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Storie di Natale tra guerra e pace/2

Yvette qui è lontana da massacri ma il cuore è nel martoriato Centrafrica

33 anni, è originaria della Repubblica Centroafricana: arrivata in Italia a metà del 2013, ha ottenuto asilo politico e vive nella nostra regione ma il suo futuro, per ora, è quantomeno incerto. Questa storia è come un pugno ben piazzato al centro dello stomaco.

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Foto d'archivio: una mamma con il suo bambino nella Republica Centrafricana

Questa storia è come un pugno ben piazzato al centro dello stomaco. Una di quelle che mentre la ascolti sale la nausea e dopo un po’ ti viene da chiedere: “Per piacere, fermiamoci un momento”. Yvette ha 33 anni, è originaria della Repubblica Centroafricana: arrivata in Italia a metà del 2013, ha ottenuto asilo politico ma il suo futuro, per ora, è quantomeno incerto. “A volte per l’angoscia mi sembra che il cuore possa rompersi”. Non conta più i familiari uccisi, gli amici e i conoscenti del suo villaggio massacrati, le notizie di indicibili violenze che le arrivano quanto riesce a telefonare al parroco del suo paese o a contattare qualche persona che ancora vive in quella martoriata terra, dove l’Onu ha parlato di genocidio.

 

Un genocidio dimenticato

Nonostante l’avvicendarsi di golpe e guerre civili sin dall’indipendenza dalla Francia nel 1960, la Repubblica Centrafricana non aveva mai sperimentato una simile spirale di violenze settarie. La guerra è esplosa quando i Seleka, una coalizione di ribelli musulmani perlopiù mercenari provenienti dal Ciad e dal Sudan, a marzo 2013 hanno rovesciato l’ex presidente François Bozizé e hanno regnato razziando e dando alle fiamme centinaia di villaggi, torturando, stuprando le donne e uccidendo gli uomini della popolazione a maggioranza cristiana. In risposta si è costituito un gruppo “anti-balaka” che perseguita i musulmani, mentre i  1.600 militari francesi e i 5.500 peacekeeper africani della Misca non riescono a fermare i massacri. Ora ogni parte ha i suoi morti e li vuole vendicare. Una guerra di religione, ma non solo. A essere perseguitati sono ricchi commercianti o allevatori nomadi in conflitto da generazioni con gli agricoltori. “La scoperta a nord est di grandi giacimenti di risorse minerali hanno innestato il conflitto - sostiene Yvette -. Oltre un milione di persone sono fuggite dalle loro case dall’inizio della crisi”.

 

Schegge di guerra

“Io studiavo nella capitale, mi sono laureata in telecomunicazioni, quando la guerra è arrivata al mio paese - racconta -. Un bambino musulmano di 12 anni, cresciuto con noi perché aveva perso da piccolissimo i suoi genitori, ha tradito la mia famiglia. Sono arrivati i Seleka e hanno bruciato tutto. I miei familiari per miracolo sono riusciti a scappare nella giungla e da allora, da un anno e mezzo, vivono di nulla. Non sono mai riuscita a contattarli”. Una cognata è stata uccisa davanti ai figli, uno dei quali per il trauma ha perso la parola e l’altro, ferito ad un braccio, non può curarsi perché non ci sono medicinali. Una cugina è stata massacrata mentre partoriva due gemelli, altri quattro sono morti per un proiettile diritto in testa. Il fratello più piccolo da diversi mesi sta nel campo accanto all’aeroporto di Bangui. Dorme dove capita, non ha niente. Di recente è stato aggredito, ma Yvette non riesce ad avere sue notizie. Insieme a lui oltre 100mila hanno trovato riparo qui, rassicurati dalla presenza dei militari francesi. Sono cristiani, vivono ai bordi della pista tra il rombo dei motori degli aerei e la nebbia delle loro braci accese.

“Abitava con me ma quando sono scappata non avevamo abbastanza soldi per salvarci entrambi. Vivo nell’angoscia di conoscere chi sarà il prossimo, chi dovrò piangere da lontano senza poter far nulla”.

“Sono arrivata in Italia con un permesso per studio, ho cominciato a frequentare l’Università ma dopo poco sono stata male”. Da Ferrara è arrivata a Padova, inserita nel progetto per rifugiati, e ha ottenuto l’asilo politico. “Penso continuamente alla mia famiglia, al mio paese. L’accoglienza che ho sperimentato in Italia è stata molto importante per me e questo penso sia un segno della presenza di Gesù nella mia vita. Senza la fede, che è diventata la prova più dura, probabilmente sarei già morta anch’io, forse anche solo di dolore. Penso alla ricchezza familiare che sto perdendo, perché uno può essere ricco o povero ma se ha la famiglia è sempre ricco. E ricordo le occasioni passate in cui anche noi vivevamo le feste del Natale con gioia. Non riesco a darmi una spiegazione, non vedo la fine di questo incubo”. Per Yvette la vita ha cambiato significato; se era necessario, l’ha essenzializzata.

Yvette qui è lontana da massacri ma il cuore è nel martoriato Centrafrica
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