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Gender: lasciamoci interpellare

Seconda puntata della nostra riflessione sulla tematica. La posta in gioco riguarda soprattutto l’educazione: come si può educare in un contesto plurale? Cercare risposte immediate a problemi singoli rinvia la presa in carico della sfida educativa che ci interpella come adulti. Due i rischi da evitare: prendere le cose alla leggera ripetendo che il problema non esiste, e vedere problemi ovunque

Parole chiave: Gender (24)
Gender: lasciamoci interpellare

“Ho letto il tuo articolo, ma non ho capito da che parte stai: sei pro o contro il gender?”. Con queste parole una giovane mamma ha iniziato a parlare e a farmi altre domande. Questa frase esprime bene la polarizzazione attorno al “gender” oggi: due schieramenti che si contrappongono e che svelano anche lo sguardo con cui molti di noi guardano alla questione e si pongono di fronte agli altri: “voglio capire da che parte stai”.

La contrapposizione non aiuta. Come in ogni contrapposizione, due fazioni che si scontrano impediscono di andare a fondo sul problema. La stessa mamma ha continuato: “Tutti questi discorsi non interessano: alle famiglie, impaurite, bisogna dire se i famosi libretti vanno usati o no, se devono andare a votare al referendum contro la Buon Scuola oppure no, se…”. Qui sta una domanda importante per l’oggi: capire cosa c’è sotto, andare a fondo. Fermarsi al “devi andare a votare” oppure “non fidarti mai dei prof” affronta un problema immediato ma non permette di acquisire strumenti per costruire una proposta alternativa in grado di  far fronte a future sfide non ancora all’orizzonte. Ad esempio, a proposito della riforma scolastica detta “Buona Scuola”, viene contrastata perché si dice “fa entrare nella scuola l’ideologia gender”, senza riconoscere che già con la vecchia legge sulla scuola erano state portate avanti in alcune scuole iniziative discutibili.
Si può intuire, al riguardo, che la posta in gioco riguarda soprattutto l’educazione: come si può educare in un contesto plurale? Come si può parlare della coppia uomo-donna oggi ai nostri figli? Cercare risposte immediate a problemi singoli rinvia continuamente la presa in carico della sfida educativa che ci interpella come adulti.

Due rischi da evitare. Superare la sterile contrapposizione, talvolta solo gridata da entrambe le parti, è condizione per evitare due rischi: da una parte, prendere le cose alla leggera ripetendo che il problema non esiste; dall’altra, vedere problemi ovunque. Tali rischi sono evidenti nel caso della scuola: da una parte chi non si accorge di come siamo tutti soggetti a pensare che ognuno di noi debba avere come unico riferimento delle proprie scelte se stesso; dall’altra chi si mette sul piede di guerra ogni volta che sente parole come “prevenire la violenza” o “parità di genere”. Di certo, una novità positiva è il nuovo interessamento di molti genitori alla vita della scuola: un’occasione per molti cristiani di riconoscere la scuola come un ambiente primario di impegno e di rendersi disponibili come rappresentanti di classe e membri del consiglio d’istituto, per un contributo attivo e condiviso alla scuola dei propri figli.

Le indicazioni di papa Francesco. Papa Francesco è intervenuto alcune volte sull’argomento del <+cors>gender<+testo>: le sue parole possono essere un aiuto sul come affrontare la questione. Mi sembra che si possano ricavare tre indicazioni: 1) riconoscere la «colonizzazione ideologica» in atto; 2) cercare di capirne le cause; 3) lavorare per una nuova alleanza tra uomo e donna.
1. Una colonizzazione ideologica. Durante il viaggio di ritorno dalle Filippine, a gennaio scorso papa Francesco parla della teoria del gender, raccontando un fatto successo vent’anni prima: contributi economici a una scuola in cambio dell’adozioni e di un libro di testo contenente la visione gender. A questo proposito, utilizza l’espressione “colonizzazione ideologica”, a indicare come idee estranee vengono fatte entrare a forza (nell’udienza di due settimane fa ha utilizzato ancora il termine “colonizzazione” ben due volte parlando della “colonizzazione del denaro”: quando ci muoveremo contro quest’ultima?).
Nel precedente articolo abbiamo distinto tra gli Studi di genere (Gender Studies) e  le varie posizioni sul “gender”: mentre i primi cercano di approfondire il significato dell’identità maschile e dell’identità femminile, le seconde promuovono un’idea di identità slegata dal corpo, dalle relazioni, dalla storia, dal contesto e, perciò, tutta incentrata sul soggetto stesso. Nel dibattito attuale si usa il termine “gender” proprio per indicare queste ultime tendenze (da non confondere, va ribadito, con gli studi di genere sul femminile e sul maschile): un’identità annacquata, un genere fluido, una composizione individualistica di sé.
Entra in gioco ad esempio quando si utilizza il seguente ragionamento: siccome un ragazzo con tendenze omosessuali rischia di essere preso in giro e discriminato, allora, per prevenire tale pericolo, devo insegnare ai bambini fin da quando sono piccolissimi che tutto è uguale: “tu puoi scegliere chi diventare, maschio, femmina o altro è lo stesso, puoi fare una famiglia con chi vuoi, è un tuo diritto”. A un determinato problema (che esiste) viene data una soluzione (che forse non è l’unica!): per prevenire la violenza e la discriminazione annacquo l’identità, riducendola a “orientamento” (tu sei quello che vuoi essere, tu sei come ti senti). Secondo questa logica, è lecito, anzi doveroso, insegnare che tutto è uguale (“i maschi si vestano da femmine e viceversa”), ovvero indifferente: in nome del rispetto, rendo tutto interscambiabile, con la conclusione che niente ha valore. Verrebbe da chiedersi perché ci si concentra solo sulla questione dell’identità sessuale e, ad esempio, non si fanno mettere gli occhiali a tutti i bambini piccoli in modo che alle medie non venga preso in giro chi ha gli occhiali; oppure far ingrassare tutti i bambini in modo che chi sarà in sovrappeso non si senta dire “ciccione”?!
Un altro aspetto dell’annacquamento dell’identità è che questa viene slegata da ogni relazione: io mi costruisco da solo, nessuno deve intervenire nella mia vita. In questo modo, l’identità del soggetto viene tutta concentrata sull’istante: un’identità puntuale (qui e ora), senza storia e senza crescita. Dire, ad esempio, a quattordici anni “io sono un perdente”, “io sono perfetto”, “io sono così e basta” significa fissare con un nome (o un’etichetta) una realtà (l’identità personale) non ancora sviluppata, prendere una particolare esperienza che si sta vivendo e renderla il tutto di sé (come dire a una piantina che sta crescendo: “Tu sei solo uno stelo”, senza inserire quel momento particolare dentro a uno sviluppo più ampio).
Di pari passo va la pretesa che ogni desiderio personale sia un diritto: “E’ un mio diritto stare con chi voglio, è un mio diritto fare quello che mi piace; chi può impedirmelo? Lo Stato deve tutelare i miei diritti, anzi, fermare chi non mi lascia esprimermi come voglio”.  A pensarci bene, sono espressioni molto presenti nel modo di parlare degli adulti, che stanno avendo risvolti in ambito educativo. Seguendo questa linea del diritto (pretesa), “perché non sposarmi con tre persone? Se io le amo sarà pure un mio diritto, no?”. (2. continua)
don Francesco Pesce
docente di Antropologia teologica del maschile
e del femminile

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