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Natale: Dio si fa uomo nella nostra carne

Il Natale ci chiede di metterci in cammino, di vincere le nostre sonnolente pigrizie e di aprire il cuore. Siamo chiamati a vivere un pellegrinaggio di conversione, imparando ad aprire le porte della nostra vita a tutti coloro che sono schiacciati dalle tenebre della paura, dell’ingiustizia, della violenza.

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Natale: Dio si fa uomo nella nostra carne

“Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”: è questo il grido di gioia e speranza che ha squarciato la notte di Natale e la storia dell’uomo. Anche oggi abbiamo bisogno di accogliere nel nostro cuore questo annuncio, di aprirci allo stupore, perché il Dio della vita continua a fare qualcosa per noi, continua a costruire storia di salvezza insieme a noi.

Fatti per la gioia
Celebrare il Natale significa riconoscere che siamo fatti per la gioia. L’orizzonte umano, spesso offuscato dalle nubi della sfiducia e dello sconforto, viene illuminato dalla certezza che Dio non resta spettatore inerme della storia. Lui non si chiude nell’indifferenza, ma si fa carne, si fa uomo e si pone al nostro fianco. Per illuminare di speranza la notte dell’uomo, il Dio della vita ha scelto la via della prossimità, ha scelto di essere un Dio in uscita, una porta aperta per ciascuno. Ha scelto di abitare la nostra vita.
Dio non disdegna di contaminarsi con la fragilità dell’uomo, non rinchiude la vulnerabilità umana in giudizi e stereotipi. E’ proprio la prossimità di Dio a essere la cifra fondamentale per riscoprire la fraternità che ci unisce e dare cittadinanza alla dignità di ogni uomo. E’ solo facendoci prossimi dell’uomo concreto che ci vive a fianco, che potremo dare forma e vita al grande sogno di un mondo migliore, di una comunità dove ciascuno viva il diritto a una vita piena, il diritto alla libertà e alla gioia.

Vivere la prossimità
Vivere la prossimità significa abbattere quel muro di indifferenza che esalta l’individualità narcisista e crea marginalità ed esclusione, tagliando fuori chi è più debole e vulnerabile, chi non conta per i criteri del mondo. Come Dio si è fatto prossimo all’uomo, così anche noi siamo chiamati a farci prossimi a questo Dio che si cela nel cuore e nella carne dell’umanità povera e ferita.
E’ necessaria una profonda conversione del cuore, che ci faccia realmente accogliere il povero come sacramento di Dio. Non si tratta di lasciarci guidare dal sentimento e dalle emozioni del periodo natalizio, in cui avvertiamo l’appello a essere più buoni. Non fermiamoci a questo, ma cogliamo come nella carne del povero si incarna la presenza di Dio, che ci chiede un cambiamento radicale nei nostri stili di vita. Il Dio che si fa povero ci invita a non contare solo sulle nostre forze, a non camminare per i sentieri del potere e della forza che riducono molte persone ai margini, facendole sprofondare nelle paludi della povertà e dello scarto. Siamo tutti poveri e tutti abbiamo delle ricchezze da condividere, ma è necessario che sappiamo lottare contro tutte quelle forme di ingiustizia che sono causa di tanta sofferenza e morte. Non possiamo ridurre la prossimità a una mera questione assistenziale, ma è necessario cogliere che in essa è racchiusa la bellezza dell’uomo e la grandezza di Dio.

Persone “in uscita”
Credo, allora, che vivere il Natale ci chieda di essere uomini e donne “in uscita”, capaci di mettersi in cammino per andare incontro al Signore che viene, per lasciarci riscaldare il cuore. Siamo chiamati anche noi a metterci in cammino e andare a Betlemme, ad accostare quei tabernacoli viventi che sono i poveri e le persone ferite dalla vita. Il Natale ci chiede di metterci in cammino, di vincere le nostre sonnolente pigrizie e di aprire il cuore. Siamo chiamati a vivere un pellegrinaggio di conversione, imparando ad aprire le porte della nostra vita a tutti coloro che sono schiacciati dalle tenebre della paura, dell’ingiustizia, della violenza. Non possiamo rimanere ciechi e sordi dinanzi a una umanità ferita che ci lancia un grido disperato e ci chiede: “Prenditi cura di me”.

I poveri, “santuari viventi”
Spetta a noi essere quegli occhi, quel cuore, quelle braccia che sanno accogliere i poveri e sanno offrire loro la speranza che la notte di Natale ha illuminato le tenebre oscure di una umanità chiusa nel suo dolore. E’ lì che potremo incontrare anche oggi il Dio che si fa carne. Quali sono, allora, i santuari viventi presso i quali siamo invitati a celebrare il Santo Natale? Primo santuario è il cuore dei carcerati, ridotti a numeri, considerati nulla, calpestati nella loro dignità di persone e mortificati nei loro affetti. Dio si fa carne nella loro sofferenza.
Altro santuario è la vita di tante persone, soprattutto anziane, schiacciate dal peso della solitudine e dal tremendo pensiero di sentirsi un inutile e insignificante ingombro. Dio si fa luce nell’oscurità della loro depressione esistenziale.
Altra tappa sono le famiglie lacerate da discordie e divisioni, dove non si è più in grado di riconoscere la dignità dell’altro e il valore della fraternità che ci unisce. Dio si fa dono di riconciliazione dentro queste lacerazioni. Altro luogo sacro è la vita di tante donne violate, abusate, ridotte in schiavitù che vivono il dramma di essere state annientate nel cuore e nell’anima. Dio si fa promessa di liberazione dentro le loro schiavitù.
Altro passaggio è il cuore di coloro che sono messi ai margini, di coloro che non possiedono più nulla e che non contano più nulla secondo le logiche economiche del dominio e del potere. Dio si fa amico e compagno di strada nell’asperità del loro cammino. Altro santuario è la vita di quanti sacrificano la loro esistenza agli idoli del nostro tempo, sprofondando nelle sabbie mobili di svariate forme di dipendenza che portano all’abbruttimento della propria persona. Dio si offre per ridonare la gioia di sperimentare la bellezza e l’unicità della vita.
Altro santuario è quello dei migranti, che vengono inchiodati al muro dell’indifferenza, del razzismo, dell’esclusione e questo anche attraverso delle norme e delle scelte politiche che calpestano l’uomo. Dio si fa accoglienza dentro il dramma del rifiuto patito da questi fratelli. Altro santuario è la vita del malato, del disabile, del disoccupato, del giovane sfiduciato... dell’uomo che mi vive a fianco, di quell’uomo che sono io... per tutti Dio si fa uomo, si fa carne per dirci che non ci lascia soli, che noi siamo la sua gloria vivente, che desidera la gioia e la libertà per ciascuno. Dio si fa uomo perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza.

Forza generativa
Allora mettiamoci in cammino verso questi santuari per ritrovare la bellezza di essere un’unica sola famiglia umana, per riscoprire l’unicità di ogni persona... non sarà facile e immediato trovare la via, ma ricordiamoci sempre, come dice un proverbio congolese, che “chi vuole sul serio una cosa trova la strada, gli altri trovano solo scuse”. Un’umanità rinnovata dalla forza generativa della prossimità è un sogno realizzabile con l’aiuto dell’Emmanuele, il Dio con noi... E allora, auguri sinceri di un Buon Natale e di un buon pellegrinaggio!

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