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Gioco d'azzardo, i sindaci trevigiani dicono basta

Manifesto dei primi cittadini trevigiani per fronteggiare quella che è sempre più un’emergenza sociale, come spiega il giornalista di “Avvenire” Antonio Maria Mira. La presidente dell'Associazione comuni Marca Trevigiana: "Non sarà una battaglia facile, ma dobbiamo fare la nostra parte".

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Gioco d'azzardo, i sindaci trevigiani dicono basta

Il gioco d’azzardo è un’emergenza sociale. Se ne sono accorti in questi giorni i sindaci della provincia di Treviso che hanno deciso di muoversi insieme. Nel manifesto i Comuni si impegnano a: potenziare le reti nel territorio per attivare iniziative culturali e attività di controllo, prevenzione e contrasto; sviluppare reti sovraterritoriali con Ulss e Prefettura, Questura e Dia per monitorare, prevenire, contrastare il gioco d’azzardo e aumentare l’offerta di cura per i patologici; realizzare percorsi di formazione propria, degli esercenti e dei cittadini, costruendo nuovi atteggiamenti e nuove mentalità; utilizzare tutti gli strumenti disponibili per contrastare il gioco d’azzardo: statuti comunali, regolamenti, ordinanze, controlli della Polizia locale, strumenti e modelli operativi informatici.
Ma al quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, si erano accorti di questa emergenza già quindici anni fa e da allora alcuni suoi coraggiosi e preparati giornalisti stanno combattendo una battaglia, spesso in solitaria (anche perché è il solo giornale a non accettare la generosa pubblicità del gioco d’azzardo...), contro la spaventosa, crudele e subdola bestia dell’azzardo. Spaventosa perché in parte in mano alla criminalità (come denunciano i magistrati) e perché s’ingurgita ogni anno 96 miliari di euro. Crudele perché getta sul lastrico persone che, affette dal vizio del gioco (tecnicamente: azzordopatia), bruciano stipendi e risparmi al poker online o nelle macchinette mangiasoldi, trascinando spesso nel baratro anche le loro disperate famiglie. Subdola perché permessa e talora promossa dallo Stato che da questa bestia guadagna ogni anno circa 10 miliardi di euro, grasso che cola in questi tempi di austerità (gli interventi post-terremoto a L’Aquila, ad esempio, sono stati finanziati con i proventi dell’azzardo...).
Antonio Maria Mira è uno dei giornalisti di Avvenire impegnato a far conoscere ai lettori questo fenomeno. “Abbiamo iniziato ad occuparcene - racconta - a seguito del grido d’allarme lanciato da parrocchie e associazioni, alle cui porte sempre più spesso si presentano persone rovinate dall’azzardopatia. Il gioco d’azzardo ha sempre creato problemi, ma è diventato emergenza quando si è consentito l’ampliamento dell’offerta dai “classici” giochi - totocalcio, lotto, scommesse sui cavalli e lotteria della Befana - a sale bingo, macchinette, gioco online. In pochi anni si è passati da 20 a 96 miliardi di euro giocati annualmente dagli italiani”. Di questi, il 10% va allo Stato, altrettanto agli imprenditori e il resto ai “vincitori”. Il resto, pari al 70/75%, va ai giocatori che vincono ma, osserva Mira, “nella maggior parte dei casi si tratta di piccole vincite che spesso vengono rigiocate e perse”.
Avvenire chiede alle istituzioni non la proibizione assoluta, ma una regolamentazione più stretta. E non lo fa per motivi “ideologici”, ma per i danni umani e sociali che il gioco d’azzardo provoca. Queste, in breve, le richieste-proposte del quotidiano riassunte da Mira: “Riduzione dell’offerta; divieto di pubblicità su tutti i media; maggiori poteri regolamentari ai Comuni; verifiche sul rispetto del divieto di gioco previsto per i minori; aumento dei fondi a favore delle Ulss per curare le situazioni di dipendenza; creazione di nuovi specifici reati e aumento delle pene; controlli più intensi e serrati sugli imprenditori”. Mentre è urgente iniziare a fare seriamente i conti con un artiglio spuntato da poco nella bestia, il gioco online: “Al momento il 50% dei soldi viene speso nelle macchinette - sottolinea Mira -, ma il mercato dell’online sta crescendo vertiginosamente”.
Mira non si meraviglia dell’azione congiunta dei sindaci trevigiani: “I primi cittadini vengono direttamente a contatto con le problematiche di ordine pubblico e di disagio sociale provocate dal gioco d’azzardo. Possono agire sugli orari, sugli aspetti urbanistici e sulle distanze da luoghi sensibili come le scuole. Da qualche tempo la giurisprudenza tende ad avvallare le ordinanze e i regolamenti dei sindaci”. (Federico Citron)

