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Il caso delle mamme a 13 anni. Ma dove sono i nostri figli?

I recenti episodi accaduti a Treviso che hanno avuto risonanza nazionale, riguardanti due ragazzine della scuola media rimaste incinte, hanno occupato per alcuni giorni le pagine dei giornali locali e dei social network con i commenti più disparati. Nella sua recente Lettera sull’amore in famiglia, papa Francesco invita a chiederci «Dove sono i figli?». Non si tratta di una domanda che riguarda il luogo in cui si trovano i figli, ma chiede di interessarsi di dove si trovano la loro interiorità, il loro desiderio, la loro anima.

Il caso delle mamme a 13 anni. Ma dove sono i nostri figli?

I recenti episodi accaduti a Treviso che hanno avuto risonanza nazionale, riguardanti due ragazzine della scuola media rimaste incinte, hanno occupato per alcuni giorni le pagine dei giornali locali e dei social network con i commenti più disparati. La versione sostenuta con maggior frequenza fa ricadere la colpa sui genitori: «irresponsabili, sono tutti degli irresponsabili», campeggiava su un giornale locale per voce di un esperto del settore. Si tratta soltanto, come viene sostenuto, di «disastro familiare»? Addossare tutta la responsabilità ad una singola famiglia non fa che confermare e aumentare l’isolamento, la privatizzazione e l’irrilevanza sociale a cui le famiglie sono relegate nella nostra società.

Le nostre reazioni immediate di fronte a tali fatti, prima dei nostri commenti, rivelano qualcosa del mondo dei ragazzi ma anche del nostro mondo di adulti: “Troppo piccole per avere un figlio… troppo giovani per fare sesso”. Chi è padre o madre sa quanto è difficile a 30, 40 anni crescere un figlio. Come potrà farlo una ragazza di 13? E poi la sessualità nella vita quotidiana, all’interno di una relazione affettiva stabile non è un gioco, non si improvvisa, non è sempre cosa facile, e segna la vita in profondità.

E’ molto coinvolgente: ragazzi così giovani possono essere veri protagonisti e non lasciarsi travolgere? Non possiamo nascondere che sia laborioso già per noi adulti. Cogliamo che nei comportamenti di questi ragazzi c’è qualcosa che stride, qualcosa che non va, ma non sappiamo come dirlo, dal momento che intuiamo che c’è un legame anche con il nostro modo di vivere di adulti. In questi giorni una pubblicità lo esprime in modo chiaro in uno spot di un noto mobilificio: “Vivi a modo tuo, sentiti libero di fare ciò che più ti piace”. Non solo stiamo martellando con slogan simili, ma stiamo vivendo secondo tale logica, tanto che ci sentiamo ormai disarmati e senza parole di fronte a chi dice (anche un ragazzo, un figlio, un amico): “A me piace così”. Dire qualcosa significherebbe ammettere che anche la propria libertà ha un limite e che l’«a me piace» non può essere l’unico criterio per scegliere. Nella sua recente Lettera sull’amore in famiglia, papa Francesco invita a chiederci «Dove sono i figli?» (Amoris Laetitia 260-261). Non si tratta di una domanda che riguarda il luogo in cui si trovano i figli (“Dove sei? Fammi sapere quando arrivi. Sono tranquilla perché ha il telefono, posso rintracciarlo sempre. Può chiamarmi se ha bisogno”), ma chiede di interessarsi di dove si trovano la loro interiorità, il loro desiderio, la loro anima. Rimaniamo stupiti e preoccupati perché i ragazzi vivono così le relazioni, con leggerezza: forse è un’occasione per aprire gli occhi, e non pensare di poter stare tranquilli perché sappiamo dove sono e perché abbiamo insegnato come “proteggersi, come fare sesso sicuro” (AL 283). Ancora una volta, l’enfasi sul conoscere mostra i limiti di un approccio educativo che sia solo informativo (ti spiego come funziona, quali sono i rischi, come proteggersi, cosa evitare) e non abbia un progetto. Anzi, si rischia solo di «promuovere un’aggressività narcisistica». E’ proprio a proposito di questo che papa Francesco utilizza una frase diventata già celebre: “Si tratta di generare processi più che di dominare spazi” (AL 261), ossia di aprire un orizzonte, di far intravedere il futuro, per poter “generare processi di maturazione della libertà”. Di conseguenza, una dimensione da rimettere in campo è quella del tempo, del futuro: si tratta di “educare alla capacità di attendere” (AL 275), di educare a stare nella zona di sospensione del desiderio. Noi adulti per primi sentiamo che l’attesa costituisce una sfida: rimandare la soddisfazione del desiderio? Per quale motivo? Se la pillola dei 5 giorni dopo ha avuto un aumento delle vendite di più del 600% può essere almeno segno di azioni fatte senza pensare, senza un progetto: non voglio pensarci, ci penserò dopo. Una domanda che può aiutare i ragazzi è: “Tra 20 anni, che uomo/donna, papà o mamma vorresti essere? Se ti pensassi tra 20 anni, come vorresti essere? A chi vorresti assomigliare?”. E’ un interrogativo che sposta ancora una volta l’attenzione su noi adulti: ci diciamo spesso, anche in parrocchia, che “bisogna puntare sui giovani”. Sì, è vero. Ma è altrettanto urgente chiedersi che orizzonte offriamo loro: siamo adulti, famiglie, comunità credibili, desiderabili, belle? Mostriamo stili di vita per cui vale la pena allenarsi, prepararsi, attendere, fare fatica? Aiutiamoci e alleiamoci per essere genitori, adulti, insegnanti, preti, coppie, educatori «degni di fiducia» (AL 253).

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