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Il coraggio di ricominciare a vivere

Ecco come Aroti, nata in India e adottata in Italia, ha saputo "ripartire". Reduce da un abbandono e da un fallimento adottivo, ha scelto di ricominciare. Unendo la ricerca delle origini e la scelta di affrontare pienamente “l’unico tempo che conta”.

Parole chiave: aroti bertelli (1), testimonianza (8), adozione (17), rinascita (4)
Il coraggio di ricominciare a vivere

“E’ tutta una questione di cicatrice. All’inizio sanguina e molto, finché non comincia a formarsi la crostina e si rimargina la ferita. Poi capita che questa salti, che torni a sanguinare, e di nuovo un po’ alla volta la pelle si riforma. Finché a un certo punto il taglio si riassorbe completamente e resta il segno, quello sì indelebile, per sempre”.
Mentre al telefono la ascolto sintetizzarmi con questa metafora alcuni frammenti della sua storia, guardo sullo schermo del pc la sua foto: Aroti Bertelli è una bella ragazza dalla pelle olivastra, indiana di origine e italiana di adozione, occhi che brillano, l’accento della parlata, come molti già mi avevano preannunciato, milanese (attualmente vive a Lecco). Riesco a “intervistarla” durante la sua pausa di lavoro, mentre è reduce da un weekend che mi racconta essere andato molto bene: sabato stava a Torino per un incontro con alcuni adolescenti adottati, domenica a presentare il documentario “Trame: l’intreccio di passato e presente nell’identità dell’adottato all’estero”, prodotto dall’associazione Amici di Don Bosco e già presentato lo scorso novembre a Treviso (anche in quel caso Aroti era tra i relatori).
Un libro e un blog
“Nel tempo libero - dice - mi impegno a diffondere un’autentica cultura dell’adozione, e più in generale dell’accoglienza, dell’integrazione, del valore dell’identità, oltre i falsi miti, le semplicistiche verità”. Prova ne è il suo seguito blog, il libro recentemente edito che racconta la sua storia e soprattutto l’attività in collaborazione con enti che si occupano di adozioni internazionali. “Il coraggio – dice – è di chi lascia tutto e tutti alle spalle e ricomincia”.
Aroti oggi ha 32 anni. Lei stessa così si racconta: “Insieme a mio fratello, all’età di 9 anni siamo stati adottati in Italia. Le «Sisters» ci hanno lasciato all’aeroporto con i nuovi genitori che non avevamo mai visto prima, se non in una foto, e io non facevo altro che piangere disperata; poi sono stata di nuovo abbandonata, stavolta dai miei genitori adottivi, quando di anni ne ho compiuti 18. Nel 2013 ho perso mio fratello, morto suicida. Troppi fantasmi lo avevano piegato. Recentemente ho scoperto che non sono nata a Kolkata come sempre mi è stato detto, ma le mie vere origini sono dell’Assam, in un piccolo villaggio sperduto nel distretto di Duhbri. Ho dimenticato la mia lingua d’origine ma il destino ha voluto che studiassi lingue. Attualmente lavoro a Milano in un grande studio legale. Convivo”. Sintetica. Efficace. Tutto chiaro fin da subito. Nel 2016 Aroti compie un lungo viaggio in India, miglia e miglia a piedi per coprire sia distanze fisiche che ricordi lontani lasciati nel tempo, per trovare conferme che hanno dato forma a una identità solida ma complessa.
“Questa è l’unica vita che conosco”
“Ho la certezza assoluta di appartenere a questa terra meravigliosa, che con le sue innumerevoli contraddizioni esercita un fascino incredibile, perché è imperfetta come la mia anima - scrive nel suo blog raccontando questa esperienza -. Mi sono ritrovata in un’infinità di dettagli: la libertà di poter camminare di nuovo scalza, i sapori così penetranti perfino sui vestiti, i colori vivaci, i mille sorrisi, il coraggio delle donne indiane, la voglia dei giovani di rinnovarsi”. Radici che poi rendono più forti, capaci di affrontare la quotidianità della vita con maggiore serenità.
“Ho capito che il passato è la base su cui migliorarsi - racconta -. Mi sono spesso chiesta: «Se fossi rimasta nel mio paese, cosa sarebbe stato di me?». Oppure, mi sento spesso chiedere: «Ma se non ti avessero adottato?». Probabilmente sarei stata adottata da una famiglia indiana, forse sarei stata felice, o forse sarei rimasta in un istituto e con il sostegno sarei diventata un’adulta istruita e indipendente. L’India, però, mi ha insegnato una grande lezione: non bisogna tormentarsi con le domande sulle cose che non dipendono da noi. Esse seguono un altro percorso, un altro cammino. Perciò, per quanto ne so, questa è l’unica vita che conosco, questo è l’unico tempo che conta, dunque decido di vivere il presente al meglio che posso e di lasciare che gli avvenimenti seguano il loro flusso”.
La valigia del passato
Mentre Aroti mi racconta della sua storia penso a tutto quello che io ho capito dell’adozione. Probabilmente molto poco, anzi più ci entro dentro e meno parole riesco a usare. “La vera, l’unica differenza - ribadisce - è che l’adottato è già nato, proviene da un abbandono. Per questo chiede la stabile disponibilità ad accoglierlo con tutta la sua valigia, strapiena o anche vuota, che si chiama passato”. Calza l’esempio del pelapatate, si fa allo stesso modo: i genitori, tutti i genitori, soprattutto i genitori adottivi, imparano sulla loro pelle a togliere, a essenzializzare, a levare strati per raggiungere ciò che davvero conta, che è imprescindibile, sapendo che ogni giorno è diverso, ogni giorno si rifà da capo. Così vale per le aspettative, per i desideri, per le regole.
Il ritorno in India
“Tornare in India è stato un viaggio di ricerca profonda per ricongiungermi con la bambina che ero prima di partire alla volta dell’Italia - sottolinea Aroti -. E riscattare l’idea reale, concreta, dell’adozione, che oggi è per me un modo stra-ordinario di diventare famiglia: l’incontro tra perfetti sconosciuti che imparano a riconoscersi e nel tempo creano legami vitali, con la consapevolezza che, da solo, l’amore non basta”. Anzi, a volte, diventa il ricatto perfetto.
“Ci sono solo due errori che si possono fare nel cammino verso il vero - conclude prima di riagganciare -: non andare fino in fondo e non iniziare”.

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