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Editoriale: Dai condoni fiscali alla "pace sociale"

Cambiano i termini, ma non la sostanza: chi non ha pagato le tasse, o le multe relative, viene in qualche modo sanato e lo Stato (cioè noi) rinuncia a incassare quanto gli sarebbe dovuto

Editoriale: Dai condoni fiscali alla "pace sociale"

Nella sua prima conferenza stampa, il presidente del Consiglio Mario Draghi, per non venir meno alla tradizione italiana, ha annunciato che ci sarà un nuovo condono fiscale (un “mini” condono), questa volta di cartelle fiscali non superiori ai 5.000 euro emesse nel periodo 2000-2010, che riguarderebbe  “solamente” 16,5 milioni di atti giacenti da anni all’Agenzia delle Entrate. Draghi, da uomo pragmatico qual è, ha dovuto prendere atto che i partiti, che dovranno poi votare in Parlamento i provvedimenti del Governo, hanno bisogno di visibilità e di piantare qualche bandierina. E così si è adeguato alla richiesta, soprattutto di Matteo Salvini, e ha inserito il condono nel Decreto “sostegni” (o ex “ristori”).

Dal Regno d’Italia (1861) in poi la storia del nostro Paese è lastricata di ben 82 condoni, in media uno ogni due anni. In quella più recente, dal 1973 al 2019, ce ne sono stati ben 25, spesso camuffati da termini fantasiosi e con impatto mediatico più accettabile: “strappa cartelle”, “scudo fiscale” (per far rientrare i capitali depositati all’estero), “sanatoria”, “rottamazione” e, ora, con il termine più irenico e tanto caro al centrodestra, di “pace sociale”. La sostanza, però, non cambia: chi non ha pagato le tasse, o le multe relative, viene in qualche modo sanato e lo Stato (cioè noi) rinuncia a incassare quanto gli sarebbe dovuto. All’Agenzia delle Entrate giacciono 130 milioni di pratiche, per un valore di circa 987 miliardi, metà dei quali, ormai, irrecuperabili o non più esigibili.

Tra evasione e elusione

Sappiamo bene che in Italia è un po’ diffusa ovunque l’evasione fiscale, ossia quella pratica fraudolenta verso la collettività che mira a ridurre o eliminare il prelievo fiscale da parte dello Stato sul cittadino. A questa va aggiunta anche l’elusione fiscale, che consiste nel raggirare le leggi dando vita a particolari soggetti economici o finanziari con lo scopo di pagare meno tributi (pensiamo alle società a “scatole cinesi” o quelle offshore costituite nei paradisi fiscali o a società di comodo).

L’evasione fiscale la conosciamo bene per averla, magari, qualche volta praticata o subita. Pensiamo, ad esempio, l’omettere volutamente alcune rendite nella denuncia dei redditi; il ricevere e conferire compensi in nero; l’evitare la fatturazione per le prestazioni di ditte e di professionisti, in modo da non pagare il “sovraprezzo” dovuto all’Iva; l’accettare che il negoziante non batta lo scontrino, ecc.

Queste pratiche esecrabili si configurano come un reato che prevede sanzioni, sia amministrative (multe) che penali (per grave evasione). Sono “esecrabili” perché gli evasori, pur non pagando le tasse, continuano a beneficiare dei servizi gratuiti che l’Italia offre ai suoi cittadini, come quello sanitario, scolastico, ecc. Ad ogni modo, sia l’evasione che l’elusione provocano un danno a tutta la società, penalizzano i poveri e le fasce sociali più deboli, e sono una beffa per i contribuenti onesti.

Purtroppo, la maggior parte delle cartelle con quanto dovuto finisce nei depositi dell’Agenzia delle Entrate perché molti sanno che, prima o poi, arriverà un condono. In più in Italia, nel rapporto costi-benefici, i benefici dell’illecito commesso sono sempre maggiori degli eventuali costi da sostenere qualora si venga scoperti. Il concordato con il fisco comporta sempre una notevole riduzione della sanzione comminata.

Ci vuole poco per capire che da noi, evadere conviene, e su questo molti ci campano.

Tra etica e giustizia

E’ vero che in Italia il carico fiscale, soprattutto per certe categorie sociali, è pesante e induce molti ad arrangiarsi un po’ con il nero. Resta il fatto che chi vive del lavoro dipendente deve versare alle casse dello Stato tutto il dovuto, addirittura con il prelievo alla fonte. A una azienda qualunque un dipendente costa più del doppio di quanto questi guadagni di netto. E basta guardare la busta paga di un operaio per rendersi conto a quanto ammontino le trattenute fiscali sul lordo che percepisce. In Italia, dunque, c’è tanta gente che paga, volente o nolente, le tasse fino all’ultimo centesimo. Casomai, come si diceva, molti cercano di “recuperare” con qualche prestazione o acquisto in nero. A volte, questo, può anche essere comprensibile perché, chi percepisce stipendi modesti o pensioni da fame o ha un lavoro precario, deve pur in qualche modo sopravvivere. Meno comprensibili sono invece coloro che, pur avendo disponibilità economica, con facilità evadono il fisco facendosi magari consigliare dal proprio commercialista, o cedendo alle pressioni dell’impresario, del professionista.

Senza una fiscalità che preveda sostanziali detrazioni, incentivi e agevolazioni per i redditi medio-bassi (soprattutto per le famiglie con figli a carico) e per le aziende in difficoltà, nonché sanzioni effettivamente esigibili verso i furbi, non usciremo mai da questa diffusa cultura dell’evasione che sta penalizzando tutti, né potremo aspirare a una riduzione del carico fiscale. Una nuova cultura, però, si può promuovere soltanto educando le nuove generazioni alle buone pratiche sociali e al senso di responsabilità verso il bene comune. Quello della lealtà fiscale verso lo Stato è, dunque, oltre che un problema morale e di giustizia, anche educativo.

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