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Militare, o civile... è una leva che piace

Il mondo dell’esercito è favorevole alla proposta della ministra Pinotti. “Il servizio di leva ha un valore educativo ed è un modo per staccare i ragazzi dal cordone ombelicale della famiglia” asserisce Davide Minarini. I rappresentanti del servizio civile, invece, si augurano un ampliamento della possibilità di volontariato, ma non vedono di buon occhio l’obbligatorietà. Occorrono “esperienze più allargate e significative in questo mondo” afferma Alberto Franceschini.

Militare, o civile... è una leva che piace

Continua a far discutere la proposta avanzata dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti che durante l’Adunata nazionale degli alpini 2017 a Treviso si è dichiarata favorevole ad un ripensamento sul servizio di leva da valutare “non più solo nelle forze armate, ma con un servizio civile che divenga allargato a tutti”. A detta della ministra infatti il dibattito su una qualche forma di leva non è da considerarsi obsoleto ma è invece un “tema che si è riaperto in Europa, non solo in Svezia, ma anche in Francia, dove, alle ultime presidenziali, l’argomento è stato toccato da molti candidati, compreso Macron”.
Tra chi ipotizza una manovra per mascherare i dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile, polemiche, dichiarazioni e tweet di rettifica della stessa ministra, il dibattito continua ad appassionare e si scopre che, come rilevato in un sondaggio condotto dallo studio Quaeris in esclusiva per La Vita del popolo e pubblicato la scorsa settimana, la proposta in qualche modo piace.
Abbiamo dunque cercato di capire cosa ne pensano nel mondo dell’esercito e nelle realtà del servizio civile.
Daniele Minarini ha 37 anni, ha fatto parte del corpo nazionale dei Vigili del fuoco, e si dice favorevole alla proposta: “Non credo che ciò avverrà mai, ma lo auspicherei. Il servizio di leva ha un valore educativo e sarebbe un modo per staccare i ragazzi dal cordone ombelicale della famiglia. Oggi spesso i giovani rimangono in casa fino ai 25, 30 anni, e alcuni fanno fatica a trovare il loro posto nel mondo. La leva insegna a cavarsela da soli. Nell’esercito ho imparato la disciplina, a riconoscere le autorità, a rispettare valori dei quali ci siamo dimenticati. Per averla vissuta eviterei comunque una leva troppo lunga, quattro o cinque mesi di addestramento ed educazione sarebbero sufficienti. Sarebbe un modo per formare le nuove generazioni. Se parliamo dal punto di vista strettamente militare tuttavia non c’è bisogno della leva obbligatoria, le guerre moderne non fanno più affidamento sulle grandi masse, la guerra oggi la fanno professionisti altamente specializzati, volontari che fanno del mestiere militare la loro carriera e la loro ragione di vita”.
Dello stesso parere l’ufficiale di completamento del reggimento Laugunari Serenissima, oggi in congedo, Giuliano Saccoman.
“La leva aiuta ad uscire dal guscio, vieni catapultato in un’altra realtà, instauri nuovi legami, hai la possibilità di imparare lavori diversi e inoltre ti insegna a valutare e saper affrontare le difficoltà. Tuttavia in un periodo di otto dieci mesi possono essere date solo delle nozioni di base che non servirebbero a fini di difesa in un mondo in cui nei conflitti le truppe valgono sempre meno e la guerra si fa soprattutto con la ricerca di informazioni e il lavoro di intelligence. In Svizzera, per fare un esempio, la leva è obbligatoria e i civili vengono richiamati ogni due anni per fare dei corsi di aggiornamento. Chiaro che se fossimo sempre in pace una cosa del genere sarebbe inutile, ma mi sembra un po’ utopistico, soprattutto oggi, pensare che non ci saranno altre guerre. Le caserme in questi anni sono vuote, tutti i volontari sono in missione da qualche parte, avere più personale militare ci permetterebbe di ampliare il nostro peso nella Nato, che non è semplicemente un dover sottostare alle richieste di Trump, ma porterebbe un grosso risvolto economico per il Paese: più siamo influenti e più riusciamo a portare a casa commesse per le nostre industrie, e queste commesse, finanziate dalla Nato, producono nuova conoscenza che difficilmente potrebbe nascere da un’iniziativa economica nazionale e che è poi applicabile anche a fini civili creando un circolo economico virtuoso”.
Pareri diversi arrivano invece dal mondo del servizio civile che auspica un ampliamento delle possibilità del volontariato, ma non vede di buon occhio l’obbligatorietà.
“Per come l’ho percepita io – ha commentato Alberto Franceschini, presidente del Centro Servizi per il Volontariato di Treviso – quella della ministra Pinotti era più che altro una proposta di allargamento del servizio civile. Proposta che arriva in ritardo rispetto alla riforma del terzo settore che ha già ampliato le possibilità del servizio togliendo i limiti quantitativi per la partecipazione. Il servizio di leva militare sta bene così com’è. Invece occorre proseguire nella direzione della riforma per permettere ai giovani di fare esperienze più allargate e significative nel mondo del volontariato. E’ bene, da un punto di vista educativo, che i giovani si interessino alle attività rivolte al servizio per gli altri e che li aiutino a creare senso di appartenenza e comunità. Il servizio civile dovrebbe essere meno avvolto nella nube della burocrazia che lo soffoca, ma non obbligatorio. Ai giovani comunque è utile un periodo in cui misurarsi con se stessi e un periodo di volontariato aiuterebbe ad aprirsi al mondo e a far cadere le questioni che spesso nascono sull’Ue”.
Concorde con Franceschini anche don Davide Schiavon, direttore della Caritas tarvisina che ha concluso: “Se parliamo di una minore difficoltà per passare attraverso i bandi ben venga; l’esperienza civile è fortemente educativa e il servizio agli altri deve essere sempre incentivato. Per esempio sarebbe importante un riconoscimento dell’attività svolta che abbia un valore anche all’interno di un curriculum, ma è altrettanto importante il rispetto della volontà delle persone a cui non si possono imporre le cose. Quando la leva era obbligatoria capitava che gli obiettori che arrivavano da noi non fossero in alcun modo motivati, ma che avessero compiuto quella scelta solo per evitare l’arruolamento. In questo modo tutto perde di senso. Per quanto riguarda i militari credo dovrebbero rimanere volontari, l’esperienza civile ha una ricaduta effettiva sulla società, mentre l’esercito ha un compito ben preciso di difesa e deve essere specializzato in quella”.

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