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STORIE DI NATALE: Il bene che ognuno genera, quarto figlio in affido per Maria e Giovanni

“Accogliere non sempre è facile. Abbiamo accolto momenti difficili e momenti di grande fatica. Ma dopo aver accolto c’è sempre un «raccolto»”. Così scrive la coppia in questa testimonianza.

Parole chiave: natale (108), natale 2018 (14), affido (7), accoglienza (153)
STORIE DI NATALE: Il bene che ognuno genera, quarto figlio in affido per Maria e Giovanni

Lorenzo, il nostro terzogenito, ogni mattina, prima di varcare il cancello della scuola, ci fa un segno della croce sulla fronte. E, ogni mattina, mentre lo guardiamo saltellare, pensiamo che lui, che è quello indomabile, permaloso, irruento e disubbidiente, è anche l’unico che ci fa un segno di croce in fronte e fa partire la nostra giornata con la prospettiva della Risurrezione possibile. Come se volesse dirci: “Dai, che ce la potete fare!”.
E’ curioso come un marmocchio di un metro e quindici possa, con la sua spontaneità, darci l’occasione di trovare, ogni giorno, la gioia di vivere insieme.
Noi due che scriviamo ci siamo innamorati agli scout. Bello e romantico lo scenario: le stelle, i boschi, i paesaggi meravigliosi, il fuoco di bivacco. Ma innamorarsi agli scout vuol dire anche vedersi, stravolti, al mattino, dopo una gelida notte in tenda. Vuol dire camminare tanto, sudare e faticare fianco a fianco. Vuol dire lavarsi i denti, insieme, a una fontana, completamente spettinati e, spesso, anche puzzolenti e pensare, ugualmente, che l’altro è bellissimo. Un amore come tanti, il nostro, che ha sempre messo al primo posto la condivisione. Dei pensieri, dei sentimenti, delle incertezze, delle scelte.
In 20 anni di vita insieme ci siamo accorti che “con-dividere”, o meglio, “dividere con…” ci ha sempre portato qualcosa di buono. Forse perché abbiamo sperimentato più e più volte che chi condivide, alla fine, moltiplica sempre ciò che ha.
Partiti dalla Sicilia, con le nostre difficoltà, siamo stati accolti, abbiamo assaporato la bellezza di una terra diversa dalla nostra che, senza alcun dubbio, è diventata casa.
Così abbiamo iniziato ad accogliere anche noi. Prima, col matrimonio, ci siamo accolti a vicenda. Poi abbiamo accolto l’arrivo dei nostri figli e, da allora, non ci siamo mai fermati. Passando dall’accoglienza di chi attraversa il mare e di chiunque cerchi un pochino di speranza. E lo facciamo non perché siamo belli e bravi. Ma perché, molto semplicemente, da esseri umani cristiani pensiamo che sia logico e giusto farlo. Soprattutto se, in ballo, c’è il bene di un altro.
Abbiamo deciso di “fare spazio”. Nei nostri pensieri, nelle nostre vite, e perfino nella nostra casa. Lo abbiamo fatto con un lettino in più nella cameretta dei nostri bimbi. Un lettino che cerca di essere un riparo per i sogni di qualcuno che crede di non averne più, di sogni. Un lettino che cerca di essere rifugio sicuro almeno per qualche tempo. Un lettino che certi giorni è uno spazio grande grande, altri, invece, è così piccolo che ci viene spontaneo non guardarlo.
L’affido familiare è come quando si scala una montagna. C’è il desiderio di arrivare in cima. Vedi il paesaggio, ti arrampichi, in cordata, con tutta la famiglia, cercando di non lasciare nulla al caso e nessuno indietro.  Ma succede, e fa parte del gioco. E tutto serve per la gioia di poter raggiungere la cima. Anche il passo indietro.
E se, a volte, l’inadeguatezza prende il sopravvento, spesso, succede esattamente il contrario: ci sentiamo perfettamente a nostro agio nel ruolo di madre e padre. Come se ogni bimbo, ogni figlio, fosse realmente nostro figlio.
Accogliere non sempre è facile. Anzi. Abbiamo accolto momenti difficili e momenti di una fatica così grande che il respiro manca.
Ma dopo aver accolto c’è sempre un “raccolto”. Che, per noi, fino ad oggi, si è tradotto in tutto il bene che un bambino o qualsiasi essere umano sa generare.
Stiamo scrivendo queste righe che è mezzanotte e la stanchezza si fa sentire. Il respiro dei bambini che dormono ci fa stare bene. C’è silenzio ed è inevitabile pensare che la famiglia è un premio, un dono, una grazia. E’ bene ri-cordarlo, ossia “riportarlo al cuore”. Perché è davvero il cuore la sede della memoria.
Noi abbiamo le prove.

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