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Un grest in Giordania da ricordare

Sono tornati da pochi giorni i dodici giovani della nostra Diocesi che hanno fatto un’esperienza di servizio in Giordania, nella parrocchia di Al Mafraq. Un progetto importante promosso e sostenuto dalla Caritas Tarvisina e dall’ufficio diocesano di Pastorale giovanile insieme a Caritas Giordania. Ecco il racconto dell’esperienza, con le testimonianze dei giovani.

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Un grest in Giordania da ricordare

Sono le 9 di sera e l’aria calda del deserto ancora non lascia respirare, entra nella grande cucina della scuola di Al Mafraq (città del nord della Giordania a 20 km dal confine siriano) che ospita il gruppo di 12 giovani trevigiani provenienti da più parti della nostra diocesi, ed arrivati in questa minoritaria comunità cristiana che, con l’inizio della guerra siriana nel 2013 si è trovata a svolgere un compito immane: accogliere, tramite la Caritas giordana, migliaia e migliaia di profughi siriani assieme ad altre agenzie e al vicino campo profughi Al-Zaatari.
Annalisa De Faveri, referente per il settore Mondialità di Caritas Tarvisina spiega che “mentre l’anno scorso ci siamo posti soprattutto in ascolto della Caritas Giordana, quest’anno si sta tentando di far partire un gemellaggio più stretto per camminare insieme, le due Caritas e i giovani trevigiani e giordani. Spero che il seme gettato possa germogliare e abitui chi partecipa a queste esperienze ad uscire dal giardino di casa propria ponendo più attenzione all’altro”.
Trecentomila rifugiati dal 2013. Tra le parole straboccanti di emozioni, non postate nei social ma condivise assieme, il termine “dono” è il più usato. Per Serena (parrocchia di Olmi), alla sua seconda esperienza, “in questi giorni mi rendo conto di quanto sono fortunata ad avere una famiglia, a poter esprimere la mia vita come voglio, a muovermi libera”. Per Miriam (parrocchia di Sant’Alberto) “sia nei bambini siriani, che nel Grest dei bambini giordani, ma anche durante la scuola informale delle donne, mi sono resa conto che non sono persone diverse da quelle che seguo nell’Acr, anche se più di tutti mi hanno colpito le giovani siriane che vengono al mattino alla scuola informale e mi hanno dato accoglienza”. Per Marta (Vedelago) alla sua seconda esperienza, “quello che mi colpisce, pur in un tempo limitato, è che non esiste in Al Mafraq un senso di comunità, i cristiani sono per sé, i rifugiati (e si calcola un arrivo ad Al Mafraq dal 2013, di 300 mila su una quota di popolazione di 50 mila, ndr) sono dentro le loro tragedie e mal sopportati. La realtà è molto complicata e a casa direi ai miei coetanei: prima di giudicare, conoscete!”. Sara (parrocchia di Quinto): “Quando si viene dall’altra parte del mondo, molti aspetti della realtà della guerra sfuggono, noi siamo abituati a guardare la realtà con occhiali “dorati”. Qui tutto è più complesso, ma molti animatori nel loro piccolo cercano di fare qualcosa, danno speranza. Come Alia, una donna proveniente da Aleppo, ora sola con tre figli, che con grande coraggio e forza va avanti. Io mi porto a casa la necessità di dire ai miei coetanei: cercate di conoscere!”.
“Grazie per i vostri sorrisi”. Fabio (di Montebelluna): “Quando si fanno esperienze di questo genere, in cui si viene a contatto con forti tragedie ci si sente fortunati di vivere nella nostra normale quotidianità, ma la fortuna che sento io in questi giorni è quella di entrare in contatto con una realtà senza filtri incontrando delle persone a cui dire grazie: grazie al bambino siriano e al suo sorriso, grazie alla famiglia rifugiata che ti dà tutto quello che ha pur non avendo nulla, ma anche agli educatori che ti fanno capire che cosa vuol dire donare”. Francesca (Cornuda): “Entrare dentro a questa realtà di guerra è un colpo al cuore, la visita alle famiglie rifugiate è un’esperienza forte!”. Erica (parrocchia di Quinto) dice di sentirsi “molto vicina a questi cristiani di Giordania. Prima non conoscevo nulla e ho molto da imparare, anche riguardo alla fede. Ho potuto conoscere le donne siriane, le loro storie forti e tragiche e ho smontato i miei stereotipi; quello che mi sento di dire agli altri giovani è: andate nel profondo, conoscete e cercate di essere prossimi degli altri, anche degli immigrati di casa nostra”. Anche Petra (Meolo) sottolinea come questa esperienza le abbia permesso di “conoscere direttamente le persone, bere un tè, scambiare, ed entrare nel profondo della tragedia della guerra, attraverso le storie e gli occhi dei bambini siriani incontrati nel gioco durante il mattino e durante la scuola informale”.
Eleonora (parrocchia di Altivole) racconta che “nella visita alle famiglie mi è rimasto impresso il papà siriano che mi ha detto che per lui non esiste nessun futuro e che spera di andare via per i suoi figli. I bambini siriani che ho incontrato so che hanno bisogno di essere amati, e basta loro pochissimo per farti un sorriso”.
Maria Chiara (Paese): “Continuano a girarmi in testa le immagini delle mani dei bambini siriani che questa mattina hanno lasciato la loro impronta in un cielo blu. Non posseggono nulla ma, nonostante questo, ti donano tutto, e mi viene in mente il Vangelo di oggi che diceva «chi tiene la vita per sé la perderà». Questo sto imparando, a non tenere la vita per me. E ai miei amici, al ritorno, dirò che non devono avere paura di nulla”. Maddalena (Sant’Alberto) dice di aver constatato che “anche nella sofferenza, nelle difficoltà, il bene esiste, ed oggi in una famiglia siriana l’ho toccato con mano e mi sono sentita, di fronte alle loro storie, molto piena di me. Ho scoperto, inoltre, che la sofferenza non era la loro ultima parola ed una briciola di speranza ce l’avevano. Ho tanto desiderio di raccontare e dirò che vale la pena affrontare le fatiche”.
Tra segni e scoperte. Giorgio, che da cinque anni percorre Al Mafraq, ricorda il piccolo fatto avvenuto poche ore prima: tre bambine siriane della scuola incontrate per la strada si sono spontaneamente gettate al collo di Fabio. Forse un piccolo segno si lascia... Segni, scoperte, emozioni, tensioni, immergono questi giovani dentro un’esperienza totalmente altra e forte. Esperienza che don Andrea Guidone, direttore dell’ufficio diocesano di Pastorale giovanile, che ha accompagnato i ragazzi trevigiani, sollecita a raccogliere, a portare a casa per andare a “battere alle porte di altri giovani che sono presi dal dilagante virus dell’indifferenza”.
Un piccolo progetto che cresce di anno in anno, e che in quest’estate 2017 si è arricchito di giovani davvero speciali. (Annalisa Milani)

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