MARIAROSA BARAZZA: BATTAGLIA DOVEROSA

“Fin da quando sono stata eletta presidente dell’Associazione comuni della Marca Trevigiana mi sono occupata di questo tema, raccogliendo la preoccupazione di molti sindaci per le varie forme di gioco d’azzardo”. Dopo mesi di lavoro e incontri, Mariarosa Barazza, sindaco di Cappella Maggiore, ha diffuso il “manifesto dei sindaci trevigiani per l’attuazione di azioni di prevenzione del fenomeno del gioco d’azzardo e della ludodipendenza”. “Per venire incontro ai sindaci - spiega -, entro un mese invieremo una bozza di regolamento da personalizzare ed adottare nei singoli Comuni, per regolamentare il fenomeno, che tutti avvertiamo forte, pericoloso e in aumento, soprattutto sul versante delle distanze dai luoghi sensibili (scuole, centri sportivi, oratori...) e degli orari di apertura. Qualche Comune in realtà si è già mosso: penso, di recente, a San Fior, che ha adottato un’ordinanza per limitare l’orario di apertura (inizialmente H24), contro la quale è stato promosso ricorso al Tar. Pochi giorni fa il Tar del Veneto lo ha respinto, adducendo tra le motivazioni anche il fatto che il Sindaco può agire per la tutela della salute pubblica”.
Come intendete muovervi ora?
Oltre all’approvazione di questo manifesto, discusso ed approvato dall’Associazione e proposto a tutti i Comuni trevigiani, e alla citata bozza di regolamento, entro breve ci riuniremo con tutti i soggetti coinvolti in questa materia: Comuni, Ulss e Prefettura. Lo scopo è di agire assieme per fare sensibilizzazione, fare transitare il concetto che il gioco diventa una malattia, specialmente nelle categorie più fragili. Si organizzeranno incontri pubblici (già avviati anche con uno specifico progetto dell’Ulss) per informare e formare, anche gli stessi gestori dei locali pubblici, per permettere loro di individuare i soggetti “malati” e contenerli.
Il fenomeno le pare in crescita?
Lo dicono i numeri. Nei centri più grossi con le sale giochi (scientificamente lasciate buie per mettere il giocatore nella condizione di massima fragilità), in quelli più piccoli con le slot machine nei bar. Succede anche che persone seguite dai servizi sociali per le loro difficoltà anche economiche, appena hanno qualche soldo se lo vadano a giocare. Purtroppo tra slot machine nei locali pubblici e sale giochi le occasioni non mancano: ma il grosso è online, con la possibilità di giocare da casa propria attraverso il computer o il telefonino.
Non sarà una battaglia facile.
Certamente no, ma noi dobbiamo cominciare a fare la nostra parte. Sensibilizzando sul tema e pretendendo il rigoroso rispetto di tutti gli standard e le normative di settore, fermo restando il diritto - ove sussistano i presupposti di legge - di aprire una attività del genere. Il paradosso è che sui soldi del gioco lo Stato ci conta, anche per opere meritorie: ma quanto costerà in sanità e servizi sociali la cura del danno prodotto dal gioco stesso?
Da tempo si sente parlare di una legge che regolamenti una volta per tutte la questione.
E’ vero, da anni: speriamo che arrivi in porto presto. Ma intanto cominciamo a muoverci. (Alessandro Toffoli)

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