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Editoriale: Le barche della speranza e della disperazione

130 persone hanno perso la vita in mare, al largo della Libia. La tragedia poteva essere evitata perché, da due giorni, le associazioni umanitarie lanciavano richieste di aiuto, ma nessun Paese si è mosso. Questa è la cronaca “nera”. C’è, però, come prevedibile, anche una cronaca politica

Editoriale: Le barche della speranza e della disperazione

Venerdì scorso siamo stati raggiunti dalla tragica notizia dell’annegamento, al largo della Libia, di circa 130 persone salpate su un gommone, nonostante il mare fosse molto agitato. I soccorritori raccontano di essersi trovati a navigare tra i cadaveri. La tragedia poteva essere evitata perché, da due giorni, le associazioni umanitarie lanciavano richieste di aiuto, ma nessun Paese si è mosso. Come sempre è stata una nave “umanitaria”, la Ocean Viking, a intervenire per prima nelle ricerche. Purtroppo, quando è arrivata, ha potuto solo raccogliere i corpi delle vittime. Il presidente dell’associazione “Sos Mediterranee Italia”, che era sulla nave, ha commentato con amarezza l’accaduto dicendo che “se fosse cascato un aereo di linea ci sarebbero state le marine di mezza Europa, ma erano solo migranti, concime del cimitero mediterraneo”.

Questa è la cronaca “nera”. C’è, però, come prevedibile, anche una cronaca politica. Il primo ad aprire le polemiche è stato, come capita spesso, Matteo Salvini il quale, forse anche preoccupato del calo della Lega nei sondaggi, si è affrettato a twittare che le nuove vittime sono “sulla coscienza dei buonisti che, di fatto, invitano e agevolano scafisti e trafficanti a mettere in mare barchini e barconi stravecchi, anche con pessime condizioni meteo”, subito rimbeccato da alcuni esponenti del Pd, che lo hanno accusato di fare speculazioni vergognose.

Così, per il presidente Draghi, dopo quello del “coprifuoco”, si apre un nuovo fronte polemico fra il leader leghista e gli alleati di governo.

La “solita” impotenza dell’Europa

La politica migratoria è un altro esempio della incapacità e impossibilità dell’Europa di trovare una soluzione che metta d’accordo tutti i 27 Paesi aderenti alla Ue. In tema di immigrazione e di diritto di asilo, attualmente vige ancora la Convenzione di Dublino del 1990 (poi sottoposta più volte a revisione), il cui nodo critico è quello della ripartizione dei migranti che dal Mediterraneo approdano in Italia, Spagna, Malta, Grecia, perché le norme attuali prevedono che a farsi carico dei migranti e delle complesse operazioni per verificare il diritto o meno di asilo, sia il Paese di primo approdo. In Italia, però, la situazione che si viene a creare in certi periodi è drammatica, soprattutto per l’incapacità dei centri di prima accoglienza (pensiamo a Lampedusa) di far fronte all’emergenza e l’impossibilità di ricollocare in Europa una parte di migranti, a motivo del rifiuto degli altri Paesi. Oltretutto se uno scappa da tali centri, il Paese in cui arriva deve rispedirlo immediatamente a quello di primo approdo.

Sul fronte migratorio, le Nazioni che si affacciano sul Mediterraneo sono le più esposte e penalizzate, mentre il resto dell’Europa fa finta di niente: o si gira dall’altra parte o si oppone categoricamente, come fanno sistematicamente i Governi del gruppo di Visegrad, prima fra tutte l’Ungheria di Viktor Orban, e poi Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Ecco perché l’Italia insieme a Spagna, Grecia e Malta, ha proposto un meccanismo di ripartizione più umano, equo e solidale, che sia obbligatorio per tutti gli Stati della Ue, a prescindere dal luogo di arrivo dei profughi. L’anno scorso, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si è impegnata a rivedere il Trattato di Dublino, ma dubitiamo che ci riesca. I migranti, per molti Governi europei, sono un vero incubo sociale e culturale.

Lo spostamento dei popoli

La storia ci testimonia che i popoli si sono sempre messi in movimento verso altri territori, sostanzialmente per due motivi. Anzitutto per la frenesia dei regnanti di occupare e dominare con i loro eserciti nuovi Paesi per aumentare il proprio potere e la propria ricchezza. Basti pensare all’Impero romano e, prima ancora, a quello persiano; oppure, a partire dal 1500 alla conquista di sempre nuove colonie, per arrivare al secolo scorso con l’ambizione della Germania nazista di sottomettere tutta l’Europa.

Ciò che, però, muove le persone a migrare è soprattutto la ricerca di pane, di lavoro, di dignità, soprattutto di non morire per la fame e le violenze. Questi flussi sono inarrestabili, nessuno riuscirà a fermarli del tutto o definitivamente, nemmeno se costruiscono muri e barriere, lasciando morire la gente pur di non accoglierla. Tali reazioni, spesso inumane e non degne di un popolo civile, sono dovute primariamente alla preoccupazione (non sempre reale), che i nuovi arrivati portino via il lavoro, il pane, la casa, ai residenti. Spesso, però, prevalgono motivazioni di tipo ideologico, religioso e culturale perché mal si sopporta che persone di “razze” e costumi diverse “inquinino” il Paese e arrivino a esercitare gli stessi diritti dei nativi. Dobbiamo riconoscere che anche per molti di noi cristiani, seppur dopo trent’anni di immigrazioni (che si imposero come fenomeno di massa a inizio anni ’90, con i migranti albanesi), e nonostante il monito del Vangelo, lo straniero rimane sempre un problema e il processo di integrazione reciproca fatica a liberarsi da pregiudizi e a consolidarsi, diventando una nuova cultura. Ancora una volta, bisogna convenire che la maggior parte dei nostri ragazzi e giovani, sono più aperti ed “ecumenici” di noi adulti e anziani. Tra i banchi di scuola si imparano tante cose.

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