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In corsia senza orologio

La Regione Veneto potrebbe presto fissare i tempi minimi per l’assistenza ai pazienti in ospedale. Ma gli infermieri non sono d’accordo: il lavoro di cura non può essere stabilito a tavolino.

Parole chiave: infermieri (3), sanità (126), salute (49), regione (294)
In corsia senza orologio

Potrebbero arrivare i tempi minimi per l’assistenza ai pazienti in ospedale, cioè i minuti che devono essere garantiti ogni giorno dagli infermieri e dagli operatori sociosanitari ai singoli degenti, stabiliti a seconda dei reparti in cui si è ricoverati.
E’ stata la delibera della Giunta regionale, licenziata in extremis alla fine del 2013, a dettagliare questo minutaggio, che ha suscitato molte critiche e perplessità, specie da parte dei sindacati e delle organizzazioni che rappresentano i lavoratori del settore.
Ascoltati in quinta Commissione salute a Palazzo Balbi a metà gennaio, ora restano in attesa di conoscere il parere che verrà inviato alla Giunta e i passaggi successivi in Consiglio regionale; con calma, comunque, perché per il momento i lavori sono concentrati sul bilancio da presentare ai primi di marzo, quindi l’intera questione sarà ripresa in mano più avanti.
Tempi standard per l’assistenza
“In nessun reparto Veneto – è scritto nella delibera dell’assessore alla Sanità Luca Coletto – si dovrà mai più assistere ad attese troppo lunghe da parte del paziente e l’assistenza sarà tutta, ma proprio tutta, quella necessaria”. Non fa mistero il Governatore Zaia sul fatto che la gestione del personale è una delle voci di spesa più elevate su cui porre attenzione, per non buttare via il denaro dei cittadini.
Il punto centrale della discussione riguarda, dunque, la misurazione dei livelli assistenziali, cioè la quantità di tempo che infermieri e oss dovranno destinare ai degenti e che permetterebbe di valutare se il personale del reparto sia numericamente adeguato, eccessivo o insufficiente a rispondere al bisogno.
I valori stabiliti in delibera sono questi: medicina interna 185 minuti, medicina specialistica 195, chirurgia generale 185, chirurgia specialistica 195, ostetricia e ginecologia 185, area critica 700, pediatrica 200, assistenza neonatale 350, riabilitazione e lungodegenza 175, malattie infettive 230. Inoltre, la delibera regionale ipotizza il rapporto di 2 a 1 tra infermieri e oss, invece del 3 a 1 attuale.
Dai vertici è stato più volte ribadito che non ci si deve preoccupare: si tratta di un obiettivo benchmark (punto di riferimento per la valutazione) su cui andranno fatte poi specifiche riflessioni in base alle situazioni concrete nei diversi reparti d’ospedale.
No all’infermiere con il cronometro
“Siamo molto preoccupati per questo indirizzo assunto dalla Giunta – spiega Elva Massari, presidente del Collegio Ipasvi di Treviso (Infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) -. Il metodo utilizzato per calcolare i minuti di assistenza si è basato sulle presenze medie dei degenti e del personale infermieristico, senza valutare la complessità assistenziale e l’organizzazione interna delle unità operative. Voglio precisare – prosegue la Massari – che il documento «Raccomandazioni e standard italiani per le dotazioni infermieristiche ospedaliere» dichiara lo standard minimo per paziente di 200 minuti, al di sotto del quale va a rischio la sicurezza dell’assistenza al malato”.
Dello stesso parere il Nursing Up, il sindacato degli infermieri del Veneto: “Questa decisione è regressiva perché non fa riferimento agli indicatori di qualità necessari per calcolare il fabbisogno assistenziale, per un corretto rapporto infermiere/paziente. In particolare non si fa alcun riferimento all’assistenza intesa come attività tecnica e di relazione con il degente e non viene quantificata l’attività di controllo e verifica sulle prestazioni del personale di supporto o sui presidi, farmaci e materiali di uso corrente”.
Piuttosto, aggiunge il referente regionale del sindacato Guerrino Silvestrini, “è necessario inserire il concetto di «intensità di cura», in rapporto ai carichi di lavoro e alle diverse specificità dei reparti ospedalieri”.
Tutto questo, dichiarano le rappresentanze, fa diminuire il tempo che ogni infermiere può dare al malato, con la conseguenza che i familiari dovranno supplire ed essere più presenti mentre i pazienti potrebbero rimettercene.

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