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Per un lavoro degno e sicuro

Nel Messaggio per il Primo maggio, festa del lavoro, la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro sottolinea le criticità che vive oggi la società italiana, in particolare i giovani. Intervista a mons. Filippo Santoro.

Per un lavoro degno e sicuro

“Non basta avere un lavoro, questo non dev’essere contro la vita, contro la dignità, contro lo sviluppo pieno delle persone”. Ne è convinto mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, la custodia del creato della Cei, commentando il messaggio dei vescovi in vista del Primo maggio.
Nel messaggio dei vescovi torna più volte l’indicazione del “lavoro buono”. Ma che caratteristiche ha oggi?
Il buon lavoro ha il nome di lavoro degno, affermazione che è stata il tema fondamentale della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, a Cagliari. Cioè il lavoro che non ha come obiettivo principale elevare al massimo il profitto e nemmeno il puro e semplice risultato economico. Il buon lavoro è quello che rende possibile la realizzazione della persona, ne rispetta la dignità ed è svolto in forma compatibile con l’ambiente e le condizioni in cui le persone vivono.
Da dove partire?
Il problema capitale della società italiana è la qualità e la dignità del lavoro. L’urgenza che noi abbiamo è soprattutto quella di un lavoro carico di significato, perché orientato non solo all’aspetto economico, ma anche a quello personale e sociale.
Che contributo può offrire la Chiesa nella sfida su quantità, qualità e dignità del lavoro che caratterizza la nostra società?
Innanzitutto quello di mettere al centro la dignità della persona, per cui si tratta di creare un lavoro che rispetti e valorizzi la dignità della persona. E questo non è scontato. Dalla centralità della dignità della persona deriva il cercare tutte le vie perché ci sia un’occupazione adeguata, particolarmente dei giovani. E dei cammini in cui quest’occupazione possa realizzarsi. A fianco di ciò, oltre alla denuncia del lavoro non degno, non buono, c’è l’indicazione delle “buone pratiche”, cioè di percorsi in cui è possibile realizzare il lavoro degno.
Un ambito sul quale la Chiesa ha investito e continua a investire…
Il Progetto Policoro, quello dei “Cercatori di LavOro” che ora chiamiamo “Cantieri di LavOro”, la valorizzazione degli oratori come luoghi in cui la persona è formata a scoprire il senso del lavoro e orientata a trovarlo. Si tratta di far emergere quelle esperienze che sono costruttive non solo di una risposta economica, ma di un contesto sociale differente. Il tutto senza far calare l’attenzione rispetto alle situazioni più vulnerabili: il lavoro per i giovani, quello delle donne, dei disabili. E quello inclusivo per i migranti.
Come a Cagliari, anche nel messaggio sono indicate delle urgenze presenti nel Paese che sottoponete alle Istituzioni…
Certo. Innanzitutto c’è quella di togliere gli ostacoli per chi il lavoro lo crea. Poi ribadiamo l’importanza delle istituzioni formative (scuola, università istituti professionali) chiedendo che la formazione sia orientata al lavoro. E’ importante che nella formazione ci sia la prospettiva che il lavoro che andrò a fare non è solo per l’economia ma per la realizzazione della persona. C’è poi un terzo passaggio, quello della protezione dei soggetti più deboli. Dobbiamo fare di tutto perché siano evitati lavori non buoni, non degni, in cui si trova la morte. E perché ci sia un’attenzione più critica sui problemi come il caporalato, le ecomafie, le agromafie… Ma ci sono anche aspetti positivi. Vedo aumentato il momento innovativo, quello creativo. Se questo diventa non solo d’élite, ma l’itinerario formativo dei nostri giovani ci sarà sempre più innovazione, come una possibilità di crescita quando guidata dalla coscienza e da una sensibilità che vede nella persona un valore infinito e una capacità di creare attorno a sé una novità.

Fonte: Sir
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