Editoriali
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E ora, a quando le riforme?

A Matteo Renzi bisogna almeno concedere l’onore delle armi. Tutti, o quasi, hanno già dimenticato che un po’ di credito gli avevano pur aperto, ritenendo che al momento fosse l’unico leader in grado di portare il Paese fuori dal pantano.

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E ora, a quando le riforme?

E’ particolarmente cliccato sul web un collage di interviste al pentastellato Di Battista confezionato sotto forma di trailer pubblicitario del Movimento, nel quale alla fine, purtroppo, anche il nostro come ormai tanti altri, scivola sulla sintassi: “Io voglio che i cittadini devono votare”.

Di Battista a parte, sappiamo che lo scopo di un trailer è quello di suscitare interesse e aspettativa verso un nuovo film, mostrando alcune scene accattivanti o intriganti. Non è detto però che poi il prodotto finale, tanto decantato dallo spot, abbia successo. A volte si tratta di un vero flop.

Bisogna convenire che il film proposto da Matteo Renzi agli italiani e presentato in ogni occasione con seducenti trailer, slide o spot (80 euro, Jobs Act, riforme sicure, economia che tira…), alla prova del botteghino non ha riscosso molto successo. Come certe trasmissioni televisive, ha dovuto chiudere anzitempo per mancanza di audience. C’è pertanto la seria possibilità (per molti l’auspicio) che il Pd non gli affidi più la regia di un altro film.

Renzi, per coerenza e dignità, ma forse anche per “darla sul muso” agli avversari interni ed esterni al Pd e prepararsi a prendere la rincorsa (“ricomincio da capo”), si è subito dimesso informandoci, non senza un po’ di saccenza, di non avere così, a differenza di tutti gli altri che restano, né un seggio parlamentare, né uno stipendio, né un vitalizio e nemmeno l’immunità.

Omettendo però di aggiungere che forse un certo appannaggio il Pd, di cui rimane ancora segretario, sarebbe pure in grado di darglielo.

 

Sepolto dalle critiche

A Matteo Renzi bisogna però almeno concedere l’onore delle armi. Le critiche sul perché non ha mollato anche la segreteria del Pd, o perché ha cercato di far mettere a capo del nuovo Governo un suo uomo di fiducia (Gentiloni), sono a nostro avviso pretestuose e di parte; segno della preoccupazione di chiudere definitivamente l’epoca Renzi facendo sparire anche il cadavere, perché non si sa mai cos’altro potrebbe fare da redivivo.

Siamo rimasti sorpresi, all’atto della sconfitta referendaria, della virulenta reazione dei media e di molti politologi contro l’ex premier. Una specie di corsa al “dagli al cane perché è rabbioso”.

Tutti o quasi ripetono, come un mantra, che l’avevano sempre detto che era arrogante, ambizioso, decisionista, solitario, “killer della sinistra”; uno che ha pienamente fallito gli obiettivi prefissatisi: riforma del lavoro e delle istituzioni, rilancio dell’economia. E’ proprio vero che “dove c’è il cadavere, lì si radunano le aquile”.

Tutti, o quasi, hanno già dimenticato che un po’ di credito gli avevano pur aperto, ritenendo che al momento fosse l’unico leader in grado di portare il Paese fuori dal pantano e ad avviare un processo di modernizzazione. E invece con la sua debacle sono andati giù pesante. Niente di nuovo sotto il sole. “Viva il re, abbasso il re” o, come gridavano i napoletani sobillati da Masaniello “Viva il Re, abbasso lo malgoverno”. E’ accaduto anche con Berlusconi e succederà sempre con leader un po’ carismatici che, come ormai accade sempre più spesso nelle moderne democrazie, incarnano una personalizzazione della politica e del partito con il rischio di derive populiste e di limitare o vanificare l’effettivo e libero esercizio della democrazia da parte del popolo.

 

Occasione persa

Renzi si è infranto sullo scoglio della riforma costituzionale. Non ha resistito alla tentazione di entrare in prima persona nella tenzone elettorale, nella presunzione di poter attirare dalla sua parte la maggioranza degli italiani con discorsi suadenti e molti slogan ad effetto e di fare il miracolo che altri, in questi ultimi vent’anni, non son riusciti a compiere. E’ rimasto vittima di tale presunzione. Aveva sottovalutato il fatto che il popolo è molto volubile, soprattutto sotto le argomentazioni altrettanto suadenti e spregiudicate dei partiti. Più verosimilmente, non aveva considerato che il popolo una idea sulle cose riesce sempre a farsela e che alla fine vota come gli pare, come ha fatto quel 12-14% di elettori di altri schieramenti politici che hanno votato per il “sì”. Alla prova delle urne il film distribuito da Renzi ha incassato molto meno del previsto mettendo la parola fine alla sua grande illusione.

Ora, bocciata la riforma, è stato formato un nuovo governo, per il quale il Presidente della Repubblica ha dovuto, ironia della sorte, adattarsi al solito balletto da vecchia Repubblica delle consultazioni di una pletora di partiti, gruppi parlamentari e cespugli vari, in tutto 23. Abbiamo assistito alla proiezione di un film in bianco e nero, tanto era vecchio e stantio il cerimoniale. C’è da giurarci che, passata la sbornia referendaria e a bocce ferme, più di qualcuno riprenderà a lamentarsi che il bicameralismo paritario, gli ostruzionismi, le troppe poltrone, il costo della politica, ecc., paralizzano il Paese e le vere riforme. Peccato, perché a causa di una pessima campagna referendaria, strumentalizzata da entrambi i fronti, abbiamo forse perso una occasione di riforma che non si ripresenterà più per molti anni. Per il momento al nuovo Governo, preso atto del verdetto delle urne, non è rimasto altro che far sparire il ministero per le riforme e sistemare altrove, anche se ben in vista, Maria Elena Boschi.

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