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Speciale laici: La parabola del laicato in Italia

Sulla scia del Concilio, andare oltre le esigenze immediate della pastorale

Parole chiave: concilio vaticano ii (1), laici (24), laicato (1), ac (519), secolarità (1), cristiani (51), politica (68), pastorale (75)
Laici

Ai miei tempi, la normale attività pastorale della parrocchia era svolta prevalentemente dai sacerdoti, dalle suore o da qualche zelante signorina. Di laici si sentiva parlare solo in riferimento all’Azione cattolica. Come per “sottrazione” o privazione di qualcosa, erano considerati “laici” tutti i battezzati che non rientravano tra i preti e i religiosi.

Essendo io cresciuto alla scuola dell’Ac, ho sentito sempre vivo il problema del laicato e della laicità. Per questo, seppur allora giovanissimo, ho colto nel Concilio una grande ventata di novità riguardo l’impegno, la vocazione e la missione dei laici. In quella particolare stagione si è, infatti, sviluppata una innovativa riflessione teologica sul laicato e sul suo apostolato, soprattutto a partire dalla costituzione conciliare Lumen Gentium (anche se, al n. 33, si parla ancora di laici che possono essere chiamati ad “aiutare” la Gerarchia), e dalla successiva Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, con il conseguente proliferare di molte iniziative promosse dagli stessi laici.

Situazione alquanto diversa da quella che stiamo vivendo oggi, nella quale, come dice Paola Bignardi, il laicato, inteso come categoria ecclesiale che esprime coloro che vivono secondo lo stesso stile spirituale e vocazionale, è quasi scomparso (anche dal vocabolario) per lasciar posto a singoli laici cristiani che vivono in solitudine la loro missione nel mondo.

La svolta del Vaticano II
La vocazione e la missione dei fedeli laici si possono comprendere soltanto alla luce di una determinata consapevolezza della Chiesa.

Tutti sappiamo che l’ecclesiologia, ossia “il pensare della fede della Chiesa sulla Chiesa”, è molto cambiata con l’evento di grazia del Concilio Vaticano II, tanto che si parla di “svolta ecclesiologica”. La concezione di Chiesa che è “entrata” in Concilio era, per così dire, di tipo piramidale, una istituzione autosufficiente (societas perfecta) con le sue leggi, i suoi riti e una gerarchia da cui tutto derivava e attorno alla quale tutto girava, e poi una moltitudine di fedeli (sudditi) che dipendevano da essa. L’immagine più rappresentativa era, appunto, quella della piramide con al vertice il Papa, e poi via via i vescovi, i preti, i religiosi e infine i laici.

Una diffusa tesi medievale affermava che “Dio ha creato la gerarchia e così ha provveduto più che a sufficienza ai bisogni della Chiesa fino alla fine del mondo”. Una tale visione di Chiesa apparteneva alla così detta “ecclesiologia gerarcologica”.

Il Concilio, recependo le istanze e i frutti del movimento biblico, liturgico, patristico e catechistico del primo ‘900, ha recuperato anche l’originale prospettiva comunionale della Chiesa, caratterizzata da una “ecclesiologia totale”, nella quale ciò che unisce i vari componenti del popolo di Dio (la dignità battesimale e il sacerdozio comune) fonda e precede ogni distinzione e ministerialità (LG 32).

L’unità non pregiudica le differenze
Una tale visione potremmo riassumerla con le parole di un padre della Chiesa: “L’unità, annullando le separazioni, non reca pregiudizio alle differenze”. Questo cambio di prospettiva, vera rivoluzione “copernicana”, trova la sua sintesi nella costituzione conciliare Lumen Gentium, nella quale l’ordine dei capitoli è molto significativo: alla trattazione sulla gerarchia viene anteposto il capitolo sulla Chiesa mistero e quello sulla Chiesa popolo di Dio. E’ stato il capitolo II sul popolo di Dio a essere salutato come la vera svolta della comprensione e della riflessione teologica sulla Chiesa. Dopo tanti secoli il Concilio riusciva a superare l’antica dialettica “gerarchia-laicato” recuperando la categoria biblico-teologica di “popolo di Dio”, nella quale, prima di evidenziare le differenze tra i membri, si sottolinea la fondamentale uguaglianza e dignità di tutti i battezzati.

