Il fatto è che, tra le tante cose interessanti della modernità, ce n’è una particolarmente problematica per i singoli, le famiglie e le istituzioni. Si tratta della paura della vita. Della vita vera, non della sua versione spettacolarizzata che ci viene propinata dai media. Noi non abbiamo paura della morte in sé, come spesso si crede, ma di ciò che della vita è eccedenza, conflitto, crisi, ciò che induce in noi gioia come sconcerto, ma comunque una necessità di cambiamento, una continua ridefinizione delle nostre identità. Il problema è che viviamo invece in una società la cui prima preoccupazione è difendersi dalla vita, da ciò che della nostra vita non rientra nel mito imperante del benessere e dell’interesse personale. Di conseguenza, l’esistenza stessa degli altri, che non possiamo manipolare a nostro piacimento, può essere un bel problema: per farla breve, l’immunitas al posto della communitas. Le società occidentali sono divenute Centri commerciali per gli adulti e Parchi gioco per i giovani, tutto all’insegna di una promessa di felicità senza assunzione alcuna di responsabilità. Il senso tragico dell’esistenza (che significa responsabilità del singolo ma anche capacità di elaborazione dei propri lutti) ci aveva accompagnato dal tempo degli antichi e permeava di sé la stessa cultura cristiana, ma ha ora ceduto il posto a un mondo il cui diktat primo è il benessere, cioè il consumo e l’appagamento dei bisogni. Questo ci dice che siamo una società incapace di concepire la mancanza, la rinuncia, il limite, se non con orrore. Ci sono cose che sappiamo fare sempre meno: elaborare il lutto della nostra condizione di precarietà e caducità; sostare con noi stessi né tantomeno con gli altri. E così la vita ci sfugge tra le dita, gli altri sono divenuti comparse, i nostri stessi corpi sono votati al culto dell’immagine o sacrificati sull’altare di frenetici ritmi lavorativi. Tutto questo senza che neanche ce ne accorgiamo, se non per quel deficit di desiderio e vitalità, per quel vago senso di depressione che in filigrana accompagnano i nostri giorni.
Se il significato più vero dell’esistenza umana è la “consegna” del mondo a chi viene dopo di noi, quale speranza possiamo coltivare per i padri di oggi? Ci sono tracce di “restituzione” dell’eredità ricevuta, sentieri nuovi che questi padri stanno disegnando?
Io credo di sì, anche se si tratta di processi non visibili a occhio nudo e riscontrabili solo a posteriori. Credo che molti uomini si stiano avvicinando alla paternità secondo una formula nuova ma, come sempre, per certi versi antica. In fondo si tratta della stessa evoluzione dell’identità paterna a suo tempo compiuta dal cristianesimo rispetto alla tradizione giudaica. Gesù, infatti, invita i suoi seguaci a chiamare il Padre in un modo nuovo, Abbà (il nostro papà). Niente di zuccheroso, si tratta di saper valorizzare, a fianco della necessaria autorevolezza, la dimensione affettiva e corporea del padre. E’ una nuova idea di autorevolezza, una messa alla prova della portata reale, etica, della posizione del padre, che non può più nascondersi dietro la distanza concessagli per secoli dall’impianto autoritario della figura genitoriale. Penso alla più diffusa delle forme di disagio giovanile di oggi, alle patologie “borderline”, intese in particolare come disfunzione dell’umore (intolleranza al dolore e ai traumi, irritabilità e instabilità emotiva, rabbia e impulsività, incapacità di tollerare la separazione e la solitudine, uso strumentale degli altri, ricerca compulsiva del piacere e di sensazioni forti, enfatizzazione del presente a discapito del senso della storia e dell’esperienza...). Bene, il padre può qui rivelarsi un ottimo stabilizzatore dell’umore. Non solo perché rappresenta un’istanza normativa che porta in dono il beneficio del limite, ma soprattutto perché può introdurre il figlio a una vera e propria educazione sentimentale. A far sì che gli impulsi e le emozioni si traducano, si trascendano, in affetti, sentimenti, parole, scambi: tutto ciò, in sostanza, che consente di riconoscere e dare una certa forma alle espressioni del proprio mondo interno, e che dà un posto ai propri simili, distogliendo il soggetto dai labirinti mortali del suo solipsismo. Questo chiede un figlio a chi lo ha messo al mondo: insegnami a mangiare, a camminare, a parlare, ad amare e a soffrire.

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