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Editoriale: Tutti (o quasi) insieme appassionatamente

Il Governo Draghi inizia il suo cammino, con l'appoggio di gran parte delle forze politiche

Editoriale: Tutti (o quasi) insieme appassionatamente

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il prof. Mario Draghi sono riusciti nel giro di un mese, a fare uscire il Parlamento dallo stallo e a dare vita a un Governo sostenuto da una larghissima maggioranza che, com’era da aspettarsi, ha messo in subbuglio il M5S. Quasi tutti i partiti hanno colto l’ultima occasione loro offerta per aggrapparsi al salvagente lanciato dal Capo dello Stato.

Con qualche inaspettata giravolta e con un sorriso un po’ tirato, sono saliti sul carro del nuovo premier senza battere ciglio e senza, a loro dire, porre condizioni circa programma e squadra di Governo. Fin troppo facile, vien da dire.

I nostri politici sono stati messi di fronte alle loro responsabilità e hanno capito, così si spera, che non potevano andare avanti come dei bambini a giocherellare nelle piazze, tra sgambetti, veti incrociati, risentimenti e litigi, nel mezzo di una drammatica pandemia.

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito prima e dopo le dimissioni del presidente Giuseppe Conte è stato a dir poco deprimente. Nemmeno le consultazioni di Mattarella e di Roberto Fico hanno indotto alla ragionevolezza.

Con tutto il rispetto che abbiamo verso il Parlamento e i suoi inquilini, verrebbe da dire, per usare la pittoresca espressione dell’on. Rino Formica, che ci siamo ancora una volta rappresentati come un Paese di nani e ballerine.

Mattarella è riuscito a mettere tutti in riga dicendo che, se non funzionava il suo ultimo tentativo con Draghi, si sarebbe andati al voto, lasciando così, irresponsabilmente per mesi, l’Italia in balia del contagio, della crisi sociale ed economica e di un Recovery Plan da rifare quanto prima per non perdere i 209 milioni che, nei prossimi 6 anni, dovranno arrivarci dalla Ue. Siamo così passati dal “no, tu no” del M5S verso Berlusconi, del Pd verso Salvini e Renzi e dal “o Conte o morte” di Pd e M5S, al più conveniente “Ci sto anch’io”. Tutti, tolta la Meloni, unica a volere davvero le elezioni per poter incassare il crescente consenso che le danno i sondaggi, si sono rassegnati a ingoiare il rospo propinato loro da Mattarella e a inneggiare in coro al vincitore. I problemi a Draghi, però, li stanno già procurando, soprattutto, gli esponenti leghisti, da sempre, uomini “di lotta e di governo”. 

Le strategie di Renzi

La incomprensibile scelta di Matteo Renzi di mandare all’aria il secondo Governo Conte, che egli stesso promosse appena un anno e mezzo fa, si sta, forse, rivelando provvidenziale, sia perché ha messo a nudo le debolezze e, in parte, l’inconsistenza dell’attuale classe politica, sia perché ci siamo trovati con un Draghi che rappresenta la carta più prestigiosa che possiamo giocare per “salvare” l’Italia e recuperare credibilità nel mondo. Di sicuro, allorquando in autunno la cancelliera tedesca Angela Merkel uscirà di scena, l’unica personalità di rilievo che potrà prendere in mano con autorevolezza le sorti dell’Europa non sarà certo il presidente francese Macron, ma proprio Draghi. Ci è andata bene, perché l’azione un po’ spregiudicata del rottamatore poteva anche portarci allo schianto.

A ogni modo, se prima della crisi Renzi poteva fare e disfare a suo piacimento ogni cosa ora, con una quarantina di parlamentari in tutto, è diventato ininfluente; potrà sbraitare e agitarsi finché vuole, ma a Draghi non riuscirà a fare nemmeno il solletico. Almeno così molti pensano e si augurano. Di sicuro, si dedicherà a girare il mondo per incontrare leader e tenere remunerate conferenze, nella speranza di trovare una collocazione internazionale che si addica alle sue incontenibili ambizioni. A dire il vero poteva aspirare, con la sponsorizzazione del demiurgo Gianni Letta, a prendersi la guida di Forza Italia e a dar vita a un polo centrista, che avrebbe drenato voti agli altri partiti. Peccato che Salvini, opportunista quanto lui, con il suo nuovo look da europeista moderato, abbia fatto saltare il banco e riaperto i giochi al centro.

Pecunia non olet

Salvini, in questo frangente, è riuscito a mettere in ombra Renzi e, nel giro di pochi minuti, prendersi tutta la scena. Si è convertito all’Europa sulla via di Draghi, non ponendogli, per ora, alcuna condizione. Non mancandogli certo furbi e ben navigati consiglieri sia all’interno del partito che all’esterno, come il “suocero” Denis Verdini, ha realizzato subito che, tolto di mezzo Conte e la maggioranza giallorossa che lo sosteneva “senza se e senza ma”, questa era la provvidenziale occasione, dopo la fragorosa uscita del Papeete, per rimettersi in gioco in modo da condizionare l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica e la definizione dei progetti del Recovery Plan, che la prossima maggioranza dopo le elezioni politiche (che egli spera a trazione leghista), dovrà obbligatoriamente attuare, per poter ricevere i finanziamenti della Ue. “Pecunia non olet”, dicevano i latini: il denaro non ha odore e per esso si è disposti a tutto. E così, con 209 milioni, l’Europa si è “comprata”, almeno per ora, anche la riconversione politica di Salvini il quale, senza batter ciglio, ha messo in soffitta i sovranisti Victor Orban, Marine Le Pen e i consociati di Visegrad ,e lasciato la Meloni a crogiolarsi nel suo arroccamento.

Il possibile esito

Riteniamo, però, che l’attuale situazione non durerà a lungo, perché i partiti hanno un cogente bisogno di riprendersi tutta la scena. Si potrebbe scommettere che tra un anno si libereranno di Draghi mandandolo alla Presidenza della Repubblica. A quel punto, il nuovo Capo dello Stato potrebbe sciogliere anticipatamente le Camere e indire nuove elezioni. Il cui esito a favore del centrodestra, però, dopo il terremoto del Governo Draghi, potrebbe non essere scontato.

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