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Gender/5: Chiamati a educare

Educare è faticoso, e tutti vorremmo che qualcuno ci offrisse una scorciatoia. Succede anche che ci schieriamo per la “guerra al gender”, o che pensiamo di andare a votare contro la Buona scuola, e i nostri figli già a 10 anni hanno in mano tutto il giorno uno smartphone, con accesso ad internet senza limiti né filtri. E’ fondamentale pensare uno stile educativo che abbia come riferimento principale la differenza uomo-donna e ne tenga conto nel suo sviluppo. Educare a partire dalla differenza significa che l’identità non è un selfie ma è possibile nella relazione; l’identità non è “istantanea” ma è un cammino

Parole chiave: gender (24), educazione (40)
Gender/5: Chiamati a educare

E’ di qualche giorno fa (nel Daily Mail il 15/10, in Avvenire il 22/10) la notizia che una coppia di uomini canadesi ha deciso di divorziare per poter far entrare nella loro relazione un terzo uomo, conosciuto qualche anno prima, in modo che non si sentisse inferiore agli altri due. Si parla già di “triple” (al posto di “couple”, coppia). Negli stessi giorni, la rivista Glamour ha assegnato il premio “Donna dell’anno” a una transgender. Fatti come questi sono all’ordine del giorno, non solo oltreoceano ma anche da noi: il Tribunale dei minorenni di Roma (per la seconda volta) ha concesso a una donna l’adozione della bambina della propria convivente nata all’estero con fecondazione assistita grazie al seme di un donatore, sebbene la legislazione italiana non permetta questo tipo di adozione (detta Stepchild adoption).
Come educare in questo contesto? Discutendo i giorni scorsi di questi fatti, mi hanno colpito le parole e l’atteggiamento di un giovane papà di tre figli: «Io metto in conto che i miei figli sentano a scuola o a calcio cose che io non condivido. Ma non posso aspettare che il mondo cambi a mio piacimento. Quando siamo a casa, a tavola, quello è il momento in cui mettiamo insieme le esperienze vissute durante il giorno e ne discutiamo. La famiglia è il luogo in cui fare sintesi ed educare». Mi sembrano parole che esprimono la consapevolezza dell’urgenza dell’educazione e, contemporaneamente, del ruolo principale della famiglia nell’azione educativa, ossia dell’impossibilità di delegare ad altri tale compito. E’ capitato che una mamma, durante un incontro per genitori, mentre si discuteva sull’opportunità di far vedere ai figli un determinato programma televisivo, è intervenuta dicendo: «Ma Sky mette il bollino giallo, non rosso». Educare è faticoso, e tutti vorremmo che qualcuno ci offrisse una scorciatoia. Succede anche che ci schieriamo per la “guerra al gender”, o che pensiamo di andare a votare “contro la Buona scuola” e i nostri figli già a 9-10 anni hanno in mano tutto il giorno uno smartphone, con cui vanno anche a letto (“il peluche no, ormai sei grande!”): con internet sottomano a completa disposizione, senza alcun tipo di filtro, quale spazio resta per l’educazione?! Difficile fare “gli stupiti”, poi, quando capitano episodi di diffusione su Whatsapp di immagini e foto di ragazzini che si riprendono in atteggiamenti sessuali espliciti.
Chiamati ad educare. I vescovi del Triveneto, l’anno scorso, hanno pubblicato insieme una Nota sulla questione del gender, forse sconosciuta a quanti ripetono “la Chiesa non si esprime a riguardo”, che tratta di alcune «urgenti questioni di carattere antropologico ed educativo» (Vescovi del Triveneto, Nota pastorale Il compito educativo è una missione chiave, 02.02.2014, disponibile nel sito www.diocesitv.it). I vescovi chiariscono subito che intendono trattare la questione del gender con uno sguardo educativo: essi vogliono porre l’attenzione a «questioni educative che riguardano aspetti fondamentali e delicatissimi dell’essere umano», che hanno ricadute in molti ambiti della vita di oggi. La Nota si inserisce nella più ampia attenzione all’educazione della Chiesa cattolica italiana, consapevole che, come dice papa Francesco, «il compito educativo è una missione chiave».
Il testo elenca i tratti della «situazione inedita» in cui ci troviamo: il «possibile inserimento dell’ideologia del gender nei programmi delle scuole»; aspetti problematici nell’«affrontare in chiave legislativa la lotta all’omofobia»; a «fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini»; cancellazione dei termini “padre” e “madre”, per evitare ogni discriminazione; lo stravolgimento del «valore e del concetto di famiglia naturale fondato sul matrimonio tra uomo e donna».
Per educare in tale contesto, si dice, è necessario avere una “visione di uomo e di donna”, della quale si indicano come elementi principali: la «dignità e il valore della persona umana»; «la tutela e il rispetto» verso ogni persona, specialmente chi è in situazione di fragilità; «la ricchezza insostituibile della differenza, specialmente quella fondamentale, tra “maschile” e “femminile”»; la famiglia come «unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio» e come «luogo dove si impara a vivere nella differenza e ad appartenere ad altri».
