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Editoriale: Afghanistan, un ritiro catastrofico

Certamente, questa crisi afghana, oltre a rinvigorire i mai sopiti rigurgiti antiamericani dell’Occidente, costringerà la leadership statunitense a ripensare una nuova collocazione internazionale del Paese, più politica e culturale che militare

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Editoriale: Afghanistan, un ritiro catastrofico

Dopo vent’anni i talebani, o “studenti” fondamentalisti islamici organizzati militarmente, cacciati nel 2001 dagli Usa e dagli alleati della Nato, hanno riconquistato il potere in Afghanistan, instaurando, nonostante le iniziali dichiarazioni pubbliche “distensive”, un regime di violenza e di terrore.

L’annunciato ritiro delle forze americane fatto dall’ex presidente Usa Donald Trump e alcune recenti affrettate dichiarazioni dell’attuale, Joe Biden, circa la data e i tempi, hanno fatto precipitare, nei giorni 14-15 agosto, la situazione, scatenando il panico tra la gente che ormai si sentiva indifesa e abbandonata di fronte all’improvvisa e fulminea avanzata dei talebani i quali, in pochi giorni, si sono impossessati, cosa fino a pochi giorni prima impensabile, persino di Kabul.

Nei media scorrono ogni giorno le immagini degli alleati asserragliati nell’aeroporto militare e la corsa affannosa contro il tempo per mettere in salvo personale diplomatico, cittadini occidentali e collaboratori afghani. Drammatiche sono le scene di tante persone disperate che continuano a confluire verso l’aeroporto, nella speranza di sottrarsi alla vendetta dei talebani imbarcandosi su un aereo per l’Occidente.

L’esercito afghano, forte di oltre 300.000 uomini ben armati, addestrati ed equipaggiati, si è disintegrato in pochi giorni e, in men che non si dica, i talebani hanno conquistato quasi tutto il Paese. Va detto, però, che nonostante il grande spiegamento di forze internazionali, gli attacchi talebani ci sono sempre stati e, soprattutto dal 2015, con la fine della missione di combattimento della Nato, hanno ricominciato a conquistare terreno e forza.

Un investimento fallimentare
L’Amministrazione americana, dopo il sanguinoso attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, aveva deciso di invadere l’Afghanistan, in modo da neutralizzare l’organizzazione terroristica islamista Al Qaeda guidata da Osama Bin Laden, che aveva il comando centrale e i gangli operativi proprio in Afghanistan, sotto la protezione dei talebani.

Purtroppo, questa guerra ventennale è costata 240 mila morti, dei quali più di 3.500 rappresentati dai soldati della coalizione, per la maggior parte statunitensi. Anche l’Italia, che per Costituzione dovrebbe ripudiare la guerra, ha inviato, insieme agli altri Paesi membri della Nato e su mandato dell’Onu (missione Isaf), un suo contingente di “supporto” e assistenza al Governo afghano, di 800 militari (per un totale di circa 50 mila militari tra uomini e donne inviati in questi anni), pagando un tributo di sangue, con 53 soldati uccisi e 700 feriti. Nel suo insieme la guerra è costata agli Stati Uniti un vero patrimonio: ben 2.300 miliardi di dollari.

Il declino dell’America
Le riflessioni che si potrebbero fare su questa vicenda sono molte, a partire, soprattutto, dal ruolo della superpotenza americana nel mondo. Nonostante la disfatta subita nel 1975 in Vietnam, con 60.000 soldati uccisi e un numero indefinito di feriti, l’America, dopo l’11 settembre 2001, ha deciso di sconfiggere il terrorismo con le armi. Invece di contrastare Al Qaeda dando vita a una coalizione politica internazionale che includesse arabi e musulmani, in modo da toglierle “ossigeno” e consenso popolare, ha preferito ancora una volta mostrare i muscoli, invadendo l’Afghanistan e l’Iraq, attirandosi così l’avversione e l’odio di gran parte dei Paesi islamici e la insofferenza delle superpotenze Cina e Russia (le quali si stanno ora spartendo la presenza in Afghanistan). In qualche modo l’America, nell’affrontare i problemi internazionali si è sentita, non certo da adesso e non senza un po’ di arroganza, investita da un impulso crociato e da un complesso di superiorità morale e militare.

Certamente, questa crisi afghana, oltre a rinvigorire i mai sopiti rigurgiti antiamericani dell’Occidente, costringerà la leadership statunitense, peraltro già da tempo in declino e, ora, uscita dagli eventi un po’ malconcia, a ripensare una nuova collocazione internazionale del Paese, più politica e culturale che militare. C’è da sperare che questo non si tramuti in un suo disinteresse e disimpegno verso l’Europa e i fronti mediorientale, asiatico e africano sui quali, invece, sono da tempo molto attive le potenze “autoritarie” e poco sensibili ai diritti umani, di Russia e Cina e, da qualche anno, anche della Turchia. Per questo, certe spinte isolazioniste, nazionaliste e protezionistiche propugnate e attuate da Trump non possono lasciare indifferenti noi europei, e nemmeno coloro che hanno a cuore gli equilibri geopolitici del mondo.

I diritti umani
La caccia a coloro che hanno collaborato con il Governo precedente fa parte, purtroppo, della conclusione di molte guerre: la vendetta sanguinaria dei vincitori verso i vinti. La vicenda afghana sta piuttosto mettendo in risalto un altro dramma, quello della violazione dei fondamentali diritti umani, del pluralismo e, soprattutto, della dignità della donna. In questa situazione, dopo vent’anni di presenza del contingente internazionale, molti afghani, specialmente nelle grandi città, hanno cominciato ad assaporare il valore della libertà e della promozione di alcuni diritti civili.

Sono state soprattutto le donne a sentirsi maggiormente valorizzate e promosse. Ora tutto questo sta per venire annullato dalla particolare interpretazione restrittiva che i talebani fanno della legge islamica o sharia, riportando così l’orologio della storia indietro di vent’anni e azzerando ogni progresso. Purtroppo, a farne maggiormente le spese saranno proprio le donne e i giovani. Per questo, le grandi potenze e le Nazioni che hanno davvero a cuore i diritti umani, non possono abbandonare completamente il popolo afghano e lasciar morire le speranze di quelle giovani generazioni.

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