Editoriali
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Editoriale: Mattarella autentico servitore dello Stato

"Non posso sottrarmi". La sua sofferta disponibilità è avvenuta soprattutto in seguito alla forte richiesta partita dalla "base" del Parlamento e dalla gente

Parole chiave: quirinale (28), sergio mattarella (67), presidente della repubblica (13), parlamento (38), democrazia (24)
Sergio Mattarella

Con la disponibilità di Sergio Mattarella a rimanere per altri sette anni alla Presidenza della Repubblica si è sbloccata una situazione parlamentare ingarbugliata, che poteva portare solamente a una palude istituzionale e governativa dagli esiti imprevedibili, proprio in un momento assai critico, contrassegnato dalla persistente pandemia, da un debito pubblico alle stelle (160% del Pil), dall’urgenza di approvare 66 provvedimenti e riforme entro giugno (tra cui quella fiscale e dei processi) richieste dall’Europa per poter beneficiare dei miliardi del Pnrr (per il quale Mario Draghi ha messo la faccia), dalla necessità di sostenere l’economia e, infine, di dare risposte concrete a un preoccupante problema sociale.

Quel “non mi sottraggo” pronunciato da Mattarella nell’accettare la nuova investitura riassume tutto il suo senso di responsabilità e spirito di sacrificio di fronte al Paese e alle istituzioni democratiche, ma, anche, verso la grande maggioranza della gente che voleva la sua riconferma perché in lui si sente rassicurata e rappresentata. Il senso di responsabilità - ha detto - gli impongono di non sottrarsi e prevale “su prospettive personali differenti”. Queste sono parole di un autentico servitore dello Stato.

Ora, confidiamo che, con la permanenza di Draghi al Governo, in questo anno pre-elettorale si possa avere quella sufficiente stabilità politica che consenta di attuare le riforme necessarie fino ad arrivare incolumi alle elezioni politiche del marzo 2023.

Spettacolo demoralizzante
Lo spettacolo che abbiamo visto la settimana scorsa, con riunioni notturne di capi politici, conciliaboli, veti incrociati e candidature bruciate nel giro di poche ore, è stato demoralizzante e, di sicuro, ha ulteriormente aumentato nella gente la sfiducia verso una politica che, per la pochezza degli attuali protagonisti usciti dalle urne nel 2018 e di alcuni leader politicamente assai modesti, è incapace di “volare alto”. Matteo Salvini, dopo il ritiro della inopportuna autocandidatura di Silvio Berlusconi, ha preteso, con troppa disinvoltura e poca lucidità politica, di porsi come il “kingmaker” della situazione, in modo da potersi intestare il merito dell’elezione del Presidente. Ne è uscito con le ossa rotte e si è visto costretto, dopo aver lanciato e bruciato 8-9 candidature, prima di centrodestra e poi super partes, a “ripiegare” su Mattarella. Non voleva accettare il fatto, o non aveva realizzato che, come il centrosinistra, nemmeno il centrodestra aveva le carte per vincere la partita e che, quindi, occorreva scendere a patti con gli altri partiti della maggioranza che sostiene il Governo al fine di individuare, fin dall’inizio, un candidato condiviso autorevole e di indiscussa caratura politica (per esempio, si era parlato di Pier Ferdinando Casini). Nelle votazioni per il Presidente ci stanno, come nel passato, anche i nomi di “bandiera” sui quali i partiti votano, finché non si trova un accordo. Cambiarli continuamente non è certo segno di serietà, tanto meno gettarli nella mischia sperando di fare il colpaccio (a maggior ragione se si tratta di cariche istituzionali), con il risultato di eleggere un Presidente di parte e mandare a rotoli il Governo e la maggioranza che lo sostiene.

La centralità del Parlamento
Per fortuna che, nella intricata faccenda, il Parlamento ha avuto un sussulto di dignità e ha cercato, in qualche modo, di appropriarsi della scena scavalcando le segreterie dei partiti. Mentre queste si accapigliavano e continuavano a sfornare e affossare candidati, tra molti parlamentari di entrambi gli schieramenti, soprattutto tra i “peones” e i transfughi di M5S desiderosi di arrivare fino al termine della legislatura, cresceva progressivamente il consenso verso Mattarella al punto che, alla sesta votazione, raggiungeva quota 336. A quel punto, a partire dal Pd, che sembra sia stato con alcuni 5S il regista di questo movimento trasversale “dal basso”, (vedi intervista all’on Ceccanti, a pagina 3), anche gli altri alleati di Governo, hanno capito che era necessario prendere atto della spinta che veniva da questo Parlamento “parallelo” e che, quindi, cappello in mano, non restava altro da fare che recarsi da Mattarella per chiedergli di riportare le sue masserizie al Quirinale. Il quale Mattarella, però, nel rispetto delle prerogative del Parlamento, ha voluto ricevere non i capi politici, ma i presidenti dei gruppi parlamentari.

Le donne nel tritacarne
Dispiace che tutte le candidature femminili ipotizzate o gettate nella mischia con poca convinzione, in primis quella della seconda carica dello Stato, la senatrice Elisabetta Casellati, siano finite nel tritacarne. Dubitiamo che i segretari dei partiti fossero veramente disposti a mandare al Quirinale una donna. La stessa segretaria di FdI Giorgia Meloni ha preferito concentrare i suoi voti su un uomo, il trevigiano Carlo Nordio, peraltro ex magistrato assai stimato. Eppure qualche figura autorevole e un po’ sopra gli schieramenti, si poteva anche trovare. Non solamente una semplice “donna in gamba” come sentenziò frettolosamente qualcuno.
Come molti parlamentari hanno dato vita a quel “movimento dal basso” che ha costretto i partiti a ritornare da Mattarella, così riteniamo che le nostre donne impegnate in politica, nel sindacato e nelle istituzioni pubbliche, possano industriarsi maggiormente per scalare anche le segreterie dei partiti dai quali, per sua natura, come accade in altri Paesi del mondo, escono i capi dello Stato e, soprattutto, i primi ministri.
Alla fine, però, ci è andata bene e riteniamo che la coppia Mattarella-Draghi non avesse, almeno per il momento, alternative altrettanto autorevoli per provvedere al bene del Paese e per la nostra credibilità e affidabilità in Europa.

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