Editoriali
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Editoriale: La debolezza dell'Europa

l vero problema, che sta paralizzando l’Europa e blocca molte scelte impegnative, è il criterio adottato dell’unanimità nelle decisioni che il Consiglio dei ministri dei 27 Stati membri deve prendere. Nessuna democrazia al mondo lo prevede

Editoriale: La debolezza dell'Europa

Tra i tanti problemi dell’Europa c’è anche quello del conflitto ucraino, iniziato nel 2014 con la pretesa di Vladimir Putin di annettersi la Crimea, punto militare strategico per la sua flotta sul Mar Nero, e la regione orientale del Donbass, abitata da molti separatisti russi. La Federazione Russa giustifica le sue pretese in forza della vecchia dottrina Brežnev della “sovranità limitata”. L’Ucraina, fin dalla sua indipendenza dall’ex Unione Sovietica, avvenuta nel 1991, è sempre stata ritenuta dalla Russia come parte della propria sfera d'influenza. Attualmente oltre il 7% del territorio è sotto occupazione russa. Putin potrebbe facilmente sbaragliare l’esercito ucraino e annettersi “facilmente” le regioni contese, se non fosse che l’Ucraina, per contenere il pericolo russo, ha siglato con la Ue un “accordo di associazione”, come primo passo per poter entrare nell’Unione e nella Nato. Cosa, questa, che il Cremlino non potrebbe mai accettare perché, l’avere una potenza “controllata” dalla Nato (e, quindi, dagli Stati Uniti) ai suoi confini nazionali, è impensabile. Lo scoppio di una guerra è sempre possibile, anche perché da alcuni giorni Russia e Ucraina stanno ammassando truppe ai confini.

In questo scenario l’Europa, ancora una volta, non sa che dire, oppure balbetta e sussurra. La sua politica estera, infatti, è troppo condizionata dagli interessi particolari che gli Stati membri hanno con la Russia, primo fra tutti quello di assicurarsi le forniture di gas.

Sul fronte “interno”, l’Europa si trova a dover fare i conti con il presidente turco Erdogan.

Il fronte del Mediterraneo

Dopo un lungo periodo di fruttuosa collaborazione nel campo commerciale e all’interno della Nato, negli ultimi anni le relazioni tra la Ue e la Turchia si sono molto raffreddate a motivo dell’intervento miliare turco in Siria e a Cipro, della politica adottata da Ankara verso i migranti, e sull’effettivo funzionamento della democrazia in quel Paese, specialmente con la chiusura di giornali e carcerazione di giornalisti e di chiunque difenda i diritti umani. Senza dimenticare il ritiro dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Per tutti questi motivi, alcuni mesi orsono, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione in cui chiedeva sanzioni contro la Turchia.

L’Europa, dunque, ha che fare con un regime. Anche in questo caso balbetta e temporeggia. Si è persino ridotta a esternare una semplice “lamentela ufficiale” per lo sgarbo “maschilista” perpetrato da Erdogan verso la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, in visita ufficiale ad Ankara.

Le parole di Draghi

In compenso, ci è andato giù pesante il nostro premier Mario Draghi, definendo senza mezzi termini il presidente turco un “dittatore”.

Certamente, ha voluto così difendere la dignità delle Istituzioni europee, ma anche, dopo la visita da egli compiuta di recente in Libia, segnare il riposizionamento dell’Italia rispetto ai nostri interessi nel Mediterraneo, compromessi dalla spartizione, di quel martoriato Paese, in “zone di influenza” tra Russia e Turchia, e verso la stessa Europa, sempre più fragile e afona nella sua governance e nella politica estera.

Draghi ha impiegato con Erdogan lo stesso stile franco e dirompente usato dal presidente statunitense Joe Biden nel definire Putin un “assassino”.

Unanimità, paralisi dell’Europa

Il vero problema, che sta paralizzando l’Europa e blocca molte scelte impegnative, è il criterio adottato dell’unanimità nelle decisioni che il Consiglio dei ministri dei 27 Stati membri deve prendere (politica estera e fiscale, giustizia, ecc.). Nessuna democrazia al mondo lo prevede, perché nelle scelte legislative vige ovunque il criterio della maggioranza assoluta o qualificata. Romano Prodi, da tempo, va dicendo che in Europa le regole non sono fatte per decidere. L’unanimità paralizza ogni decisione e dà a ognuno la capacità di ricatto, così che, anche il Paese più piccolo, con il suo potere di veto, si sente un gigante. Basti pensare come hanno cercato di contrastare l’elargizione dei sussidi del Recovery Fund gli Stati “frugali”, come l’Olanda e l’Austria.

L’indisponibilità dei Paesi membri, soprattutto di quelli “sovranisti” facenti capo al gruppo di Visegrad, di rinunciare a una parte della propria sovranità per trasferire alla Ue alcuni poteri particolari, rende fragile e vulnerabile l’Europa nella sua politica estera, economica e fiscale.

Probabilmente Prodi, quand’era Presidente della Commissione Ue (1999-2004), poteva mettere a tema la questione prima che, nel 2002, il Consiglio dell’Unione Europea deliberasse di accogliere un nutrito gruppo di Paesi dell’Europa dell’Est.

Bisogna convenire che questo processo d’integrazione e di unificazione sarà sempre e comunque difficile. La storia secolare del nostro Continente e delle singole nazioni pesa enormemente. Basti solo pensare come, a partire dal Medioevo, i numerosi regni si siano combattuti, sia in Europa che nelle colonie, e come il secolo scorso sia stato devastato da due guerre mondiali. L’Italia, poi, fino alla sua unificazione nel 1861, è sempre stata divisa in una pletora di regni, ducati e repubbliche.

Certamente, il futuro dell’unità europea, dipenderà molto dai giovani, spesso (ma non sempre) più aperti e cosmopoliti dei loro genitori, propensi a sentirsi più cittadini dell’Europa che dei loro angusti paesi, a volte soffocati da rigurgiti sovranisti.

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