Una differenza unica! La differenza sessuale non è una differenza come altre: la Nota parla di «ricchezza insostituibile della differenza». Perché la differenza tra maschile e femminile è definita «insostituibile» e «fondamentale»? La differenza sessuale è la via per l’umanità. Per capire chi sono, devo fare i conti con l’altro modo di essere umano. Come già detto nell’articolo precedente, il mio corpo mi insegna che io non mi basto: quando guardo il mio corpo (di maschio o di femmina), subito sono rinviato all’altro modo di essere corpo, rispettivamente di femmina o di maschio. Sorprende sempre come i bambini piccoli spesso indicano le persone attorno a sé con queste parole o simili: “tu, tu e tu siete maschi; io, la mamma, la zia siamo femmine”.
Per rispondere alla domanda “chi sono io?”, oppure “cosa vuol dire che io sono un essere umano?”, non posso prescindere da colui/colei che dice una parte di questo essere umano e non è disponibile a me. Quindi, dalla differenza sessuale, emerge che io sono uno che non sa tutto, ma che impara. Io non sono tutto l’essere umano: “l’altro modo di essere umano” non è in mano mia, anzi, è da imparare. Afferma papa Francesco: «Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione [uomo-donna] – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna»; senza la relazione uomo-donna io non posso capire chi sono!
Non come le altre differenze. La differenza (uomo-donna) è diversa da altri tipi di diversità (ad esempio città di nascita, tifo calcistico, colore dei capelli, nazionalità, hobby praticato, profumo preferito,…): la differenza sessuale uomo-donna, per quanto appena detto, entra “dentro” la persona, nel più profondo dell’identità (basti pensare anche che le cellule del nostro corpo sono segnate o tutte maschili o tutte femminili!); invece, le altre differenze (gusti musicali) sono espressioni dell’identità, ma non suoi fondamenti.
Con facilità spesso ripetiamo un “comandamento” di oggi: “la diversità è ricchezza”, “diverso è bello”. A volte dimentichiamo le tensioni che creano, che non sempre siamo in grado di gestire. Altre volte utilizziamo questa frase forse per “nasconderci”, per evitare alcune fatiche delle relazioni: “Tu stai con la tua idea, io con la mia, diverso è bello”. Altre volte usiamo questa idea per far fare ai nostri figli esperienze di tutti i tipi (ma guai farli incontrare con gli stranieri, perché “è una differenza troppo grande, potrebbe far male”: un’esperienza troppo forte? Meglio tenerli a casa e lasciare che guardino “L’isola di Adamo ed Eva” su DeejayTV?!).
Educare a partire dalla differenza uomo-donna. Per questi motivi, continua la Nota, «la differenza dei sessi è elemento portante di ogni essere umano ed espressione chiara del suo essere in “relazione”». Risulta decisivo, pertanto, pensare uno stile educativo che abbia come riferimento principale la differenza uomo-donna e ne tenga conto nel suo sviluppo. Educare a partire dalla differenza (sessuale uomo-donna) significa che l’identità non è un selfie ma è possibile nella relazione; l’identità non è “istantaea” ma è un cammino; inoltre, esistono “tensioni” che non vengono meno e non è vero neppure che “tutto ruota intorno a te”.
Dopo il precedente articolo sull’alleanza tra uomo e donna e la fatica di tale rapporto come causa della deriva del gender, ho sentito replicare: «questi discorsi sull’identità e sui due generi non c’entrano niente con il gender». Invece sì: è proprio perché cerchiamo soluzioni a questi problemi di non parità maschio-femmina e proponiamo soluzioni sbagliate. Ad esempio, per evitare le violenze e le discriminazioni contro le donne allora dobbiamo cancellare l’identità.
Secondo una linea interpretativa (cfr. bibliografia presente negli articoli precedenti), il punto di partenza del processo storico che ha portato (suo malgrado) al genere fluido (chiamato anche queer, strano, bizzarro) è stata la discriminazione a cui era sottoposta la donna, per il fatto di essere donna in una determinata cultura patriarcale. Cercando di affermare la (giusta) parità (stesso lavoro = stesso stipendio) ci si è concentrati esclusivamente su ciò che rende unica la donna, mettendo in ombra il rapporto indispensabile con l’uomo. Si è arrivati perciò, da una parte, a un’affermazione del femminile, dall’altra alla ricerca dello specifico del maschile: ma separati tra loro. Questo processo ha portato a una sempre maggiore concentrazione sull’individuo, e, via via, sulla sua scelta individuale e slegata da ogni riferimento corporeo, culturale, sociale. (5. continua)

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