Anzitutto la secolarità
Nel fervore che animava il laicato cattolico nell’immediato post concilio gioca un ruolo particolare il magistero di Paolo VI. Nel 1975, con l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi il Papa, in sintonia con il Concilio, ribadiva che, se è vero che “i laici cristiani possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale esercitando ministeri diversissimi” (n. 73), rimane pur sempre vero che, come afferma LG 34, “il loro compito primario e immediato non è l’istituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale, che è il ruolo specifico dei pastori”, ma quello di “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (n. 70).

Aggiungendo poi che “il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complesso della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti di comunicazione sociale”, come pure la famiglia, l’amore, l’educazione dei ragazzi, la professione, la sofferenza. Idee confermate anche da Giovanni Paolo II, soprattutto al n. 15 di Christifideles laici, dove, dopo aver annotato (citando Paolo VI) che la Chiesa ha una dimensione secolare, afferma che tale indole è propria e peculiare dei laici: “La condizione ecclesiale dei fedeli laici è radicalmente definita dalla loro novità cristiana e caratterizzata proprio dalla loro indole secolare”.

Giuseppe Lazzati, cogliendo nella dimensione secolare lo specifico del laico cristiano, era solito osservare che questi è chiamato a santificarsi non “nonostante”, ma attraverso le attività di ogni giorno, ossia vivendo e “stando” nel mondo, perché la condizione secolare è il “luogo teologico” e la via abituale e normale del cammino di santificazione del laico.

Essere cristiani e basta?
Sappiamo bene che anche per la Chiesa, gli anni ’80 sono stati quelli del “riflusso” nel privato, con il conseguente affievolirsi dell’impegno sociale, politico, ecclesiale e di quelle spinte di rinnovamento (a volte anche contestative di ogni “sistema”) che avevano caratterizzato la stagione precedente.

In quegli anni, tuttavia, ci sono state alcune interessanti riflessioni teologiche sul laicato. Mi preme segnalarne almeno un paio. Quella, anzitutto, del teologo Bruno Forte, il quale scrive che il rapporto laici-secolarità porta con sé un duplice nuovo problema, quello cioè di superare la divisione della Chiesa in due classi, tra chi è impegnato nel saeculum e chi, invece, non lo è e, inoltre, il fatto che è proprio di tutti i battezzati, compresi i ministri ordinati e i religiosi, rapportarsi con le realtà temporali, perché tutte le forme di vita all’interno della Chiesa hanno una dimensione “mondana” (o secolare). Anzi, ogni comunità cristiana e tutta la Chiesa devono confrontarsi e interagire con il saeculum e assumere la laicità come dimensione della loro incarnazione nella storia.

E poi, in secondo luogo, quella del teologo Giuseppe Angelini, il quale sostiene che quella del laico è la questione del cristiano comune, del cristiano cioè la cui condizione ecclesiastica non è qualificata da un particolare ministero (sacerdote) né da un particolare stato di vita. Pertanto, a suo avviso, il vero interrogativo da porsi non sarebbe tanto quello della “essenza” del laico ma, semmai, quello dell’essenza del cristiano, la figura ideale di esso. Conveniamo su questa posizione purché, alla fine, non si arrivi ad appiattire tutte le differenze e a glissare sull’indole secolare dei laici.

I laici cristiani in politica
Un caso particolare che si è imposto nel post Concilio è stato quello dei laici cristiani impegnati in politica e nella società civile. Già Pio XI, ricevendo nel 1927 la Fuci, diceva che “la politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio”. Espressione ripresa un po’ da tutti i successori, da Paolo VI a papa Francesco. Giovanni Paolo II in ChL scrive che “i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla politica (...), le difficoltà e le tentazioni ad essa connesse, non giustificano né lo scetticismo né l’assenteismo dei cristiani per la cosa pubblica” (n. 42).

