Editoriali
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Editoriale: Quel silenzio su papa Francesco

Il Papa definisce l'aumento delle spese militari "una pazzia", ma i media nazionali ignorano il suo messaggio. Scelta ideologica? Banali sviste? Rifiuto di dar voce a chi la pensa diversamente? Vera e propria censura?

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Editoriale: Quel silenzio su papa Francesco

Giovedì 24, durante un incontro con il Centro femminile italiano, papa Francesco è stato molto duro verso le guerre e la corsa agli armamenti: “La vera risposta - ha detto il Papa - a questa guerra vergognosa a cui stiamo assistendo non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si è compromesso a spendere il 2% del Pil per comprare armi come risposta a quello che sta accadendo. Una pazzia!”. Francesco si riferiva chiaramente al dibattito che si è aperto nei giorni scorsi in Europa sulla necessità di aumentare le spese militari e, di conseguenza, all’assenso dato dal Governo e dalla Camera a tale progetto (per noi il 2% del Pil corrisponde a circa 40 miliardi).

Al sentire le categoriche parole di Francesco, ho subito immaginato i titoli cubitali in prima pagina con cui, l’indomani, sarebbero usciti i giornali: “Schiaffo del Papa a Draghi”; “Il Papa sconfessa l’Europa”, ecc. Niente di tutto questo. Tolta “La Stampa” che ne ha dato grande risalto ed, evidentemente, “Avvenire”, gli altri grandi quotidiani nazionali hanno dato la notizia con dei minuscoli riquadri (in gergo giornalistico, francobolli), di una trentina di parole, collocati nelle pagine interne. Ancora peggiore e più eclatante è stato il totale silenzio del Tg1, mentre gli altri telegiornali Rai, Mediaset e La7, si sono limitati a dare la notizia solo “di striscio”. E in ogni caso i grandi media hanno accuratamente espunto la parola “pazzia!” usata dal pontefice per condannare il folle aumento delle spese militari. Scelta ideologica? Banali sviste? Rifiuto di dar voce a chi la pensa diversamente? Vera e propria censura?

Un discorso controcorrente
E’ sotto gli occhi di tutti che in Italia, come un po’ in tutta Europa, il clima sociale e culturale che si è andato formando e imponendo, di netta e incondizionata condanna della Russia e di Vladimir Putin, non consenta più di tanto che ci siano voci in disaccordo. Ma nemmeno che venga avanzato qualche timido “distinguo” circa, ad esempio, il fornire o no armi all’Ucraina o che sia messo, come si dice, qualche puntino sulle “i”. Vige, di fatto, il “pensiero unico”, per cui chi si permette di uscire anche di poco dal coro viene isolato, tacciato sbrigativamente di essere “putiniano” e, in generale, non trova spazio su giornali e televisioni. Neanche coloro che, dopo lo shock iniziale, a mente fredda cercano di mettere in luce le responsabilità dell’Europa e della Nato per la situazione che si è venuta a creare ad Est dopo la fine dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia.
Per questo il discorso del Papa è stato molto coraggioso e controcorrente. Ha messo tutti i Paesi di fronte alle loro responsabilità nel provocare le guerre e nell’alimentarle: “Si continua a governare il mondo - sono sue parole - come uno «scacchiere», dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri. E’ evidente che la buona politica non può venire dalla cultura del potere inteso come dominio e sopraffazione”. Purtroppo, continua Francesco, “il modello della cura (della persona e della casa comune) è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”.

Ambiguità e interessi delle grandi potenze
Secondo papa Francesco, dunque, non si risolvono i problemi di questa guerra mandando armi sempre più sofisticate all’Ucraina, e nemmeno comminando altre sanzioni contro la Russia. L’unica via possibile per la pace è la mediazione, ma perché essa sia efficace dovrebbero entrare in gioco le grandi potenze della Terra come gli Stati Uniti e la Cina, oltre a qualche altro Paese già attivo, come la Turchia. Anche perché, secondo molti esperti, Putin viene a ragione solo con i suoi pari in potere. Purtroppo, la Cina nicchia e preferisce stare alla finestra, confidando in un indebolimento della Russia che tornerebbe tutto a proprio vantaggio. Gli Usa, invece, sembra mirino più a lasciar divampare l’incendio che a gettare acqua. La loro politica è di spingere l’Europa a compromettersi sempre più, comminando nuove sanzioni (addirittura rinunciando al gas russo per acquistare quello americano) e fornendo sempre più armi all’Ucraina. Ma anche di lanciare, per bocca del suo presidente Joe Biden, epiteti o ingiurie così trancianti e pesanti contro Putin e l’assetto di potere interno alla Russia, da compromettere ogni possibilità di dialogo tra i due, quanto mai necessario per porre termine alla guerra e tentare di ridisegnare in tempi brevi un nuovo quadro geopolitico in Europa.

Gli Usa e l’Europa
In questo frangente gli Stati Uniti, purtroppo, stanno conducendo una partita pericolosa sulla pelle della “debole” Europa, condizionati in questo anche dalle elezioni autunnali di medio termine. Di sicuro una eventuale, seppur improbabile, sconfitta della Russia, non riuscirà certo a far risalire nei sondaggi la popolarità del sempre più spento e imprevedibile Biden, né a recuperare credibilità dentro e fuori l’America dopo la precipitosa e catastrofica ritirata dall’Afghanistan.
Resta il problema che anche in questo frangente l’Europa, pur avendo ritrovato una certa unità, ha dimostrato pure la sua debolezza e la storica dipendenza dagli Usa. Forse, con un’adeguata razionalizzazione delle attuali spese militari dei singoli Paesi, si potrebbe dar vita a quell’esercito comune europeo di cui si sente sempre più il bisogno, in modo da non dipendere esclusivamente dalla Nato e, quindi, dalle politiche verso l’Europa che mettono in campo, di volta in volta, le Amministrazioni americane che si succedono.

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