Editoriali
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Editoriale: Sinodo, un cammino dal basso all'alto

Avviato anche nella nostra diocesi il percorso voluto da papa Francesco. Quella che intraprendiamo è una sfida che non possiamo affrontare a cuor leggero. Dobbiamo, come ha detto il presidente della Cei Bassetti, "avere sogni e desideri più grandi delle nostre paure"

Parole chiave: sinodo (127), diocesi (415), treviso (1889), cei (148), papa francesco (778), chiesa (224), cammino (49)
Celebrazioni per l'apertura del Sinodo a Treviso

Con la convocazione diocesana in San Nicolò del 17 ottobre scorso e la costituzione da parte del vescovo Michele di una apposita équipe di lavoro, anche la nostra diocesi ha iniziato quel “nuovo” cammino sinodale che coinvolgerà per tutto il decennio 2021-2030 le Chiese che sono in Italia e in tutto il mondo. Un cammino la cui necessità è stata annunciata da papa Francesco fin dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 e poi più volte ribadita, soprattutto in questi ultimi due anni e, in particolare, alla 74ª assemblea generale della Cei del maggio scorso allorquando, nel discorso pubblico tenuto a braccio il 24 maggio, sollecitava i vescovi a superare quella certa “amnesia”, o perdita di memoria, riguardo le preziose indicazioni emerse dal Convegno di Firenze. Il Sinodo della Chiesa italiana, ha precisato il Papa, non solo dovrà svolgersi sotto la luce di Firenze (“dall’alto in basso”) che costituirà il “filo rosso” del cammino, ma anche recependo quanto emergerà dal coinvolgimento di tutto il popolo di Dio (“dal basso all’alto”), come ebbe a ribadire al Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana il 30 aprile scorso: “Il cammino sinodale incomincerà in ogni comunità cristiana, dal basso, dal basso, dal basso fino all’alto”, espressione accompagnata per tutte e tre le volte dal gesto della mano. E, soprattutto, non potrà prescindere dalla laicità, vero antidoto e rimedio all’autoreferenzialità e all’astrattezza.

E’ sempre papa Francesco a indicare le parole-chiave del Sinodo: “comunione”, “partecipazione”, “missione”, parole che possono rimanere vuote e astratte se “non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti”.

Un cammino da compiere
Ora siamo entrati nella prima fase del cammino, quella “narrativa” che si svilupperà nell’arco di due anni (2021-2023), durante la quale si darà spazio nel primo anno all’ascolto della vita delle persone, delle comunità e dei territori, e nel secondo ci si concentrerà su alcune priorità pastorali che saranno individuate dalla Cei sulla scorta delle indicazioni che arriveranno, appunto, “dal basso”. Seguirà poi una fase “sapienziale” (2023-2024) durante la quale si cercherà di fare discernimento spirituale su quanto emerso nella fase precedente, per giungere alla terza fase, quella “profetica” che culminerà nel 2025 in un “con-venire” o Convegno ecclesiale, nel quale saranno assunte alcune scelte evangeliche che le nostre Chiese dovranno riconsegnare al popolo di Dio perché, nella seconda parte di questo decennio “sinodale”, siano incarnate nella vita delle comunità cristiane.
Dunque, un cammino impegnativo che iniziamo nell’ascolto, nel dialogo e che trae nell’Eucaristia il proprio riferimento essenziale e dentro al quale sarà necessario ricondurre i nostri principali eventi ecclesiali, sia diocesani che nazionali.

Una chiesa già in cammino
Il vescovo Gianfranco Agostino, all’apertura dell’anno pastorale 2016-2017, annunciava, a conclusione della visita pastorale, l’intenzione di avviare nel 2017 un “cammino sinodale” il cui obiettivo era espresso dal titolo della sua lettera: “Discepoli di Gesù per un nuovo stile di Chiesa. La successiva lettera pastorale del 2018 “Per una Chiesa in cammino”, raccoglie quanto avvenuto e le scelte operative decise dall’Assemblea sinodale e ribadisce che la sinodalità è un cammino sempre aperto, perché essa esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. Ebbene, il cammino che abbiamo già compiuto non andrà smarrito ma, su indicazione del Papa e della Cei, sarà integrato nel nuovo percorso sinodale.
Dunque, in tale progetto in cui sono coinvolte le nostre Chiese, non partiamo da zero, perché negli anni scorsi abbiamo fatto un buon esercizio di sinodalità. Almeno dovremmo aver intuito che questo stile dovrebbe essere la norma di vita di una comunità e di una Chiesa. Certamente, una discriminante è l’instaurarsi di una forma stabile di vera corresponsabilità tra preti e laici, che vada oltre la semplice collaborazione, il che non è cosa semplice, perché ci sono secolari mentalità da superare. Quella, ad esempio, di confondere da parte di noi preti la presidenza e la guida delle comunità con l’accentrare quasi tutto nelle nostre mani (supplenza clericale) e quella di delegare e, in qualche modo, di pretendere servizi e totale disponibilità da parte dei fedeli verso i loro pastori. Il tutto favorito, in parte, da una struttura normativa e giuridica che alla fine “costringe” il pastore ad assumersi, volente o no, ogni responsabilità civile, economica, penale e morale delle istituzioni ecclesiastiche e dell’attività pastorale.

Oltre le paure
Quella che intraprendiamo è una sfida che non possiamo affrontare a cuor leggero, o condizionati dalla paura sul dove approderemo o andremo a finire, o perché convinti che tanto non cambierà niente e che, forse, è meglio perseverare in quel “si è sempre fatto così”, piuttosto che affrontare un radicale rinnovamento ecclesiale dagli esiti imprevedibili.
Dobbiamo, come ha detto il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti “avere sogni e desideri più grandi delle nostre paure”. Ma dovremo anche essere molto realisti e pazienti, perché certe espressioni quali, ad esempio, “sinodalità”, “corresponsabilità”, “conversione pastorale”, “Chiesa in uscita e missionaria”, ecc., possono anche rimanere belle e fascinose parole, se non riusciamo a tradurle in buone pratiche ecclesiali e comunionali a motivo delle nostre pigrizie e paure.

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