Ora, se è vero che la politica è il luogo delle mediazioni e dei compromessi, per un laico cristiano che accetta questo “alto servizio di carità”, si pone prima o poi, in modo a volte lacerante, il dilemma di dover scegliere tra la fedeltà ai valori e ai principi cristiani in cui crede e che, in certe situazioni, il magistero gli ricorda, e le scelte concrete che come legislatore o amministratore deve compiere per il “bene” generale del Paese, la governabilità, la pace sociale, ecc. Qual è in certi delicati frangenti, la sua “autonomia” di azione? In che misura l’autorità religiosa può pretendere la sua dissociazione da un certo progetto legislativo? Le domande non sono affatto retoriche. Emblematico è il caso della contrapposizione tra il cattolico presidente Usa Joe Biden, che sostiene la legislazione sull’aborto, e una parte dei vescovi che per questa sua posizione “politica” vorrebbero negargli la possibilità di accedere alla comunione.

Il problema è assai complesso e non può essere risolto sbrigativamente con un “si può” o “non si può”. Se è proprio dei laici operare nel saeculum, allora la cosa che a loro si può chiedere è di vivere la loro autonomia con responsabilità e di agire, in certi frangenti, secondo coscienza.

L’assorbimento nella pastorale
Nel 1977 la Cei, pur ribadendo la dottrina conciliare e di Paolo VI sulla vocazione secolare dei laici, si premurava a richiamare tutti circa la necessità di “ridimensionare la diffusa mentalità che inclina ad attribuire ai laici soltanto compiti nel mondo” (EM 72). Purtroppo, un tale pericolo non si è mai corso davvero. Di fatto, anche per le incalzanti esigenze della evangelizzazione, dei roboanti piani pastorali decennali della Cei, di quelli triennali delle diocesi e del conseguente abnorme gonfiarsi della pastorale, si è avuto un costante arretramento o compressione dell’apostolato dei laici verso le realtà intra-ecclesiali. La pastorale ha assorbito e sta ancora oggi prosciugando, quasi tutte le risorse e le energie del popolo di Dio.

La stessa Azione cattolica, in forza di una restrittiva interpretazione (soprattutto, da parte dei vescovi) della “scelta religiosa”, corre sempre il rischio di esaurire il suo compito statutario di condividere con la gerarchia “il fine generale apostolico della Chiesa”, prevalentemente nell’ambito intra-ecclesiale, lasciando i singoli associati liberi di impegnarsi “privatamente” (e in solitudine) nel saeculum.

Il sociologo Luca Diotallevi, a un nostro incontro tenuto nel 2012, annotava come la crisi del laicato cattolico in Italia avesse tra le cause quella che l’apostolato dei laici si è progressivamente identificato con la pastorale (“la pastorale - diceva - si sta mangiando l’apostolato dei laici”), con la conseguenza che quelli che non sono direttamente impegnati in essa rischiano di rimanere “invisibili” e marginali e non costituire più oggetto della cura da parte della Chiesa.

Oltre il disagio laicale
Nella ricerca di una nuova sintesi teologica sul laicato, mi sembra interessante l’intuizione di don Stefano Didoné di collocare il problema nel contesto di un radicale rinnovamento della Chiesa sulla linea della sinodalità e della effettiva corresponsabilità di tutti.

C’è solo da sperare che, di fronte all’impegno che ci attende nel prossimo decennio, non rimaniamo intrappolati nell’intra-ecclesiale, tutti intenti a oliare i meccanismi partecipativi e comunionali e a promuovere quelle necessarie riforme strutturali che ci consentano di dare vita a una Chiesa diversa, pienamente sinodale. L’indole secolare propria dei laici necessita una attenzione e una riflessione che vadano oltre le esigenze immediate della pastorale. Dobbiamo prendere atto che, a tutt’oggi, continua a permanere una situazione di “disagio laicale” e uno strisciante “conflitto di competenza” e di autonomia.

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