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Storie di Natale tra guerra e pace/3

Iraq, Natale in fuga e messa in una tenda. "Ma Gesù è con noi"

“Ancora stiamo cercando di capire che cosa possiamo fare e prima di tutto abbiamo costruito una tenda per la chiesa - racconta Wisam Karo, uno dei monaci fuggiti da Karakosh. Speriamo... speriamo...speriamo... quante volte l’amico monaco Wisam, tra una telefonata interrotta e l’altra, fa risuonare questa parola.

Parole chiave: cristiani nel mondo (3), natale 2014 (7), iraq (28), kurdistan (4), pace (150)
Iraq, Natale in fuga e messa in una tenda. "Ma Gesù è con noi"

Siamo spesso in contatto via skype o via telefono, io dalla Tunisia dove ancora mi trovo per monitorare le elezioni per l’Unione europea, e i miei tre “amici “monaci dall’agglomerato a 30 minuti di auto da Erbil dove da un mese mille famiglie rifugiate, tra cristiane, yazide, siriane musulmane, sono state alloggiate dal governo curdo. “Ancora stiamo cercando di capire che cosa possiamo fare e prima di tutto abbiamo costruito una tenda per la chiesa - racconta Wisam Karo, uno dei monaci fuggiti da Karakosh -. Le famiglie sono alloggiate in tre o quattro assieme, quasi tutte le famiglie hanno i materassi e le coperte, i medici che ci sono sono quelli che avevamo prima, ma non hanno mezzi e medicinali... il cibo è scarso, ma il problema più grosso è la scuola, non c’è scuola né per bambini, né per giovani. I giovani non sanno quale sarà il loro futuro e in queste condizioni si rischia una forte disgregazione della comunità anche perché le relazioni con i curdi sono in tensione, non siamo abituati a vivere con loro... E poi molte persone non hanno più lavoro e molti stanno lasciando il paese, cercano di andare in Giordania e in Libano, tentano di emigrare. Molti stanno tentando di andar via, lo sanno che non è facile anche lì”. S’interrompe la linea telefonica e mentre attendo di riprenderla penso alla disastrosa situazione dei tre milioni di rifugiati tra  Giordania e Libano e che ho incontrato l’anno scorso e che vivono in condizioni altrettanto estreme perché i governi proibiscono qualsiasi lavoro ai rifugiati. La linea telefonica si riattiva e il racconto di Wisam continua: “Il Natale lo celebreremo con la messa nella tenda-chiesa che abbiamo allestito e poi con un’altra messa nel palazzone dove vivono cento famiglie rifugiate. Cercheremo con i mezzi che abbiamo di organizzare qualche festa per i bambini perché sono i più fragili ed hanno bisogno di cambiare atmosfera in questa situazione”. Quando sarà possibile un rientro? “Nelle nostre zone ancora non sappiamo se ci sono problemi di sicurezza, la situazione non è chiara. Abbiamo sentito che i Curdi sono entrati nella nostra città, sappiamo che loro sono motivati ad entrare a Karakosh”. Ascolto ancora la sua voce un po’ stanca, ma che trova ancora la forza di dirmi “Comunque, Annalisa, pur in questa situazione, vorrei augurare buon Natale a tutti e speriamo che Lui sia con noi. Speriamo che questo Natale sia una salvezza dalla nostra condizione difficile e triste e speriamo che nel prossimo anno possiamo tornare a casa e vivere come prima, con gli altri fratelli musulmani sunniti e sciiti in un’atmosfera di pace”. Speriamo... speriamo...speriamo... quante volte l’amico monaco Wisam, tra una telefonata interrotta e l’altra, fa risuonare questa parola. Il Natale di Gesù nato in quelle terre martoriate sta tutto qui: Lui è venuto per portare la Speranza. Buon Natale di Speranza.

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