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Fusioni, settimane decisive. Regioni e Anci "spingono"

Zaia: "In Veneto da 581 comuni bisogna arrivare a 150". Ma il cammino è ad ostacoli

Parole chiave: comuni (162), anci (78), fusioni (9), enti locali (74)
Fusioni nei comuni-2

Quello che non è riuscito a fare Garibaldi, né la Grande Guerra né De Gasperi, ovvero superare i campanilismi, l’Italia perennemente abbarbicata sotto gli stendardi di piccole, minuscole a volte infinitesimali autonomie, lo farà l’attuale crisi economica.
Non ci sono soldi per i servizi essenziali, le tasse pesano già moltissimo sui redditi delle famiglie e nel contempo c’è sempre più bisogno di asili, scuole materne, residenze per anziani, assistenza domiciliare, sistemazione di infrastrutture obsolete. Dove i sindaci possono trovare le risorse? I sindaci più giovani, quelli che spesso vengono dal mondo delle aziende non hanno dubbi serve fare “economia di scala”, ovvero distribuire le spese su più teste, cittadini, lo dimostra il semplice fatto che i comuni medi (oltre i 20mila abitanti) hanno servizi che funzionano meglio, biglietti degli autobus scontati per gli anziani e i bambini possono andare alle scuole dell’infanzia e in biblioteche polivalenti.
Il Veneto però è fatto di piccoli comuni. Laghi, in provincia di Vicenza, ha 122 abitanti, Portobuffolè in provincia di Treviso ha 797 abitanti e si estende solo per 5 chilometri quadrati, Monfumo è appena un po’ più grande. Il Veneto ha ben 581 comuni, il governatore attuale, Luca Zaia, ha detto che devono ridursi a 150. Giorgio Dal Negro, presidente dell’Anci Veneto, è molto chiaro: “Non è solo un problema di costi, quando si superano i 15mila abitanti tutto diventa più efficiente dalla burocrazia alla politica, se poi si va oltre i 20mila abitanti i servizi possono essere di eccellenza. Non sono solo i 4 euro che lo Stato dà all’anno per abitante in caso di fusione di comuni, è il sistema che migliora. In particolare i servizi sociali e la cultura fanno un salto di qualità. Parlo di servizi per gli anziani, di scuole materne, di servizi per l’handicap, di sostegno alle associazioni sportive e culturali”.
Così il Veneto ha aperto molti cantieri “matrimoniali”, snobbando i consorzi e le unioni dei servizi che mettono assieme pezzi dei servizi. Si preferisce giurare fedeltà eterna, con le fusioni, benedette da congrui finanziamenti decennali dello Stato e da benefit, per chi comincia, dalla Regione Veneto. Le nozze di Quero e Vas sono già state celebrate nel Bellunese con un referendum popolare, Longarone sposerà Castellavazzo e nel Polesine nascerà il nuovo Comune di Civitanova Polesine, fusione poligamica di sei comuni Arquà Polesine, Costa di Rovigo, Frassinelle Polesine, Pincara, Villamarzana e Villanova del Ghebbo. In tutto il Veneto sono 12 i comuni coinvolti in fusioni e hanno avviato il processo una quarantina di comuni.
Non si deve dimenticare che una legge regionale obbliga i comuni sotto i 5mila abitanti alle unioni di servizi, quindi piuttosto che convivere con il rischio che qualcuno sbatta la porta e ti lasci con debiti da pagare, perché non scommettere tutto e fondersi per sempre? La provincia di Treviso in pochi giorni gioca una partita decisiva, che potrebbe innescare un movimento di profondo cambiamento del territorio. San Polo e Ormelle intanto hanno bocciato il nuovo comune di Liapiave; il 9 marzo, Villorba e Povegliano, in 23mila andranno a votare per “Terralta Veneta”, il nuovo comune che dovrebbe nascere dallo loro fusione. Dunque alle porte di Treviso, a due passi dal Piave, potrebbero nascere due realtà “avanzate” come le chiama il presidente dell’Anci Dal Negro, frutto, dice lui, di “sindaci e cittadini saggi”. Difficile fare delle previsioni, ma se le proposte passassero e a maggio venissero eletti due nuovi sindaci per due le nuove realtà, questi paesi, come dicono i teorici delle fusioni, potrebbero innestare il turbo e fare da volano per nuove fusioni.

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