Editoriali
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Editoriale: Preti in quali comunità cristiane?

Penso che non ci sia consentito aggregarci a quei “profeti di sventura” che parlano di un inevitabile tramonto della fede e della Chiesa, soprattutto in Occidente. Né pensare che siamo capitati a fare i preti in un tempo sbagliato, perché ogni tempo è grazia e possibilità per l’annuncio

Parole chiave: preti (29), comunità (63), chiesa (197)
Editoriale: Preti in quali comunità cristiane?

Da giovane prete (fine anni ‘70) solevo dire che, almeno nella parrocchia dov’ero, bastava un fischio e di ragazzi e giovani ne arrivavano molti. Si lavorava parecchio, ma c’era anche tanta soddisfazione. Ora, purtroppo, il fiato per fischiare ripetutamente non l’abbiamo più e, comunque, per quanto ci si industri, all’appello arrivano sempre meno persone e le gratificazioni scarseggiano. Le stiamo, e da tempo, provando tutte, ma non intravediamo significative inversioni di tendenza. E questo mette a dura prova noi pastori, che stiamo investendo energie e speranze nella missione affidataci.

Ormai è in atto uno scollamento tra le nostre comunità cristiane e la vita di fede; tra esse e il loro pastore. Un segnale preoccupante è il calo della partecipazione alla messa ma, dietro a questo, sappiamo che c’è molto altro: c’è, soprattutto, un cambio culturale che alcuni chiamano post-secolare, segnato da un continuo processo di destrutturazione che non risparmia la famiglia, la società, le istituzioni, tra cui quelle ecclesiastiche, la morale e la stessa fede. Un confratello mi diceva che la pandemia ha anticipato di 7-8 anni il punto critico della crisi delle nostre comunità. Il Covid ha funzionato da acceleratore di processi che erano già in atto da tempo.

Non mancano certo indicazioni da parte di pastoralisti sul come affrontare e superare questa situazione: essere Chiesa più missionaria e in uscita; responsabilizzare maggiormente i laici (le fila dei quali, come quelle dei preti, purtroppo, si assottigliano sempre più); inventarsi nuovi progetti più in sintonia con i linguaggi e la sensibilità della gente; pensare a un nuovo paradigma pastorale, ecc. L’unica cosa su cui si può convenire è che, nella crisi che sconvolge il cristianesimo in Occidente, non ci sono ricette risolutive.
A dire il vero, ci troviamo a essere persino un po’ disincantati e perplessi, anche di fronte a certe sollecitazioni che vengono dal Magistero che, a volte, con un po’ di presunzione e sbrigativamente, definiamo distanti dalla realtà; più degli slogan accattivanti che percorsi praticabili.

Un prete e la “sua” comunità
In un mio editoriale sul prete del 4 luglio scorso, scrivevo che quella a cui si avviano oggi i giovani sacerdoti è una situazione impegnativa e avventurosa, molto diversa dal passato. Come assai diversa è la situazione e la “tenuta” nella fede delle comunità cristiane e la loro effettiva capacità di accogliere e sostenere i propri pastori.

E’ pur vero che le parrocchie sono in crescente difficoltà. Oltre che subire gli effetti del mutato contesto culturale, sono state in questi anni aggregate tra loro e affidate a un unico parroco, il che sta comportando un cambio notevole nelle relazioni tra pastore e comunità, con l’impossibilità di garantire rapporti stretti e ravvicinati (relazioni brevi). Oltretutto, vuoi per il carico di lavoro, vuoi per l’età, la maggior parte dei preti non ha più le energie sufficienti per coltivare buone e diffuse relazioni con la gente, essenziali per la trasmissione della fede e per mantenere viva la coesione e la partecipazione della comunità cristiana. E’ già molto se oggi il parroco trova tempo e risorse per seguire gli operatori pastorali e qualche ammalato.

Così, a volte, il prete corre il rischio di sentirsi un po’ solo, di correre tanto e concludere poco in ordine all’evangelizzazione, e di non avere più, come nel passato, quel sostegno umano, affettivo e spirituale della sua gente.
Comunità che si impoveriscono e si assottigliano possono arrivare a impoverire anche il pastore e a fargli “perdere pezzi” per strada. Penso che su questo aspetto sia necessaria una adeguata riflessione.

Non siamo al tramonto
Bisogna convenire che, oggi più di ieri, le eventuali crisi di un prete non dipendono solamente dalla sua situazione psicologica, affettiva e spirituale o da negligenze e leggerezze personali: può, infatti, anche incidere la condizione di vita cristiana e la mutata sensibilità ecclesiale delle comunità, le quali sono sempre più “deboli” e meno “attente” nel farsi effettivamente carico dei loro pastori.

Di tutto questo un prete, specialmente chi è ancora giovane, deve tenere conto e attrezzarsi per affrontare con coraggio e fiducia la sfida: l’evangelizzazione richiede una grande capacità di adattamento alle sempre nuove situazioni e fiducia nella presenza del Signore, il quale continua a ripeterci: coraggio, non avere paura, io sono con te. Altrimenti i problemi personali si ingrandiscono, il senso della missione si attenua e lo sguardo comincia a volgere altrove.

Penso che non ci sia consentito aggregarci a quei “profeti di sventura” che parlano di un inevitabile tramonto della fede e della Chiesa, soprattutto in Occidente. Né pensare che siamo capitati a fare i preti in un tempo sbagliato, perché ogni tempo è grazia e possibilità per l’annuncio.

Noi crediamo che nelle nostre comunità il seme buono del Vangelo debba sempre e comunque essere seminato e che non andrà mai perduto o disperso, come non potrà mai, a motivo di una crisi, essere vanificato il dono di grazia che, come preti, abbiamo ricevuto con tanta abbondanza dal Signore.

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