Editoriali
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Ambivalenza e significato delle parole

In questo tempo di pandemia, alcune parole fanno subito drizzare i capelli perché, ormai, sono diventate espressione inequivocabile di pericolo e sfortuna. Pensiamo all’aggettivo “positivo”, di per sé da sempre usato nella diagnostica medica ma che ora, purtroppo, rinvia quasi esclusivamente al contagio da Covid 19, tanto che, se una persona ti dice che è “positiva”, capisci subito che si riferisce al virus per cui fai subito un passo indietro, aggiusti bene la mascherina e ti sanifichi le mani.

Parole chiave: coronavirus (930), covid-19 (165), linguaggio (3), editoriale (53)
Ambivalenza e significato delle parole

In questo tempo di pandemia, alcune parole fanno subito drizzare i capelli perché, ormai, sono diventate espressione inequivocabile di pericolo e sfortuna.

Pensiamo all’aggettivo “positivo”, di per sé da sempre usato nella diagnostica medica ma che ora, purtroppo, rinvia quasi esclusivamente al contagio da Covid 19, tanto che, se una persona ti dice che è “positiva”, capisci subito che si riferisce al virus per cui fai subito un passo indietro, aggiusti bene la mascherina e ti sanifichi le mani.

Di solito, però, non è sempre così. Infatti, al di fuori del contesto medico - sanitario, parlare di “positività”, oppure dire di essere positivi, è sempre stata una cosa bella, un modo per dire che le cose vanno bene e che perciò si può guardare avanti con serenità e con fiducia. Certamente, al suo posto ci sono tante altre parole che potremmo usare come sinonimi: concreto, effettivo, reale, efficace, fruttuoso, buono, ecc., ma nessuno di essi ci dà l’idea della bellezza e della compiutezza del termine “positivo”. Ad esempio, dire che un giovane è un tipo positivo è, forse, uno dei più bei complimenti che si possa fare a lui e ai suoi genitori, perché significa che si impegna nei suoi doveri e li porta a termine, che ispira fiducia e si fa benvolere da tutti, che ha un buon temperamento e belle qualità umane.

Una volta, quando il benessere, la ricchezza e il successo non avevano ancora sconvolto la scala dei valori, si diceva che un ragazzo del genere sarebbe stato il marito ideale che una madre poteva desiderare per la sua figliola.

Allo stesso modo, dire che una persona, un’azienda, uno sportivo o qualunque altro soggetto, hanno ottenuto risultati positivi è sempre una bella cosa e rende tutti contenti e rimotivati nel proseguire nell’impegno e, soprattutto, nell’accogliere positivamente i sacrifici.

 

Significati “invertiti”

Sul versante opposto anche all’aggettivo “negativo”, viene oggi spesso dato un significato diverso. Di solito con questo termine si intende qualcosa che non va, che deve essere corretto, che disturba e crea problemi. Nel mondo poi dei sensitivi e dei medium aveva – e ha tuttora – un significato un po’ sinistro. Se uno di loro dice a una persona che percepisce in lei delle energie negative, spesso essa si preoccupa e cerca di correre ai ripari. Tutti, forse, abbiamo avuto a che fare con persone che sono convinte, a motivo di cose che non vanno per il verso giusto, quali per esempio ripetuti problemi di salute o di lavoro o di equilibrio psico-fisico, che la loro abitazione, a causa di qualche persona cattiva, o di una “fattura” o di particolari oggetti presenti in casa, sia piena di una energia negativa che li fa sentir male e che, anzi, sta rovinando loro la vita. E’ una vera pena incontrare tali persone, perché non c’è ragionamento o razionalità che tenga.

Tutt’altra cosa accade, invece, nel campo medico e sanitario. Se, dopo una malattia, gli esami ritornano a essere negativi siamo contenti e tiriamo un sospiro di sollievo, perché vuol dire che siamo in via di guarigione e non corriamo più il pericolo di rimanere vittime di una certa patologia. Questo, oggi, vale ancor più per il virus che causa la Covid 19. Se risultiamo negativi ai test facciamo quasi salti di gioia perché, almeno per il momento, l’abbiamo scampata al contagio del “mostro”.

 

Ambivalenza della pandemia

La pandemia, dunque, sta cambiando o accentuando il significato di certe parole. Così che, oltre a toglierci le relazioni tra persone, i contatti, la scuola e il lavoro… ci ha pure tolto, ad esempio, la bellezza dell’aggettivo “positivo”, sopprimendo ogni ambivalenza e confinandolo quasi esclusivamente nel mondo dei significati negativi e indicando le cose che dobbiamo assolutamente evitare.

Ma va anche detto che la pandemia, forse, sta lentamente modificando i nostri costumi e stili di vita sulla linea della prudenza, della responsabilità e della solidarietà e ci fa apprezzare le cose essenziali. Ci allena a vivere e non solamente a sopravvivere all’emergenza, ritenendo questa come una possibilità e non solo come una privazione o una minaccia di morte. Sia a livello sociale che ecclesiale, non si tratta di mettere quasi tra parentesi la pandemia nell’attesa di riprendere il cammino da dove siamo stati costretti a interromperlo, ma di capire meglio i mutamenti in atto o di cogliere ciò che prelude a possibili cambiamenti futuri. Si tratta di continuare a vivere e a progettare nel mutato contesto, nella fiducia e nella consapevolezza che, forse, in questo tempo di privazione, ci sono i germi di qualcosa di nuovo e di promettente che noi, singole persone e istituzioni, possiamo cominciare a immaginare e progettare. Il nostro futuro prossimo non possiamo pensarlo irrimediabilmente compromesso dalla pandemia. Stiamo già sperimentando che questa, semmai, sta provocando una forte accelerazione dei cambiamenti sociali, culturali e anche religiosi.

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