Editoriali
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Editoriale: Il Pd e il ritorno di Cincinnato

Ma l'impresa per Letta si presenta tutt'altro che facile, anzitutto perché dovrà riallacciare il rapporto con la base. La partita si gioca tra alleanze e la ricerca di un'identità e di un progetto politico per il partito

Editoriale: Il Pd e il ritorno di Cincinnato

Il richiamo “in servizio” di Enrico Letta da parte del Partito democratico mi ha ricordato la vicenda del console romano Cincinnato, che il mio maestro delle elementari ci narrava con una certa enfasi. Egli, dopo aver subito un grave torto dal Senato, si ritirò in volontario esilio a coltivare un appezzamento di terreno finché, di fronte a un pericolo che minacciava la città, lo stesso Senato lo supplicò di prenderne in mano la difesa. Da vero uomo di Stato, nonostante il rancore accumulato, accettò prontamente l’incarico e, dopo la vittoria sull’esercito nemico, con molta umiltà se ne ritornò ad accudire il proprio campo. Questo accadde nel quinto secolo avanti Cristo.

Oggi, invece, il Partito democratico, dopo avere sette anni fa scaricato Letta da capo del Governo, per consegnarsi armi e bagagli a Matteo Renzi, nel momento in cui Nicola Zingaretti ha gettato la spugna per le dilanianti lotte di potere tra le varie correnti interne, ha pensato bene di richiamare l’ex premier, affinché prenda in mano le sorti del partito, vedendo forse in lui il giusto demiurgo della difficile situazione. E così, l’Assemblea di domenica scorsa, lo ha eletto segretario pressoché all’unanimità.

Troppo semplice, verrebbe da dire, perché, come afferma Arturo Parisi, sono troppe le cose che non tornano e, dietro l’eccessivo consenso palese, ci sono troppi dissensi nascosti.

Il travaglio del Pd

Quella del Pd è una storia assai travagliata. Nato nel 2007 con l’intento di unire in un partito progressista l’anima post-comunista rappresentata dai Democratici di sinistra (ex Pci) e quella laica e cattolica riformista della Margherita (in cui era confluito il Partito popolare, erede della componente cattolico-democratica della Dc), ha incontrato sul suo cammino molti ostacoli, perché le culture fondative non sono mai riuscite a trovare una sintesi. Molti hanno sostenuto che si sia trattato di una fusione a freddo o, come la definì a suo tempo Massimo D’Alema, di un “amalgama mal riuscito”.

Prova ne sia che, negli anni si sono succedute diverse scissioni. Per primo uscì, nel 2009, il già presidente della Margherita Francesco Rutelli, per la svolta a sinistra che il Pd aveva assunto con l’elezione a segretario dell’ex Pci, Pier Luigi Bersani. A partire dalla fine del 2013, con l’elezione a segretario dell’ex Popolare e “democristiano” Renzi, entra a sua volta in fibrillazione la sinistra, che denuncia una svolta troppo centrista e liberista del partito, il che provoca la fuoriuscita di alcuni big (Epifani, Civati, Fassina…) e, soprattutto, nel 2017, dell’ex segretario Bersani che, con Roberto Speranza, dà vita al movimento progressista “Articolo 1”. Dopo di che, con l’elezione nel 2019 a segretario dell’ex comunista Nicola Zingaretti esce, un anno dopo, anche Renzi e, ora, come da copione, si è ritornati a un ex democristiano, Letta e, forse, a nuove fuoriuscite. In quattordici anni il Pd si è “mangiato” ben otto tra segretari e reggenti dei quali, tre sono rimasti (Franceschini, Orfini e Zingaretti), due hanno cambiato mestiere (Veltroni e Martina) e tre hanno dato vita a nuovi partiti: uno di sinistra (Bersani e Epifani) e uno di centro (Renzi).

La difficile impresa di Letta

L’impresa di Letta, si presenta, per diversi motivi, tutt’altro che facile. Anzitutto perché dovrà riallacciare il rapporto con la base del partito (oltre 5.000 circoli), che era sempre stata il punto di forza sia del Partito comunista che della Democrazia cristiana. L’avere il Pd scelto di garantire a tutti i costi, a partire dal Governo Monti, la governabilità del Paese, cedendo così ai riti del Palazzo e alla spartizione delle poltrone, lo ha portato progressivamente a perdere di vista il radicamento nel territorio e la propria natura progressista. A perdere anche quella “classe operaia” e quei ceti popolari cattolici che erano la grande ricchezza rispettivamente del Pci e della Dc. In questo senso, il gesto simbolico di Letta di far visita al suo circolo del Testaccio, potrebbe essere indicativo del suo impegno per rilanciare il partito a partire dalla base.

Alleanze e identità

Più delicata ci sembra la questione del rapporto politico con il M5S, ancor più oggi che Beppe Grillo ha chiesto all’ex premier Giuseppe Conte di rimettere insieme i cocci del Movimento e dargli la fisionomia di un vero partito. Zingaretti aveva capito che senza un’alleanza tra Pd e M5S non sarebbe mai stato possibile battere il centrodestra, in continua crescita nei sondaggi. Purtroppo, ha corso il rischio di subalternità agli alleati, concedendo sempre tutto e, per la solita questione della governabilità, non puntando mai effettivamente i piedi. Durante l’ultima crisi di Governo, l’essersi completamente sbilanciato per un Conte ter (pur di non mettere a rischio il rapporto con il M5S) ha, forse, maggiormente evidenziato la debolezza della sua azione politica e, quindi, del Pd.

Per Letta, però, il problema più spinoso, che ogni volta manda in crisi i segretari, è quello della identità e del progetto politico del partito. Siamo consapevoli che una sintesi e una convivenza tra anime e culture diverse è sempre difficile. Tuttavia alcuni elementi “progressisti”, caratteristici della sinistra riformista e del cattolicesimo popolare e sociale, potrebbero fungere da collante e da propulsione. Si pensi alle politiche sociali e ad alcuni diritti civili; a una economia sostenibile e inclusiva dei più deboli; a una fiscalità giusta e progressiva; alle pari opportunità per tutti i cittadini; alla salvaguardia della “casa comune”; a serie politiche migratorie, ecc.

L’impresa è ardua e gli ostacoli interni molti. A Letta sembra non manchino le capacità e nemmeno il coraggio di ritornare, semmai, a coltivare i suoi interessi accademici e politici.

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